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domenica 31 gennaio 2010

Oedipus on the top

Certo che riprendere la rubrica teatrale con quanto visto due sere fa al Teatro Vascello non è certamente incoraggiante. Soprattutto per chi scrive. Perché, in tutta onestà, non saprei da che parte cominciare. Siccome si tratta della rivisitazione in chiave post-moderna, post-atomica ed ultra indecente della tragedia di Sofocle "Edipo Re", risparmiamoci la gran fatica di ricordare quanto studiato controvoglia alle scuole medie e andiamo a rileggercela qui.
Avete letto? Bene. Immaginate di non essere a Tebe, ma nel retro di un area industriale sporca, degradata e senza speranza i cui personaggi (Edipo, Giocasta, Creonte eccetera) sono dei barboni, dei senza tetto, degli homeless, dei bum, degli straccioni o scegliete voi il termine che più vi aggrada. Questi barboni non parlano. Il linguaggio non è parlato. Il linguaggio è figurativo. Come tale, i personaggi si esprimono con la sola mimica delle espressione e dei movimenti, accompagnata con dei grugniti. Risparmio lo svolgimento della storia e porrei l'accento su una circostanza che non dovrebbe mai accadere quando in scena sono allestite delle tragedie: renderle, inconsapevolmente, delle esilaranti commedie dell'assurdo. I primi dieci minuti scorrono con l'introduzione di una voce narrante dalle corde vocali estroflesse, segue un fracasso di batteria e chitarra elettrica suonato in diretta e che farà da colonna sonora a tutta la storia, dopodichè vediamo spiegarsi i personaggi che non trovano nulla di meglio da fare che accoppiarsi tra di loro nella piena promiscuità. Poco importa chi capita sotto, Laio non risparmia nessuna/o. Tra scene boccaccesche, sequenze assurde e un agitazione di fondo che portava gli attori anche fuori del palco per girovagare nella platea, non si finisce più di ridere. A crepapelle. Inutile dire che ogni gesto, ogni interpretazione, anche un semplice sguardo era sufficiente a far scattare nel pubblico una battuta salace seguita da risate incontrollabili. Comprese quelle del sottoscritto, imbarazzato ma non più in grado di contenersi, tra l'osservazione degli attori e quanto le orecchie recepivano dal pubblico. Al culmine del pathos, quando il barbone-indovino Tiresia, seduto sopra un copertone, invita Edipo a sedersi sulle sue gambe con un gesto inequivocabile, dal pubblico si ode sommesso un: "mo' so' cazzi tuoi..." che fa ridere me ed i seduti in prima fila fino alle lacrime. Del resto, dopo gli amplessi promiscui, fino a quello di Edipo e Giocasta interpretato dai due attori completamente nudi, ci si poteva davvero aspettare di tutto.
Raccomandatissimo se ci si trova con l'umore sotto le scarpe. Si uscirà inebriati di divertimento. Al Teatro Vascello fino al 7 febbraio.

sabato 30 gennaio 2010

A tavola: cosa fare e non















Il perfetto commensale si rivela prima ancora di sedersi a tavola: infatti la prima prova delle sue buone maniere egli la da' arrivando puntuale. Aggiungiamo che non è neppure corretto andarsene subito dopo la fine del pranzo: qualcuno potrebbe pensare che abbiamo accettato l'invito solo per sfamarci.
Dal momento in cui si entra in casa dei nostri ospiti (l'ospite è colui che riceve. Coloro che partecipano sono gli invitati. L'uso improprio della parola "ospite" ne ha stravolto il significato al giorno d'oggi per cui è giusto ricordarne la versa dizione- ndr), dobbiamo dimenticare il nostro orologio e regolarci, idealmente, su quello dei padroni di casa. La padrona di casa (userò questo termine per convenzione) si sederà a tavola per prima, mentre è vietato agli altri commensali di precederla. E sarà ancora lei (o chiunque ricopra il ruolo di titolare del ménage domestico) a dare il via all'inizio del pranzo.
Alla fine del pranzo nessuno dovrà alzarsi prima che l'abbia fatto la padrona di casa , la quale d'altra parte aspetterà che tutti i suoi ospiti abbaino finito di mangiare.
Dopo questa premessa, il galateo del perfetto commensale si può riassumere in diversi punti, alcuni all'insegna delle buone maniere, altri all'insegna della discrezione.

