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mercoledì 6 gennaio 2010

A serious man

In questo periodo dell'anno il cinematografo stenta a riprendersi, influenzato ancora com'è da cinepanettoni confezionati dai soliti noti nei posti del mondo più strampalati. Il mio input di recarmi comunque in sala è stato raccolto dall'amica Cinefilante, proponendomi di andare a visionare il nuovo film dei fratelli Coen (mi chiedo se i suddetti fratelli non si siano persi una "h" nel cognome, ma questa è tutt'altra storia...). L'inizio della storia non promette bene, anzi sembra annunciarsi una piuttosto noioso per la lentezza con cui si svolge ed il contesto ambientale in cui è inserita. Si viene catapultati in qualche sperduta landa del Minnesota alla fine degli anni '60, dove il protagonista professor Gopnik insegna stancamente fisica nella locale università. La sua vita procederebbe pedantemente tranquilla, se non venisse travolto da una serie di eventi in chiave yddish che porterebbero al suicidio perfino il più stoico dei fedeli. Gopnik scopre che la moglie vuole divorziare da lui per sposare un vecchio amante, il figlio maschio che deve prepararsi al barmivza è dedito alla cannabis mentre la figlia si preoccupa solamente di lavarsi i capelli in continuazione e di potersi, un giorno, rifare il naso.
A rischio è anche il suo stesso posto di lavoro, che ai giorni d'oggi potremmo definire "precario" ma che negli anni '60 in cui è ambientato si definiva come "aspirante al ruolo", dove il consiglio di facoltà non sembra convinto di volerlo prendere definitivamente, visto le poco lusinghiere voci che corrono sul suo conto, sebbene del tutto prive di fondamento. Il povero professore, subisce gli eventi con una passività allucinante, convinto com'è che tutti i guai che sta passando sono prove inviategli da Dio per testare la sua fede. Per verificare se davvero si tratta di questo e spinto dagli ottusi suggerimenti dei membri della sua comunità, Gopnik si decide ad incontrare tre diversi rabbini, uno dopo l'altro, secondo una scala gerarchica che somiglia molto a quella cattolica. Ognuno di essi fornirà un sermone più strampalato dell'altro, senza fornire un vero aiuto al povero diavolo tormentato da come leggere ed interpretare gli eventi che sta vivendo. Anche se non si riuscirà a superare tutto, il barmivza di Danny si farà, tutti saranno contenti e la vita riprende il suo solito iter, esattamente da dove era partito il racconto, cioè dalla scuola ebraica domenicale - equivalente al nostro catechismo. Sembra tutto risolto, ma il finale è confezionato a maglia con un dritto ed un deciso rovescio.
Se non fosse per la costante ironia su cui è ispirato e le esilaranti interpretazioni degli attori, capaci spesso di farti ridere con una sola espressione od un motto arguto, il "fondo oculare" della storia è davvero surreale. Una proiezione a tutto tondo della comunità ebrea intesa in senso nucleare. Non vi sono contaminazioni esterne, gli ebrei di questa storia vivono tra di loro senza alcuna interazione con membri diversi dalla loro Fede, sia pure abitanti nello stesso quartiere. Le uniche eccezioni sono rappresentate da due vicini di casa, rispettivamente una donna ed un padre e figlio, dipinti e rappresentati in chiave fortemente denigrativa in quanto non israeliti: la vicina di casa come una procace moglie insoddisfatta, simbolo di perdizione e lussuria. Il padre e figlio come due caricature nazistoidi che arrivano a sparare ad un ebreo, il fratello del professore, seppure in una scena soltanto sognata dal protagonista. Non trova alcun senso invece l'apertura del film su un corto in chiave yddish polacca, in cui nel gelo delle lande intorno a Cracovia, ascoltiamo i racconti di un pastore che torna a casa raccontando alla moglie di essere stato aiutato da un rabbino che lei sapeva essere morto tre anni prima e che, con tutta certezza, doveva trattarsi del fantasma di un'anima dannata. Molto carino. Ma che diavolo c'entrava col film? Per me un beato nulla. Ma non ditelo in giro. Potrei disturbare il coro di chi ancora intona: "Capolaavooroooo!".

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