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martedì 7 dicembre 2010

Ballestrero in pausa di riflessione

Avevo bisogno di schiarirmi le idee ed ho pensato che questo fosse il posto più fresco per meditare in santa pace. Le meditazioni sono quasi finite e sarò presto tra voi. Mi spiace di avervi lasciato senza post per molto tempo, ma saprò farmi perdonare!
Ringrazio tutti coloro che (non) si sono chiesti che fine ho fatto in queste settimane :-)

venerdì 12 novembre 2010

Non l'ho ancora visto, ma questa anteprima che mi ha segnalato l'amico giornalista mi ha fatto talmente divertire che sono sicuro che ci andrò presto!

domenica 31 ottobre 2010

Come tu mi vuoi


Questo film ha ricevuto una sequela infinita di stroncature. A cominciare da quella, peraltro divertentissima, dell'amico X (non posso sve
lare il suo nome) sul suo blog. Eppure questo film ha esercitato una fascinazione particolare su di me. Sotto la superficie apparentemente lieve e banale si
nasconde una bella trattazione sociologica dei tempi moderni, una visione della società consumisti
ca dell'apparire, dove anche chi ha sostanza deve cedere a tale legge per fare emergere ciò che ha dentro. Non per niente il film ruota intorno alla facoltà di Scienza della Comunicazione, quasi a fare da corince generale nel variopinto affresco di personaggi che popolano il film.
Giada Ferretti (Cristina Capotondi) è una studentessa fuori sede a Roma, salita dalla provincia alla grande città. E' lo stereotipo della ragazza impegnata, che prende tutto seriamente, non conosce ironia e non sa sdrammatizzare. A completare il tutto viene in soccorso una bruttezza non da poco, esaltata da un vestiario che ricorda molto le coperte militari infestate dai vermi.
Si aggira per l'università dove è di casa come i topi di biblioteca che la popolano e non lascia mai il cervello sgombro: si guarda in giro, analizza i fenomeni sociali e di mass media
condannandoli senza mezzi termini. Insomma, tanto brava quanto noiosa da morire. Il giorno dell'esame incontra Riccardo Croce, giovane figlio di papà pieno di soldi, un pò coglione,
insipiente quanto basta, carico di soldi non suoi e contornato da un giro di amicizie fatti di giovanotti come lui e ragazze galline, benché firmatissime truccatissime e sceme quanto basta. In pieno caro euro, per sopravvivere a Roma, Giada (di origini burine, sebbene parli un ottimo italiano) inizia a dare ripetizioni per sbarcare il lunario. Mette l'annuncio in facoltà, perduto tra diecimila altri, ed il destino cinico e baro ci mette del suo. A chiamarla "al buio" sarà proprio Riccardo. Si incontreranno a casa di lui per la prima lezione. Per lei una spina nel fianco, per lui l'ennesima occasione per fare il piacione anche con lei, definita senza mezzi termini "un bidet coi capelli". Galeotto fu l'annuncio e chi lo scrisse, direbbe qualcuno, perché la bruttona socialmente impegnata inizia a mostrare segni di cedimento per il coglione belloccio. Anche a lui piace "Maria la Sanguinaria", altra definizione coniata da lui, ma la scocca è del tutto repellente. Come fare? Giada cede e si fa consigliare dalla cugina buzzicona dai gusti bifolchi, andando in giro per negozi a provare vestiti e indumenti campioni di indecenza. Eppure è proprio qui che Sara, la cugina buzzicona, snòcciola una perla di saggezza che rimarrà impressa a fuoco a tutto il pubblico, pagante e non:

"Ah Gggiadaaah!! La storia della bellezza interiore.... E' 'NA CAZZATAA!!"
Preso atto di ciò, Giada decide che forse è meglio andare in perlustrazione da sola per negozi
senza l'ingombrante compagnia di Sara. A piazza di Spagna, rimirando le vetrine di Lacoste chiusa nel suo maglioncino infeltrito e adornato di gigli fiorentini, incontra Fiamma. Fiamma, amica di Riccardo, diventerà la sua pigmalione trasformandola sia esteticamente che socialmente. Al punto da insegnarle le basi delle relazioni futili e vuote. Alla domanda "come stai?" Fiamma chiarisce le idee a Giada, suggerendo di evitare la sincerità cui nessuno vuole davvero, rifugiandosi nella metrica latina attraverso questa filastrocca:


come stai ? - bene tu?
che combini? - gran casini, lascia stare -
bel vestito! - appena preso -
grande festa - vodka tonic -
che casino , e' morto pino - un po' sciattino

Un pò di trucco e parrucco, i vestiti giusti e la brutta anatroccola si trasforma in "topatomica", altro nomignolo stavolta coniato dal cugino di Riccardo Loris, che la vede dimenarsi ad un rave di ragazzi "bene" mentre mostra profonde scollature e gran pezzi di coscia. Attaccata, ovviamente, ad una bottiglia di vodka, ça va sans dire...