Le buone maniere

- Non si tengono i gomiti sulla tavola, non si allungano le gambe, non ci si rannicchia sulla sedia.
- Non si fuma tra una portata e l'altra, neanche se i padroni di casa lo fanno; è una mancanza di riguardo, da parte loro, che non dobbiamo imitare. si può fumare alla fine del pranzo, ma prima di accendere la sigaretta se ne chiede il permesso.
- Non si posa la cenere nel bicchiere o sul piatto o nella tazzina del caffè, ma solo nel posacenere; se questo non è sulla tavola, lo si chiede alla persona di servizio (se c'è) altrimenti semplicemente ai padroni di casa, offrendosi di andare a prenderlo personalmente. Pipa e sigari a tavola sono rigorosamente vietati.
- Non si soffia sulla minestra che scotta: si aspetta si raffreddi spontaneamente. Non moriremo di inedia nel frattempo ed eviteremo di apparire impazienti.
- Non si raccoglie, di regola, salse sughi e intingoli rimasti nel piatto.
- Non si riempie esageratamente il proprio piatto e non si lasciano avanzi visti, ma neanche si pretende di far sparire anche l'ultima briciola o goccia di sugo.
- Non ci si accanisce sulle ossa de pollo come se spolparle fosse un punto d'onore.
- Non si fanno bocconi troppo grossi, né se ne introduce uno prima di avere inghiottito l'altro; non si sgranocchia rumorosamente.
- Non si sorbisce il brodo con risucchi e sibili vari.
- Non si assapora il vino con mimiche da intenditore, magari rovesciando il capo all'indietro, come se fossimo attaccati a un fiasco. Si evita di fare "glu-glu" deglutendo.
- Non si schiocca mai la lingua dopo aver bevuto.
- Non ci si dedica masticando a operazioni di interesse generale (condire l'insalata, versare il caffè, tagliare un dolce, ecc.)
- Non si prende il sale col coltello, anche se difficilmente potrebbe venire servito in ciotole rispetto ai più comuni macina sale.
- Non si addenta il pane, né lo si taglia col coltello, ma ci si limita a spezzarlo con le mani, senza spargere troppe briciole, né sulla tovaglia né per terra.
- Non si appoggia il pane sul piatto che si ha davanti, non si preparano bocconcini preventivi, se ne stacca di volta in volta la quantità necessaria preoccupandosi di non lasciare avanzi.

La discrezione

- Non si chiede sospettosamente come è stato cucinato un piatto prima di servirsi: si tratta di una indelicatezza irrecuperabile.
- Non si toccano i cibi né con le mani né con le posate, prima di decidere quale prendere. Non si palpa la frutta per sentire se è matura.
- Non si tagliano le pietanze sul piatto di portata.
- Non si porta niente alla bocca direttamente dal piatto di portata. Ogni cosa va prima posata nel proprio piatto e di lì portata alla bocca.
- Non si guarda nel piatto degli altri, né si spia il loro modo di mangiare.
- Non si fanno troppi complimenti, non si insiste; non si rifiuta di servirsi prima dei padroni di casa se questi hanno proprio deciso così.
- Non si rivoltano i piatti per vedere di che marca sono, né si guardano i bicchieri contro luce, fosse pure per ammirarne le bellezze;
- Non si monopolizza la conversazione; non si parla a voce troppo alta e non si ride fragorosamente.
- Non si intascano o si impacchettano dolci o frutti o altre delizie con l'idea commovente, ma non elegante, di farli assaggiare al nipotino.
- Non si mostra mai di aver fretta, cominciando magari a mangiare pane o a versarsi da bere in attesa di essere serviti; non si danno segni di impazienza tra una portata e l'altra, ma nemmeno si continua a chiacchierare invece di mangiare una volta serviti.
- Il piatto vuoto non si sposta nervosamente a destra o a sinistra: si aspetta che venga tolto dalla padrona di casa o dalla persona di servizio.

