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martedì 18 gennaio 2011

La versione di Barney

Visto la settimana scorsa. Nemmeno dopo una settimana di tempo sono riuscito ad elaborare un'idea decente del film tratto dall'omonimo romanzo - che, sia chiaro, non ho letto.
Un bel cast di attori non c'è che dire, una storia tutto sommato fluida anche se dai risvolti drammatici. I temi affrontati dalla storia sono tutti ben amalgamati tra di loro: la giovinezza scapestrata, lo sballo, la droga, i rapporti d'amore vacui e passeggeri e quelli profondi e duraturi, l'amicizia, il matrimonio e così via. Insomma il romanzo vero e proprio di un protagonista, Barney, cui la vita ha dato tanto ma a cui gli ha presentato un conto pesantissimo al tramonto della sua esistenza. Probabilmente il libro è tutt'altra cosa, sebbene dai commenti che ascoltavo all'uscita del cinema fra quanti lo avevano letto, è tutt'altro che leggero e scorrevole. Insomma, si può definire sicuramente un bel film che sicuramente lascia spazio alla riflessione. Unica pecca è che lo spazio alla riflessione tende a svaporare come bruma sotto i primi raggi del sole. Non riesce a lasciare un segno forte, sebbene il lato emotivo dello spettatore viene certamente scosso e sollecitato. Merita comunque di essere visto. Il cast è davvero di ottimo allestimento.

martedì 11 gennaio 2011

Hereafter

Ben poco di nuovo sotto i riflettori. Il solito sistema delle storie parallele che scorrono indipendenti, sia pure legate da un filo conduttore, per poi intersecarsi tutte insieme in un'unica trama e con questa crearci un finale che apre una romantica finestra (poco illuminata) sul futuro. Essendo un film "firmato Clint Eastwood" partiva già sovrastimato di suo. Si lascia vedere senza troppi entusiasmi, ma non può certo considerarsi un capolavoro.

Tre protagonisti: una rampante giornalista televisiva francese Marie Le Lay (Cécile de France), un medium metalmeccanico George Lonegan (Matt Damon) e due gemelli inglesi, Marcus e Jason, educati e crescitui dai servizi sociali della Corona e dalla madre perdutamente tossica e ricoperta di buchi. La prima finisce travolta sotto lo tsunami di Phuket ma resta miracolosamente viva (o meglio... ritorna miracolosamente in vita). Il secondo preferisce scaricare pallet ai cantieri navali, piuttosto che riprendere la sua vecchia professione di medium, fonte sicura di tormento per le continue visioni sull'altro mondo che era costretto a sopportare ogni volta che stringeva la mano a qualcuno. I terzi, i gemelli, uniti sia dal Dna che dalla sciagura di una madre tossica, vengono separati da Sorella Morte per colpa di un incidente causato dai soliti bulli di strada. Marcus rimane adesso senza suo fratello Jason e naturalmente non sa vivere senza. Preferisco non soffermarmi sulla quantità industriale di tempi morti e sbrodolamenti inutili che nulla aggiungevano alla trama, se non l'imbarazzante intento di portare oltremisura la durata e dargli finalmente la forma di un film. Il tema del paranormale, quello cioè che sarebbe dovuto essere l'elemento cardine del film, è poco se non nulla sviluppato. Ma sopratutto mischia due filoni che rientrano nel macrocosmo del paranormale, ma che dovrebbero essere illustrati e approfonditi in via individuale e approfondita: quello delle NDE (near death experience - esperienze di premorte) e quello delle sedute medianiche ed il contatto coi trapassati. Per esigenze di trama le due cose vengono legate insieme surrettiziamente, ma è chiaro che sono funzionali solo alla storia e non certamente all'l'argomento. Difatti, se il personaggio di Marie Le Lay è quello portatore delle esperienze di premorte, mentre quello di George Lonegan è del medium, quello dei gemelli cerca di fungere da anello di congiunzione tra i due, ma senza aggiungere alcun valore aggiunto.

In poche parole, si tratta di un film cui si può tranquillamente attendere il rilascio sul satellite o sul digitale terrestre, ma di cui ci si può risparmiare agevolmente i soldi del biglietto al cinema.

