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domenica 22 maggio 2016

La Pazza Gioia


La Pazza Gioia. Pazzia tanta, gioia poca. Probabilmente quella vera, un pò malata e sicuramente ruffiana è quella sbottata dal pubblico in sala durante i titoli di coda con uno scroscio di applausi. 
Cose che capitano in sale romane radical chic, quelle dove gli avventori telefonano alla servitù lasciata a casa per impartire direttive su cene, bucati e figli da riprendere presso scuole di Polo e flauto traverso durante l'intervallo. Ma chissà, forse è un problema mio che in queste faccende posso solo whatsappare me stesso impartendomi controvoglia le stesse direttive, nell'attesa che un giorno qualcuno le svolga per me e soprattutto altrettanto bene, salvo poi disapprovarle stizzito. Caspita! Mi sa che sono bipolare anch'io, come Beatrice Morandini Valdirana interpretata da Valeria Bruni Tedeschi.
Eppure, nonostante gli elogi e gli scilinguagnoli che ho sentito e letto dentro e fuori dal web, nonostante la buona volontà e il lavoro su me stesso dopo la visione, complice l'ipercalorico pranzo fuori porta di oggi, assieme ai burp di fine pasto si è delineato, all'interno della nube gassosa, il pensiero definitivo su questo film.
Prendete due matte a diverso titolo, una con ascendenze alto borghesi e l'altra con discendenze verso le patte dei pantaloni in discoteca, rinchiudetele in un bucolico manicomio mascherato da casa famiglia popolato da altrettante matte in sala rosa (senza gamberi), fatele conoscere scontrare e confrontare e voilà eccole in fuga su una Lancia Appia, vestite e truccate come Thelma e Louise in versione maremmana. Eh già, perché signori miei siamo in Toscana. Del resto, quale migliore addetta del personale del bucolico manicomio arcobaleno di Luisanna Messeri, colei che quotidianamente trasmette da Alice TV nel suo format chianino "Il club delle Cuoche", dove ti insegna a fare il caciucco o il castagnaccio declinando tutto in irritanti e fastidiosi diminutivi toscani ("a modino" ecc.). Si scopre tra l'altro che è sposata all'altrettanto insignificante comico toscano Marco Messeri, dal qualei ha preso il cognome all'altare, cui è stata persino affidata la parte del padre di una delle protagoniste. Nello specifico di Donatella Morelli, alias Micaela Ramazzotti che ripropone la sua maschera di borgatara dalla fellatio facile, stavolta senza romanesco ma con tanto livornese.
Non fosse per l'indiscussa bravura di Valeria Bruni Tedeschi e, in un certo senso, anche di quella rozza ma efficace di Micaela Ramazzotti, il film collasserebbe su sè stesso in quanto privo di storia. Inutile tentare difese d'ufficio ribattendo che trattandosi di follia è folle aspettarsi una storia. Se vi andaste a rivedere Che Fine Ha Fatto Baby Jane, vi rendereste conto delle differenze.
Il film è degno di essere visto, non fosse altro per la bellissima performance della Bruni Tedeschi - questa si valevole l'intero film. Vi accorgerete, uscendo dalla sala, di provare una sensazione di vuoto. Come quella di chi, tornando a casa, non trova servitù a preparargli la cena.