domenica 24 gennaio 2010

Come si usano i bicchieri
















L'utilizzo dei bicchieri può sembrare la cosa più semplice e scontata che possa esistere a tavola. Eppure dimostreremo con con poche e chiare regole che non è così e di quanto sia importante badare ai dettagli.
Innanzitutto, come devono essere i bicchieri? Di che tipo e in che materiale. Diciamo che potenzialmente ogni strada è aperta, soprattutto alla luce delle nuove alternative fornite dall'odierno design. Tuttavia l'impostazione classica vuole i bicchieri in semplici vetro per la tavola di tutti giorni ed in prezioso cristallo per le occasioni importanti. Nell'uno o nell'altro caso hanno comunque una funzione decisiva per l'eleganza della tavola: quella di "legare" tutti gli altri elementi, creando un effetto armonico. Per ottenere questo, tuttavia, non basta averli scelti con criteri di razionalità e di buon gusto; occorre anche saperli disporre con garbo e sapersene servire con proprietà.

Come si dispongono - Per prima cosa un consiglio: non cedete alla tentazione di esibire sulla tavola l'intero servizio; davanti ad ogni commensale devono trovarsi due bicchieri, al massimo tre, se si tratta di un pranzo importante: uno grande per l'acqua, uno medio per il vino, eventualmente un terzo pure da vino, quando si prevede di servirne due qualità, rosso e bianco. Il bicchiere per il vino rosso sarà più grande di quello per il vino bianco. Si dispongono davanti al piatto e in ordine decrescente: il più alto a sinistra, il più basso a destra, perché non siano d'impaccio a chi deve servire.

Tipo e colore - La tavola classica prevede che tutti i bicchieri appartengano a uno stesso servizio, cioè che siano uguali per forma e colore. Tuttavia nulla vieta di accostare due o più tipi, purché l'accostamento sia armonioso e non appaia casuale. Anche in certi servizi completi, del resto, i bicchieri da vino o quelli da dessert sono "a sé", se non come stile come colore: qualche volta sono colorati a differenza di quelli da acqua, rigorosamente trasparenti. L'importante è che tutti i bicchieri da acqua siano uguali tra loro come tipo e colore, e così quelli da vino e da dessert e così via.

Come si usano - Il bicchiere senza stelo si prende sempre dalla parte più bassa; i bicchieri a calice e le coppe non si prendono per il gambo, ma si sollevano reggendo con la mano il recipiente. Diffidate di chiunque vi dica il contrario, fosse anche un pluri-patentato Sommelier. A nessuno è permesso, in un pranzo conviviale, di trasformare la degustazione del vino in un controllo qualità con metodi da laboratori chimico: tenere il calice per il gambo impedisce che il calore della mano alteri l'aroma e/o il sapore del vino, e via elencando altre stravaganze. La perizia dei degustatori e le loro tecniche troveranno spazio più appropriato in altri luoghi e momenti, come ad esempio l'acquisto di botti o di barili presso le opportune aziende vinicole.
Non si va incontro col bicchiere a chi versa il vino (o l'acqua). Non si copre mai il bicchiere col palmo della mano per significare " basta". Tanto meno lo si capovolge in segno di preventiva e assoluta astinenza. E' più che sufficiente dire: " No grazie, non bevo" o "Basta, grazie" senza ricorrere a questi esasperati gesti di difesa, quasi si temesse di venire ubriacati per forza.
Non si prende mai il bicchiere dei vicini di posto, per versarle o farle versare da bere.
Non si beve mai a bocca piena e non si accostano le labbra al bicchiere senza averle prima pulite col tovagliolo.
Non si vuota il bicchiere tutto d'un fiato come se si fosse terribilmente assetati.
Non si indugia con le labbra sul bordo del bicchiere.
Non si solleva il mignolo per aggiungere grazia all'operazione.
Si beve e basta. Senza rumori. Senza gesti inutili. E soprattutto senza risucchi od insopportabili schiocchi di lingua.