mercoledì 5 gennaio 2011

Mine Vaganti



Quando si inizia una sequenza spesso non sappiamo nemmeno come ci siamo finiti, riusciamo a trarre solo la consapevolezza di esserci dentro. Eppure dopo Saturno Contro e, prima ancora, Le Fate Ignoranti non potevo non vedermi pure quest'ultima produzione italo- turca, passata sotto forma di Dvd dalle mani del Cinefilante a quelle mie. E' vero che oramai Mine Vaganti è uscito da un pò di mesi, ma se andaste a rileggere il post precedente di Saturno Contro, capirete come mai di fronte al nome Ozpetek il mio volto si corrughi quasi sempre in una espressione infastidita.Supero le ostilità pregiudiziali e mi accingo a vederlo. Ebbene, stavolta il film mi è piaciuto. Non per la storia in sé, che già mi sembra un pò stantia e scontata, quanto per gli inserti macchiettistici che lo farciscono su ogni centrimetro di pel..licola.
La storia è semplice: il co-protagonista Tommaso Cantone (Riccardo Scamarcio - e questa volta per mia personale riluttanza verso i pezzi di legno spacciati per attori non metto il link del conosciutissimo minus habens), torna a casa a Lecce dalla Capitale presso la sua doviziosa famiglia di pastaioli salentini. Ha intenzioni serie: confessa al fratello maggiore Antonio (Alessandro Preziosi) che sia prima a Lecce e poi dopo a Roma ha scoperto che gli piace il lumacone (è gay). Visto che non ha la minima intenzione di restare a Lecce per fare il pastaiolo, vuole tornarsene a Roma (a Ròma anzi, con l'accento... siamo sempre a Lecce no?) a fare lo scrittore. Quale occasione migliore per fare l'annuncio a tavola con la famiglia riunita al completo, farsi cacciare dal padre Vincenzo (Ennio Fantastichini) che mai accetterebbe di perdere la faccia in paese se si sapesse che ha un figlio gay? Il bell'Antonio, il fratello, cerca di dissuaderlo ma prepara già il tiro mancino: una volta a tavola, prende lui la parola, anticipa Tommaso e spiazza tutti. "Guardate che sono gay. E il mio ragazzo lavorava proprio al pastificio nostro finché non sono stato costretto a licenziarlo per allontanare i sospetti!".
Apriti Cielo! Papà Vincenzo stramazza al suolo, trascinandosi piatti e tovaglia in terra, colpito da un ictus. Tommaso ci resta come uno stronzo. Adesso le parti si sono invertite. E' Antonio ad essere cacciato di casa e Tommaso, di cui nessuno sa, dovrà prendere il posto del fratello al
pastificio. Limortaccisua gli sarà venuto di pensare! E sicuramente lo avrà pensato... (ma siamo sempre a Lecce, quindi l'avrà pensato in salentino, chissà... forse LimortEccissu').
Eccolo adesso incastrato per bene dentro una vita che Tommaso non vuole fare. Ma ad Ozpetek piacciono tanto, ma proprio tanto, i giochetti delle parti e spedisce quattro "mine vaganti" a
Tommaso, con una visita a sorpresa. Sono gli amici di Roma, ed eccoli qui sotto:


"Che begl'amicc' ch' tieni a Ròmma!"

Ahi ahi! Qua si mette male. Se questi non si danno una regolata si vede subito che sono quattro checche. Riempie di raccomandazioni gli amici a non rivelarsi, sennò il resto della famiglia lo capisce subito da che parte sta. Ed è qui che parte la vena esilarante, anche spassosa, del film. Un fiume in piena di macchiette dove tutti si sforzano di apparire dei gran "macho", salvo tradirsi ogni due secondi con segnali inequivocabili. A fare da supervisore a tutto l'intreccio di storie private e pubbliche è la Nonna di Tommaso, a cui le sono affidate poche battute, ma dove la bravura recitativa di Ilaria Occhini esprime più di quanto le parole non possano fare. Sguardi, mimiche, pensieri inespressi ma meditati, fanno capire che la candida vegliarda ha trovato la chiave dell'esistenza. Fino a spingerla a compiere il suicidio più dignitoso che essere umano possa inventarsi. Vestirsi, truccarsi e pettinarsi per poi abbottarsi di dolci e lasciare che il diabete già alle stelle faccia il suo corso. La ritrovano così:

"Tommaso, se uno fa sempre quello che gli chiedono gli altri
non vale la pena di vivere!"

Impossibile obiettare di fronte a tanta saggezza. Saggezza che ci conduce verso un finale onirico e pennellato di esoterico dove la Nonna, mina vagante anch'essa, si ricongiunge all'uomo che effettivamente amava e che dovette rinunciare a sposare per ragioni di casato.
Insomma, prendo atto che finalmente Ozpetek ha rinunciato alla turcaccia odiosa Serra Ylmaz, liberandosi dei precedenti cast uguali a sè stessi. Speriamo che la turcaccia stia svernando a Rosarno.
Sebbene il film sia evidentemente a tema, secondo un andazzo consolidato non solo ad Ozpetek, si evidenzia il merito di porre delle riflessioni nuove, sicuramente non chiuse alla sola tematica dell'omosessualità. Fotografa senza invadenza l'Amore nelle sue diverse forme (ideale, carnale, subliminale), i rapporti avvelenati che spesso contraddistinguono la vita di provincia, specie se ricca e annoiata, i buchi neri di comunicazione in famiglia (Tommaso e Antonio ignoravano l'uno dell'altro della loro identità). Insomma, la soddisfazione è davvero completa. Spero un giorno non dovermi pentire di queste parole quando uscirà un nuovo film di Ozpetek.


Stavolta faccio io l'abbinamento, ricalcando il solco collaudato del Cinefilante. Ebbene, se vedrete il film arrivando fino al punto in cui la Nonna si suicida con i dolci, guardateli attentamente. Io credo di averli riconosciuti: dovrebbero essere le prelibatezze della Pasticceria Cristalli di Zucchero a Roma a piazza Scotti. Non si vince nessun premio se si tratta di loro. Ma sicuramente è un'ottima scusa per andarli a trovare!