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domenica 31 ottobre 2010

Come tu mi vuoi


Questo film ha ricevuto una sequela infinita di stroncature. A cominciare da quella, peraltro divertentissima, dell'amico X (non posso sve
lare il suo nome) sul suo blog. Eppure questo film ha esercitato una fascinazione particolare su di me. Sotto la superficie apparentemente lieve e banale si
nasconde una bella trattazione sociologica dei tempi moderni, una visione della società consumisti
ca dell'apparire, dove anche chi ha sostanza deve cedere a tale legge per fare emergere ciò che ha dentro. Non per niente il film ruota intorno alla facoltà di Scienza della Comunicazione, quasi a fare da corince generale nel variopinto affresco di personaggi che popolano il film.
Giada Ferretti (Cristina Capotondi) è una studentessa fuori sede a Roma, salita dalla provincia alla grande città. E' lo stereotipo della ragazza impegnata, che prende tutto seriamente, non conosce ironia e non sa sdrammatizzare. A completare il tutto viene in soccorso una bruttezza non da poco, esaltata da un vestiario che ricorda molto le coperte militari infestate dai vermi.
Si aggira per l'università dove è di casa come i topi di biblioteca che la popolano e non lascia mai il cervello sgombro: si guarda in giro, analizza i fenomeni sociali e di mass media
condannandoli senza mezzi termini. Insomma, tanto brava quanto noiosa da morire. Il giorno dell'esame incontra Riccardo Croce, giovane figlio di papà pieno di soldi, un pò coglione,
insipiente quanto basta, carico di soldi non suoi e contornato da un giro di amicizie fatti di giovanotti come lui e ragazze galline, benché firmatissime truccatissime e sceme quanto basta. In pieno caro euro, per sopravvivere a Roma, Giada (di origini burine, sebbene parli un ottimo italiano) inizia a dare ripetizioni per sbarcare il lunario. Mette l'annuncio in facoltà, perduto tra diecimila altri, ed il destino cinico e baro ci mette del suo. A chiamarla "al buio" sarà proprio Riccardo. Si incontreranno a casa di lui per la prima lezione. Per lei una spina nel fianco, per lui l'ennesima occasione per fare il piacione anche con lei, definita senza mezzi termini "un bidet coi capelli". Galeotto fu l'annuncio e chi lo scrisse, direbbe qualcuno, perché la bruttona socialmente impegnata inizia a mostrare segni di cedimento per il coglione belloccio. Anche a lui piace "Maria la Sanguinaria", altra definizione coniata da lui, ma la scocca è del tutto repellente. Come fare? Giada cede e si fa consigliare dalla cugina buzzicona dai gusti bifolchi, andando in giro per negozi a provare vestiti e indumenti campioni di indecenza. Eppure è proprio qui che Sara, la cugina buzzicona, snòcciola una perla di saggezza che rimarrà impressa a fuoco a tutto il pubblico, pagante e non:

"Ah Gggiadaaah!! La storia della bellezza interiore.... E' 'NA CAZZATAA!!"
Preso atto di ciò, Giada decide che forse è meglio andare in perlustrazione da sola per negozi
senza l'ingombrante compagnia di Sara. A piazza di Spagna, rimirando le vetrine di Lacoste chiusa nel suo maglioncino infeltrito e adornato di gigli fiorentini, incontra Fiamma. Fiamma, amica di Riccardo, diventerà la sua pigmalione trasformandola sia esteticamente che socialmente. Al punto da insegnarle le basi delle relazioni futili e vuote. Alla domanda "come stai?" Fiamma chiarisce le idee a Giada, suggerendo di evitare la sincerità cui nessuno vuole davvero, rifugiandosi nella metrica latina attraverso questa filastrocca:


come stai ? - bene tu?
che combini? - gran casini, lascia stare -
bel vestito! - appena preso -
grande festa - vodka tonic -
che casino , e' morto pino - un po' sciattino

Un pò di trucco e parrucco, i vestiti giusti e la brutta anatroccola si trasforma in "topatomica", altro nomignolo stavolta coniato dal cugino di Riccardo Loris, che la vede dimenarsi ad un rave di ragazzi "bene" mentre mostra profonde scollature e gran pezzi di coscia. Attaccata, ovviamente, ad una bottiglia di vodka, ça va sans dire...