giovedì 21 gennaio 2010

I doveri dell'invitato a pranzo
















Innanzitutto, chiariamo subito ogni possibile frainteso. Per "pranzo" si intende sempre il pasto consumato alle ore 20. Quello che comunemente viene definito pranzo, consumato invece a metà giornata, è propriamente la "seconda colazione". La "cena" è invece il pasto consumato dopo le 22. Questa distinzione, forse un pò scolastica e sicuramente passata fuori uso, serve a comprendere meglio il significato della parola pranzo, soprattutto nella sua dizione intrinseca di "pasto importante". Vediamo dunque quali sono le semplici regole a cui l'invitato deve attenersi.

1) Chi è invitato a un pranzo è innanzitutto tenuto a dare una risposta sicura e definitiva entro ventiquattro ore; per scritto, se l'invito è scritto (pensiamo agli sms o alle email), se ha occasione di incontrare chi l'ha invitato, altrimenti per telefono.

2) Deve arrivare in orario: possibilmente con un anticipo di cinque o dieci minuti (ma non di più) sull'ora esattamente indicata dai padroni di casa. Se è costretto a ritardare avvertirà per telefono, spiegando il motivo del ritardo. Se non avrà neanche la possibilità di avvertire (poniamo un incidente o un ingombro nel traffico), tanto più vive dovranno essere le sue scuse all'arrivo. Se prevede che il ritardo supererà la mezzora (per ragioni che dovranno essere comunque plausibili), telefonerà sinceramente dispiaciuto comunicando di rinunciare a partecipare al pranzo per non disturbare tutti col suo ritardo; solo se il padrone/la padrona di casa insisterà si presenterà carico di scuse e costernazione per tutti.

3) A meno che non sia molto in confidenza con la signora, l'invitato non porta i fiori con sè; glieli invia circa un'ora prima accompagnati da un biglietto da visita, con una frase di ringraziamento anticipato; oppure il mattino dopo, con un biglietto in cui si congratula per la perfetta riuscita del pranzo; con sé invece può portare, se è abbastanza in confidenza con gli ospiti, una scatola di cioccolatini o altri dolci.

4) Avviandosi a tavola, non chieder subito: "Dov'è il mio posto?", ma aspetterà che il padrone/la padrona di casa glielo indichi e, prima di accomodarsi, che si siano sedute tutte le donne. Se l'invitato è una signora, potrà sedersi dopo che si sarà seduta la padrona di casa; se al contrario è una ragazza, lascerà che prendano prima posto tute le donne più anziane di lei.

5) L'invitato non incomincerà a mangiare appena servito, ma lo farà solo dopo che si saranno serviti altri due o tre commensali (e tutte le signore, padrona di casa compresa). Inoltre mostrerà di gradire tutto quello che gli viene offerto, senza però fare la parte del leone; se qualcosa proprio non gli va, non la rifiuterà con orrore o con aria colpevole, ma brevemente, con un sorriso di scusa e senza tirare in causa dettagliate descrizioni sui capricci del proprio fegato, poco interessanti per gli altri e decisamente fuori luogo.

