Questo film ha ricevuto una sequela infinita di stroncature. A cominciare da quella, peraltro divertentissima, dell'amico X (non posso sve


Questo film ha ricevuto una sequela infinita di stroncature. A cominciare da quella, peraltro divertentissima, dell'amico X (non posso sve


E' possibile realizzare un film documentario incentrato sulla canzona napoletana e, allo stesso tempo, descrivere la città e chi la abita al ritmo di quella musica traendone un affresco di note e colori che per una volta non sono stereotipate, logore o banali? John Turturro sembra esserci riuscito benissimo, con la bravura e l'accuratezza di un Goethe degli anni 2000 con il suo ultimo lavoro intitolato "Passione". Sebbene il titolo sia un pò retorico ed alquanto inflazionato, sarebbe tuttavia difficile trovarne di diversi ma calzanti con il ritmo ed i contenuti musicali del film. Passeggiando per Napoli, da Spaccanapoli ai "quartieri" - spagnoli -, da Piazza del Gesù a via Duomo, la città si apre alla vista del pubblico dove musica, parole e interviste si miscelano nel quotidiano dei napoletani, dei suoi turisti e dei suoi canzonieri. Protagonista indiscussa è la canzone napoletana. Non l'insopportabile neo melodica che si traduce in centinaia di migliaia di cd favz (falsi) con i volti sbavati dalle stampanti a getto di inchiostro di Gigi D'Alessio o Nino D'Angelo, facilmente repereribili sulle bancarelle di via Roma. In questo film-documentario è la canzone napoletana classica, reintepretata con suoni e virtuosismi del tutto attuali e cantate da voci gloriose del repertorio partenopeo: Peppe Barra, Gennaro Cosmo Parlato, Pietra Montecorvino, Massimo Ranieri, Raiz. Raramente si sono sentite delle esecuzioni così belle, vibranti ed appassionanti. Non credo di avere mai sentito una Tammuriuata Nera mixata con Pistol Packin Mama cantata così bene e appassionata da Peppe Barra, Max Casella e M’Barka Ben Taleb che ha aggiunto la nota acuta di richiamo berbero dal fascino indescrivibile.
Prologo
Mi presento al cinema senza la minima cognizione di quello che sarei andato a vedere. Si è trattato come al solito di uno di quegli inviti cosiddetti “ad aggregazione”, dove cioè non bisogna svolgere alcun ruolo attivo per la scelta del film o della sala, salvo quello di dire “si vengo, dimmi ora e luogo” oppure “mi spiace non ci sarò”. E’ curioso osservare come questo schema, che di solito mi ritrovo ad applicare più per il teatro, stia progressivamente coinvolgendo anche il cinema.L’aggregazione è stata capitanata dal Cinefilante che assieme ad amici comuni ci ha dato convegno al cinema Doria per vedere questo film firmato da Luc Besson.
Svolgimento
La giovane eroina Adèle Blanc-Sec è una specie di Indiana Jones del primo '900 il cui scopo nella vita è quello di guarire sua sorella Agathe che vive oramai in stato catatonico per via di uno spillone per capelli conficcato dietro la nuca e che le trapassa la testa, risultato di un incidente durante una partita di tennis. Assieme al professor Marie-Joseph Esperandieu (laureato in fisca a 16 anni, come ci spiega la voce narrante all'inizio del film) e alle sue straordinarie potenzialità di ridare vita ai morti, tenterà di riportare in vita la mummia del medico personale di un faraone affinchè trovi una cura o un modo per risanare la sorella. Girovagando per l'Egitto, in mezzo a cacciatori di tesori di piramidi, corse rocambolesche per trasportare il sarcofago dal Cairo a Parigi e la nascita di uno pterodattilo che sorvola la città, l'avventurosa e grintosa Adele si ritroverà a barcamenarsi con mummie, etnografi, goffi poliziotti e sgangherati cacciatori. Il tutto condito da pochi effetti speciali e da una storia fantastica che non è fine a sè stessa ma si rende gradevole e dal ritmo ben cadenzato.
Una menzione particolare la meritano i costumi: bellissimi, curatissimi e di grande gusto. Una nota davvero particolare per un film fantastico la cui attenzione di solito dovrebbe rivolgersi all'azione e non alla cura quasi maniacale del dettaglio e dei materiali utilizzati.
Pieni anni '60. Quattro signore borghesi italiane si ritrovano ogni giovedì a casa di ognuna a rotazione per giocare a scala quaranta. Le rispettive figlie nell'altra stanza a giocare alle signore - come le loro mamme - ed a ritagliare le foto della principessa Grace di Monaco dalle riviste. Si gioca, si beve il tè, si fuma, ma soprattutto si parla. Si parla molto, spesso duramente, della loro vita e dei loro sogni, spesso infranti o repressi o disattesi. E le chiacchierate si susseguono in un sali e scendi di invettive, collere, qualche piccolo isterismo e tenere rassicurazioni. Beatrice aspetta un figlio e l'ultima doglia, con un balzo temporale, conduce gli spettatori negli anni '90 dove le figlie si ritrovano insieme per confortare il lutto di Sara, figlia di Beatrice, che ha perso la mamma proprio in quei giorni.