Insomma la vecchia Giada diventa come il pubblico la vuole. Finalmente Riccardo può farsela a ripetizione senza provare ribrezzo. Però Riccardo ne cambia una a sera, mentre la nuova Giada sia pure con la scocca nuova ci resta malissimo. Ci penserà l'università a farli rincontrare in ruoli diversi e con conseguenze prevedibili.
Senza dubbio la trama del film si regge sull'argilla, per non dire sul fango, ma non è quest'ultima ad essere esaltata. Ciò che viene esaltato sono i temi che i film evidenzia, ossia l'eterno contrasto tra l'apparire e l'essere. Cosa conta di più tra i due? La risposta a freddo potrebbe sembrare scontata, ma una riflessione a caldo suggerisce di no. Ciò che difatti il film sembra suggerire come soluzione finale è questo: essere ed apparire sono funzionali, per non dire complementari, l'uno all'altro. In una metafora che non è chiusa alla semplice estetica, alla bellezza o alla bruttezza tout court fine a sé stessa. L'aspetto esteriore può aiutare a fare emergere e meglio trasmettere la sostanza cerebrale di cui si è dotati richiamando meglio l'attenzione. Concentrarsi sulla propria formazione culturale e spirituale, anche quando l'aspetto cui madre natura ci ha dotati non è granché, è comunque un esercizio necessario se non si vuole finire intrappolati nella vacuità che una vita tesa all'effimero potrebbe condurre.
Sarò io che ho visto tutto questo sotto effetto di sostanze che non sapevo essere allucinogene, oppure questo film rimane la boiata che sembra?
A voi i commenti!

giovedì 21 ottobre 2010

Passione - John Turturro

E' possibile realizzare un film documentario incentrato sulla canzona napoletana e, allo stesso tempo, descrivere la città e chi la abita al ritmo di quella musica traendone un affresco di note e colori che per una volta non sono stereotipate, logore o banali? John Turturro sembra esserci riuscito benissimo, con la bravura e l'accuratezza di un Goethe degli anni 2000 con il suo ultimo lavoro intitolato "Passione". Sebbene il titolo sia un pò retorico ed alquanto inflazionato, sarebbe tuttavia difficile trovarne di diversi ma calzanti con il ritmo ed i contenuti musicali del film. Passeggiando per Napoli, da Spaccanapoli ai "quartieri" - spagnoli -, da Piazza del Gesù a via Duomo, la città si apre alla vista del pubblico dove musica, parole e interviste si miscelano nel quotidiano dei napoletani, dei suoi turisti e dei suoi canzonieri. Protagonista indiscussa è la canzone napoletana. Non l'insopportabile neo melodica che si traduce in centinaia di migliaia di cd favz (falsi) con i volti sbavati dalle stampanti a getto di inchiostro di Gigi D'Alessio o Nino D'Angelo, facilmente repereribili sulle bancarelle di via Roma. In questo film-documentario è la canzone napoletana classica, reintepretata con suoni e virtuosismi del tutto attuali e cantate da voci gloriose del repertorio partenopeo: Peppe Barra, Gennaro Cosmo Parlato, Pietra Montecorvino, Massimo Ranieri, Raiz. Raramente si sono sentite delle esecuzioni così belle, vibranti ed appassionanti. Non credo di avere mai sentito una Tammuriuata Nera mixata con Pistol Packin Mama cantata così bene e appassionata da Peppe Barra, Max Casella e M’Barka Ben Taleb che ha aggiunto la nota acuta di richiamo berbero dal fascino indescrivibile.
Balli, canti, musiche e assoli si mescolano morbidamente alle interviste con i cantanti ed i gruppi, tra cui gli Avion Travel.
Come già affermato dal Cinefilante, questo film lascerà sicuramente il segno per la sua colonna sonora. Che non mi lascerà sereno finchè la colonna sonora non sarà presto disponibile su cd!

Adèle e l'enigma del faraone


Prologo

Mi presento al cinema senza la minima cognizione di quello che sarei andato a vedere. Si è trattato come al solito di uno di quegli inviti cosiddetti “ad aggregazione”, dove cioè non bisogna svolgere alcun ruolo attivo per la scelta del film o della sala, salvo quello di dire “si vengo, dimmi ora e luogo” oppure “mi spiace non ci sarò”. E’ curioso osservare come questo schema, che di solito mi ritrovo ad applicare più per il teatro, stia progressivamente coinvolgendo anche il cinema.L’aggregazione è stata capitanata dal Cinefilante che assieme ad amici comuni ci ha dato convegno al cinema Doria per vedere questo film firmato da Luc Besson.

Svolgimento

La giovane eroina Adèle Blanc-Sec è una specie di Indiana Jones del primo '900 il cui scopo nella vita è quello di guarire sua sorella Agathe che vive oramai in stato catatonico per via di uno spillone per capelli conficcato dietro la nuca e che le trapassa la testa, risultato di un incidente durante una partita di tennis. Assieme al professor Marie-Joseph Esperandieu (laureato in fisca a 16 anni, come ci spiega la voce narrante all'inizio del film) e alle sue straordinarie potenzialità di ridare vita ai morti, tenterà di riportare in vita la mummia del medico personale di un faraone affinchè trovi una cura o un modo per risanare la sorella. Girovagando per l'Egitto, in mezzo a cacciatori di tesori di piramidi, corse rocambolesche per trasportare il sarcofago dal Cairo a Parigi e la nascita di uno pterodattilo che sorvola la città, l'avventurosa e grintosa Adele si ritroverà a barcamenarsi con mummie, etnografi, goffi poliziotti e sgangherati cacciatori. Il tutto condito da pochi effetti speciali e da una storia fantastica che non è fine a sè stessa ma si rende gradevole e dal ritmo ben cadenzato.