6) Ogni invitato ha poi il preciso dovere, di cortesia e di gratitudine, verso chi lo ha invitato, di fare il suo meglio per contribuire alla buona riuscita del pranzo. Aiuterà a far passare i piatti di portata (se non c'è servitù) servirà (se è un uomo) il vino a entrambe le sue vicine; converserà amabilmente (se è una donna) con i suoi vicini; non con uno solo di essi, ignorando completamente l'altro, non troppo poco, non troppo, stordendoli e impedendo loro di mangiare.

7) Finito il pranzo ognuno attenderà per alzarsi un cenno d'invito che verrà dato dal padrone/ padrona di casa. Alzarsi da tavola senza un segno di velato permesso da parte dell'ospite è scortese: si darebbe l'impressione che l'invito è stato accettato solo per riempirsi lo stomaco, prima ancora che per il piacere della compagnia.

lunedì 18 gennaio 2010

Avatar

In un pianeta dal nome poco beneaugurante - Pandora - sperduto in un galassia che non c'è, accanto ad una nebulosa sconosciuta, nell'anno 2150 del non si sa quale Signore, vive un popolo di zebrati Watussi blu con grandi occhi gialli e coi centri del piacere piazzati nella lunga coda sfrangiata. Inconsapevoli di camminare sopra i giacimenti di un minerale preziosissimo, valutato 20 milioni di dollari al chilo sui banchi del mercato del pianeta Terra, il popolo dei Watussi zebrati di blu riceve la sgradita visita dei terrestri, armati di un arsenale bellico spaventoso, intenzionati a conquistare quelle terre coi sottosuoli ricchi del prezioso minerale. Prima di far parlare le armi, gli scienziati tentano un approccio col popolo indigeno attraverso la creazione degli Avatar, creature costruite attraverso un mix di cellule umane e watussiane, simili in tutto e per tutto agli indigeni ma comandati da un pilota terrestre attraverso un sarcofago che collega il sistema nervoso loro con quello del loro avatar. In questo modo si inizia a studiare il popolo dei Watussi blu, imparandone la lingua ed il folklore locale. Questi esseri vivono in simbiosi con la natura, fatta di una flora e di una fauna molto similare a quella preistorica terrestre. Cavalcano pterodattili a quattro ali e si difendono da ogni attacco con arco e frecce avvelenate. Gli avatar, comandati da remoto dai militari terrestri, si mischieranno con gli indigeni per cercare di convincerli educatamente a farsi da parte e a lasciar spazio alle gigantesche ruspe terrestri, affamate del succulento minerale depositato nel sottosuolo.
Uno dei piloti degli avatar ha il cattivo gusto di morire a inizio missione, ponendo in seri guai gli scienziati per trovare un degno sostituto. Scoveranno il fratello gemello Jake Sully (Sam Worthington), di professione marine e costretto sulla sedia a rotelle da grande invalido di tutte le guerre, perché il suo dna è identico a quello del deceduto. Il ragazzo, ribelle per antonomasia, spavaldo per natura e ottuso per contratto, infischiandosene delle rigide procedure prenderà l'iniziativa fomentato dal solito colonnello-cattivissimo-tutto-di-un-pezzo MIles (Stephen Lang) che non vede l'ora di giocare ai soldati, scagliando sulle povere zebre blu tonnellate di bombe e di proiettili. Chi vincerà la guerra dei mondi? I soliti terrestri tecnologici e affamati di risorse energetiche o le naturiste zebre watusse blu con sexy tanga a coprire delle pudenda che non ci sono? Non c'è che andarlo a vedere.

