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lunedì 4 ottobre 2010

Due partite

Pieni anni '60. Quattro signore borghesi italiane si ritrovano ogni giovedì a casa di ognuna a rotazione per giocare a scala quaranta. Le rispettive figlie nell'altra stanza a giocare alle signore - come le loro mamme - ed a ritagliare le foto della principessa Grace di Monaco dalle riviste. Si gioca, si beve il tè, si fuma, ma soprattutto si parla. Si parla molto, spesso duramente, della loro vita e dei loro sogni, spesso infranti o repressi o disattesi. E le chiacchierate si susseguono in un sali e scendi di invettive, collere, qualche piccolo isterismo e tenere rassicurazioni. Beatrice aspetta un figlio e l'ultima doglia, con un balzo temporale, conduce gli spettatori negli anni '90 dove le figlie si ritrovano insieme per confortare il lutto di Sara, figlia di Beatrice, che ha perso la mamma proprio in quei giorni.
Attraverso questa linea di confine ideale tra il mondo delle mamme, incorniciato negli anni '60, e quello delle figlie chiuso negli anni '90 si delinea un quadro a due ordini i cui tratti comuni rimangono gli stessi sebbene siano trascorsi trent'anni ed una generazione.
Il quadretto del mondo borghese famigliare anni '60 è davvero ben reso: nello specchio dei tempi si richiedeva semplicemente (!) che le donne fossero buone mogli e bravi mamme, abili in cucina, truccate e pettinate come Mina e possibilmente senza grilli per la testa. Almeno in apparenza. Ma sotto lo smalto di moralistica perfezione, attraverso le accese conversazioni delle protagoniste, si scopre un mondo dove l'insoddisfazione sentimentale e personale la fa da padrone. C'è chi la maschera fin quasi a negarla come Claudia, chi invece la eviscera con rabbioso cinismo e sofferenza come Sofia. Chi non vuole arrendersi e sperare in un futuro migliore come Beatrice, salvo dover confessare che l'incomunicabilità e il vuoto affettivo creatosi per costruire un apparenza vacua e rispettabile, hanno poi lentamente condotto sua madre al suicidio. Ed ecco uscire fuori storie di tradimenti, attuati o subiti o semplicemente desiderati. Ognuna racconta le proprie storie, fornendo con esse la personale visione della vita di ognuna di loro, riverberando speranza, disillusione, acquiescenza o semplice nichilismo.
I dialoghi sono sicuramente la punta vincente di questo film, sebbene i migliori rimangano quelli della prima parte del film in cui protagoniste sono le "madri" degli anni '60. Tra questi sono sicuramente da incorniciare i due monologhi di Sofia, il primo dove racconta come sua figlia descriverebbe i propri genitori nella vita quotidiana:

- ... fuori di qui ridete, vi vestite eleganti e andate ad incontrare altre persone. Mi date il bacio della buonanotte e fuggite via. Vi separate sotto casa, rientrate a notte fonda, ognuno per conto suo. Fate piano come due adolescenti spettinati, i vestiti sgualciti... felici! E la felicità si spegne sui vostri visi con il clic della luce all'ingresso -

il secondo sulla sequenza maternità/matrimonio/realizzazione personale:

- ... noi godiamo a vedere il nostro corpo gonfio come un pallone, a rinunciare al talento, alla libertà. Noi vogliamo essere legate a qualcuno anche se ci strozza! Vogliamo essere di qualcun altro! E non c'è fine! Non c'è rimedio! -

Passano gli anni. Le figlie crescono. Gli anni sono passati. Non si ascolta più Mina in "Un anno d'amore", non si guida più la Lancia Fulvia. Cambia il lessico ed il linguaggio. Ma gli eterni temi della famiglia, dei rapporti d'amore che dominano la storia non cambiano. E i problemi delle figlie sono gli stessi che avevano le madri trent'anni fa.

Nato come pièce teatrale con le stesse attrici, la sua versione cinematografia è addirittura più gustosa. Un piccolo capolavoro scritto da Cristina Comencini ed elegantemente diretto da Enzo Monteleone. Vi chiedete se mi sia piaciuto? La risposta è si. Ed anche molto!

2 commenti:

Il cinefilante ha detto...

lo vedrò quanto prima, certa che, se ti è piaciuto, non mi deluderà!

Roccia ha detto...

Sì, anche io penso che sia un buon film, da come l'hai presentato e andrò a vederlo, se ci riuscirò.

Anche se - non dirlo in giro - a me la Comencini non mi sta per niente simpatica