Una menzione particolare la meritano i costumi: bellissimi, curatissimi e di grande gusto. Una nota davvero particolare per un film fantastico la cui attenzione di solito dovrebbe rivolgersi all'azione e non alla cura quasi maniacale del dettaglio e dei materiali utilizzati.

lunedì 4 ottobre 2010

Due partite

Pieni anni '60. Quattro signore borghesi italiane si ritrovano ogni giovedì a casa di ognuna a rotazione per giocare a scala quaranta. Le rispettive figlie nell'altra stanza a giocare alle signore - come le loro mamme - ed a ritagliare le foto della principessa Grace di Monaco dalle riviste. Si gioca, si beve il tè, si fuma, ma soprattutto si parla. Si parla molto, spesso duramente, della loro vita e dei loro sogni, spesso infranti o repressi o disattesi. E le chiacchierate si susseguono in un sali e scendi di invettive, collere, qualche piccolo isterismo e tenere rassicurazioni. Beatrice aspetta un figlio e l'ultima doglia, con un balzo temporale, conduce gli spettatori negli anni '90 dove le figlie si ritrovano insieme per confortare il lutto di Sara, figlia di Beatrice, che ha perso la mamma proprio in quei giorni.
Attraverso questa linea di confine ideale tra il mondo delle mamme, incorniciato negli anni '60, e quello delle figlie chiuso negli anni '90 si delinea un quadro a due ordini i cui tratti comuni rimangono gli stessi sebbene siano trascorsi trent'anni ed una generazione.
Il quadretto del mondo borghese famigliare anni '60 è davvero ben reso: nello specchio dei tempi si richiedeva semplicemente (!) che le donne fossero buone mogli e bravi mamme, abili in cucina, truccate e pettinate come Mina e possibilmente senza grilli per la testa. Almeno in apparenza. Ma sotto lo smalto di moralistica perfezione, attraverso le accese conversazioni delle protagoniste, si scopre un mondo dove l'insoddisfazione sentimentale e personale la fa da padrone. C'è chi la maschera fin quasi a negarla come Claudia, chi invece la eviscera con rabbioso cinismo e sofferenza come Sofia. Chi non vuole arrendersi e sperare in un futuro migliore come Beatrice, salvo dover confessare che l'incomunicabilità e il vuoto affettivo creatosi per costruire un apparenza vacua e rispettabile, hanno poi lentamente condotto sua madre al suicidio. Ed ecco uscire fuori storie di tradimenti, attuati o subiti o semplicemente desiderati. Ognuna racconta le proprie storie, fornendo con esse la personale visione della vita di ognuna di loro, riverberando speranza, disillusione, acquiescenza o semplice nichilismo.
I dialoghi sono sicuramente la punta vincente di questo film, sebbene i migliori rimangano quelli della prima parte del film in cui protagoniste sono le "madri" degli anni '60. Tra questi sono sicuramente da incorniciare i due monologhi di Sofia, il primo dove racconta come sua figlia descriverebbe i propri genitori nella vita quotidiana:

- ... fuori di qui ridete, vi vestite eleganti e andate ad incontrare altre persone. Mi date il bacio della buonanotte e fuggite via. Vi separate sotto casa, rientrate a notte fonda, ognuno per conto suo. Fate piano come due adolescenti spettinati, i vestiti sgualciti... felici! E la felicità si spegne sui vostri visi con il clic della luce all'ingresso -

il secondo sulla sequenza maternità/matrimonio/realizzazione personale:

- ... noi godiamo a vedere il nostro corpo gonfio come un pallone, a rinunciare al talento, alla libertà. Noi vogliamo essere legate a qualcuno anche se ci strozza! Vogliamo essere di qualcun altro! E non c'è fine! Non c'è rimedio! -

Passano gli anni. Le figlie crescono. Gli anni sono passati. Non si ascolta più Mina in "Un anno d'amore", non si guida più la Lancia Fulvia. Cambia il lessico ed il linguaggio. Ma gli eterni temi della famiglia, dei rapporti d'amore che dominano la storia non cambiano. E i problemi delle figlie sono gli stessi che avevano le madri trent'anni fa.

Nato come pièce teatrale con le stesse attrici, la sua versione cinematografia è addirittura più gustosa. Un piccolo capolavoro scritto da Cristina Comencini ed elegantemente diretto da Enzo Monteleone. Vi chiedete se mi sia piaciuto? La risposta è si. Ed anche molto!