La visione è stata in 3D. James Cameron non era ancora soddisfatto della grande macchina da guerra di effetti speciali che mise su per Titanic. Ha voluto strafare e per certi versi ci è riuscito. Con alcune riserve: la durata del film è oggettivamente eccessiva per una visione a tre dimensioni continua. Allo scadere della seconda ora il cervello umano comincia a perdere i colpi e non riesce più a decifrare tutto il tridimensionale che gli viene sparato attraverso l'occhio. In più la riuscita dell'effetto, occhialetti a parte, è fortemente condizionato dalla sala cinema che deve essere di dimensioni adeguate soprattutto in larghezza, più che in altezza. La scelta del cinema, per una visione davvero godibile, deve essere ben ponderata. Altrimenti meglio ripiegare sulla normale visione in 2D comunque disponibile. Naturalmente sarebbe il caso di bilanciare meglio, per il futuro, l'equilibrio tra effetti visivi e sceneggiatura (quest'ultima davvero debole e scialba, ma avranno pensato che gli effetti speciali e la grafica computerizzata potesse supplire adeguatamente). Un film da vedere. Bello senza dubbio. Ma non rivoluzionario così come era stato presentato.

domenica 17 gennaio 2010

Posate e Stuzzicadenti

L'uso corretto delle posate è senz'altro uno dei punti fondamentali del galateo della tavola, quello che meglio di ogni altro distingue la persona disinvolta e ben educata. Parleremo del loro uso in generale: dedicheremo alcuni prossimi interventi all'uso corretto delle posate con pietanze particolari.
Le posate non si impugnano come martelli ma si tengono tra le dita il più scioltamente possibile, dalla parte alta del manico, senza mai allungare l'indice sul dorso della lama sui denti della forchetta e senza sollevare leziosamente il mignolo. Non si gesticola con le posate in pugno e neppure si giocherella con le posate per passare il tempo o darsi un contegno. Non si introducono né si appoggiano mai le posate sul piatto di portata. Quando si smette per un momento di mangiare, le posate si appoggiano sul proprio piatto, con il manico sul bordo e le punte sul centro. Quando si è terminato di mangiare, le posate si pongono parallele sul piatto, coni manici rivolti a sé. Se vi cade una posata non lanciatevi a raccoglierla (a meno che manchi la persona di servizio), e soprattutto non usatela, ma aspettate che vi sia sostituita.
Vediamo ora come devono essere manovrate le posate una per una.

Coltello
Il coltello si usa per tagliare, mai per portare il cibo alla bocca e si usa sempre insieme alla forchetta; la forchetta sta nella mano sinistra e trattiene il pezzo da tagliare; il coltello viene tenuto con la destra. Col coltello si tagliano solo i cibi che lo richiedono, non quelli che possono essere spezzati o raccolti con la forchetta o il cucchiaio. Il coltello si usa da solo in rarissimi casi: ad esempio per spalmare il burro e formaggio sul pane. Non si usa il coltello per prendere il sale. Se si deve porgere il coltello a qualcuno lo si fa tenendolo nel punto in cui la lama si congiunge col manico e rivolgendo il manico verso l'altra persona.

Forchetta
La forchetta serve per portare il cibo alla bocca e per trattenerlo quando deve essere tagliato. Va tenuta con la destra quando si tratta di vivande che non richiedono l'uso del coltello, con la sinistra quando la destra è occupata dal coltello, del quale ci si può servire per adattare sulla forchetta i vari bocconi; si tiene con l'indice appoggiato sulla parte posteriore del manico, verso l'inizio dei denti. Quando si è tagliato il cibo si preme leggermente la forchetta nel boccone e lo si porta così alla bocca; nel caso di cibi morbidi (come il purè, il budino o il paté) la forchetta verrà usata "a cucchiaio", cioè staccando o raccogliendo il cibo, con un movimento che va dal entro del piatto verso di noi.

Cucchiaio
Il cucchiaio va usato solo per le vivande liquide o semi liquide come le minestre o i dolci alla crema. Ricordiamo però che il brodo servito in tazza deve essere sorbito direttamente dalla tazza stesa, senza l'aiuto del cucchiaio (molti sono ancora convinti del contrario...). Il cucchiaio va tenuto tra pollice e indice e appoggiato sul medio. Non va riempito attirandolo dal bordo del piatto verso di noi, ma in senso inverso, cioè con un movimento che va dal bordo della tavola verso il centro. Il galateo di una volta voleva che il cucchiaio fosse portato in bocca non di punta, ma di lato. Oggi questa regola è scaduta. Naturalmente non si può continuare a usarlo di lato se si è abituati così e se lo si sa fare alla perfezione, senza risucchi e senza sbrodolamenti; altrimenti è molto meglio infilarlo in bocca dalla punta, seguendo un sistema più attuale. Non si introduce troppo profondamente in bocca il cucchiaio, né si consuma il contenuto del cucchiaio a rate, ma tutto in in una volta, ecco perché non bisognerebbe mai riempire la capacità del cucchiaio oltre il consentito.

Stuzzicadenti
Questa voce merita una trattazione a parte, visto che fortunatamente se ne è perso l'uso comune già da molto tempo. Peccato però che lo strumento sia stato sostituito da abitudini poco graziose, come quello di usare le dita per compiere ciò che prima si delegava allo strumento. Ci limiteremo a dire che la pulizia dei denti, immediatamente dopo il pasto con lo stuzzicadenti, non va fatto assolutamente a tavola. Neanche riparandosi con civetteria dietro la mano aperta a ventaglio o con ridicolo pudore dietro il tovagliolo, il che non migliora la situazione, anzi la peggiora, rendendola ancora più evidente. Si consiglia quindi di allontanarsi dal tavolo per pochi istanti a compiere l'operazione di rimozione detriti dalla bocca, possibilmente in bagno. Lo stuzzicadenti presentato a tavola non costituisce un invito ad usarlo in quel luogo, serve soprattutto da monito verso quelle persone che sarebbero capaci di infilarsi le mani in bocca fino al gomito.
Solo in casi eccezionali (lisca di pesce conficcata in una gengiva) sarà lecito servirsi dello stuzzicadenti, ma si dovrà farlo con rapidità, semplicità e discrezione, senza complicare l'operazione con illusori paraventi.

Casi estremi
Anche questi succedono. Come al sottoscritto molti anni fa nel corso di un pranzo di matrimonio. L'antipasto era fatto di un trancio di pescespada. Durante la masticazione un invisibile quanto lunghissima lisca si era andata a conficcare in una tonsilla, rendendo quasi impossibile richiudere la bocca. Soffocato anche dal nodo della cravatta, consumai tutte le energie per minimizzare l'accaduto, alzandomi elegantemente da tavola e con la bocca semi aperta recarmi in bagno. In queste situazioni e si prende il coraggio a due braccia : conficcai la mano in profondità fino a raggiungere la tonsilla estraendo il corpo estraneo. Esperienza non edificante, ma vissuta lontano dagli sguardi dei commensali.

venerdì 15 gennaio 2010

E' in arrivo una nuova rubrica!

Di fronte al dilagare degli orrendevoli modi della nostra società, insozzata sia nel linguaggio che nei costumi, ho deciso di aprire la sezione Bon Ton e Galateo. Complice una poderosa documentazione ritrovata fra gli scaffali delle mie librerie. La signora fotografata qui accanto, per quanto possa sembrare paradossale, sarebbe considerata la quintessenza del buon gusto secondo alcuni canoni americani di provincia. Tutto è esagerato in lei: la parrucca bionda cotonata, il tailleur con le applicazioni di raso e paillettes in un azzurro troppo forte ed un filo di perle dozzinali e sintetiche. Eppure il suo sguardo e l'espressione sprizzano dignità senza uguali. Se intuite il profondo meccanismo di questo paradosso, allora siete pronti a consultare anche i prossimi articoli che usciranno sull'argomento!
Buone maniere a tutti!

mercoledì 6 gennaio 2010

A serious man

In questo periodo dell'anno il cinematografo stenta a riprendersi, influenzato ancora com'è da cinepanettoni confezionati dai soliti noti nei posti del mondo più strampalati. Il mio input di recarmi comunque in sala è stato raccolto dall'amica Cinefilante, proponendomi di andare a visionare il nuovo film dei fratelli Coen (mi chiedo se i suddetti fratelli non si siano persi una "h" nel cognome, ma questa è tutt'altra storia...). L'inizio della storia non promette bene, anzi sembra annunciarsi una piuttosto noioso per la lentezza con cui si svolge ed il contesto ambientale in cui è inserita. Si viene catapultati in qualche sperduta landa del Minnesota alla fine degli anni '60, dove il protagonista professor Gopnik insegna stancamente fisica nella locale università. La sua vita procederebbe pedantemente tranquilla, se non venisse travolto da una serie di eventi in chiave yddish che porterebbero al suicidio perfino il più stoico dei fedeli. Gopnik scopre che la moglie vuole divorziare da lui per sposare un vecchio amante, il figlio maschio che deve prepararsi al barmivza è dedito alla cannabis mentre la figlia si preoccupa solamente di lavarsi i capelli in continuazione e di potersi, un giorno, rifare il naso.
A rischio è anche il suo stesso posto di lavoro, che ai giorni d'oggi potremmo definire "precario" ma che negli anni '60 in cui è ambientato si definiva come "aspirante al ruolo", dove il consiglio di facoltà non sembra convinto di volerlo prendere definitivamente, visto le poco lusinghiere voci che corrono sul suo conto, sebbene del tutto prive di fondamento. Il povero professore, subisce gli eventi con una passività allucinante, convinto com'è che tutti i guai che sta passando sono prove inviategli da Dio per testare la sua fede. Per verificare se davvero si tratta di questo e spinto dagli ottusi suggerimenti dei membri della sua comunità, Gopnik si decide ad incontrare tre diversi rabbini, uno dopo l'altro, secondo una scala gerarchica che somiglia molto a quella cattolica. Ognuno di essi fornirà un sermone più strampalato dell'altro, senza fornire un vero aiuto al povero diavolo tormentato da come leggere ed interpretare gli eventi che sta vivendo. Anche se non si riuscirà a superare tutto, il barmivza di Danny si farà, tutti saranno contenti e la vita riprende il suo solito iter, esattamente da dove era partito il racconto, cioè dalla scuola ebraica domenicale - equivalente al nostro catechismo. Sembra tutto risolto, ma il finale è confezionato a maglia con un dritto ed un deciso rovescio.
Se non fosse per la costante ironia su cui è ispirato e le esilaranti interpretazioni degli attori, capaci spesso di farti ridere con una sola espressione od un motto arguto, il "fondo oculare" della storia è davvero surreale. Una proiezione a tutto tondo della comunità ebrea intesa in senso nucleare. Non vi sono contaminazioni esterne, gli ebrei di questa storia vivono tra di loro senza alcuna interazione con membri diversi dalla loro Fede, sia pure abitanti nello stesso quartiere. Le uniche eccezioni sono rappresentate da due vicini di casa, rispettivamente una donna ed un padre e figlio, dipinti e rappresentati in chiave fortemente denigrativa in quanto non israeliti: la vicina di casa come una procace moglie insoddisfatta, simbolo di perdizione e lussuria. Il padre e figlio come due caricature nazistoidi che arrivano a sparare ad un ebreo, il fratello del professore, seppure in una scena soltanto sognata dal protagonista. Non trova alcun senso invece l'apertura del film su un corto in chiave yddish polacca, in cui nel gelo delle lande intorno a Cracovia, ascoltiamo i racconti di un pastore che torna a casa raccontando alla moglie di essere stato aiutato da un rabbino che lei sapeva essere morto tre anni prima e che, con tutta certezza, doveva trattarsi del fantasma di un'anima dannata. Molto carino. Ma che diavolo c'entrava col film? Per me un beato nulla. Ma non ditelo in giro. Potrei disturbare il coro di chi ancora intona: "Capolaavooroooo!".