Insomma la vecchia Giada diventa come il pubblico la vuole. Finalmente Riccardo può farsela a ripetizione senza provare ribrezzo. Però Riccardo ne cambia una a sera, mentre la nuova Giada sia pure con la scocca nuova ci resta malissimo. Ci penserà l'università a farli rincontrare in ruoli diversi e con conseguenze prevedibili.
Senza dubbio la trama del film si regge sull'argilla, per non dire sul fango, ma non è quest'ultima ad essere esaltata. Ciò che viene esaltato sono i temi che i film evidenzia, ossia l'eterno contrasto tra l'apparire e l'essere. Cosa conta di più tra i due? La risposta a freddo potrebbe sembrare scontata, ma una riflessione a caldo suggerisce di no. Ciò che difatti il film sembra suggerire come soluzione finale è questo: essere ed apparire sono funzionali, per non dire complementari, l'uno all'altro. In una metafora che non è chiusa alla semplice estetica, alla bellezza o alla bruttezza tout court fine a sé stessa. L'aspetto esteriore può aiutare a fare emergere e meglio trasmettere la sostanza cerebrale di cui si è dotati richiamando meglio l'attenzione. Concentrarsi sulla propria formazione culturale e spirituale, anche quando l'aspetto cui madre natura ci ha dotati non è granché, è comunque un esercizio necessario se non si vuole finire intrappolati nella vacuità che una vita tesa all'effimero potrebbe condurre.
Sarò io che ho visto tutto questo sotto effetto di sostanze che non sapevo essere allucinogene, oppure questo film rimane la boiata che sembra?
A voi i commenti!

giovedì 21 ottobre 2010

Passione - John Turturro

E' possibile realizzare un film documentario incentrato sulla canzona napoletana e, allo stesso tempo, descrivere la città e chi la abita al ritmo di quella musica traendone un affresco di note e colori che per una volta non sono stereotipate, logore o banali? John Turturro sembra esserci riuscito benissimo, con la bravura e l'accuratezza di un Goethe degli anni 2000 con il suo ultimo lavoro intitolato "Passione". Sebbene il titolo sia un pò retorico ed alquanto inflazionato, sarebbe tuttavia difficile trovarne di diversi ma calzanti con il ritmo ed i contenuti musicali del film. Passeggiando per Napoli, da Spaccanapoli ai "quartieri" - spagnoli -, da Piazza del Gesù a via Duomo, la città si apre alla vista del pubblico dove musica, parole e interviste si miscelano nel quotidiano dei napoletani, dei suoi turisti e dei suoi canzonieri. Protagonista indiscussa è la canzone napoletana. Non l'insopportabile neo melodica che si traduce in centinaia di migliaia di cd favz (falsi) con i volti sbavati dalle stampanti a getto di inchiostro di Gigi D'Alessio o Nino D'Angelo, facilmente repereribili sulle bancarelle di via Roma. In questo film-documentario è la canzone napoletana classica, reintepretata con suoni e virtuosismi del tutto attuali e cantate da voci gloriose del repertorio partenopeo: Peppe Barra, Gennaro Cosmo Parlato, Pietra Montecorvino, Massimo Ranieri, Raiz. Raramente si sono sentite delle esecuzioni così belle, vibranti ed appassionanti. Non credo di avere mai sentito una Tammuriuata Nera mixata con Pistol Packin Mama cantata così bene e appassionata da Peppe Barra, Max Casella e M’Barka Ben Taleb che ha aggiunto la nota acuta di richiamo berbero dal fascino indescrivibile.
Balli, canti, musiche e assoli si mescolano morbidamente alle interviste con i cantanti ed i gruppi, tra cui gli Avion Travel.
Come già affermato dal Cinefilante, questo film lascerà sicuramente il segno per la sua colonna sonora. Che non mi lascerà sereno finchè la colonna sonora non sarà presto disponibile su cd!

Adèle e l'enigma del faraone


Prologo

Mi presento al cinema senza la minima cognizione di quello che sarei andato a vedere. Si è trattato come al solito di uno di quegli inviti cosiddetti “ad aggregazione”, dove cioè non bisogna svolgere alcun ruolo attivo per la scelta del film o della sala, salvo quello di dire “si vengo, dimmi ora e luogo” oppure “mi spiace non ci sarò”. E’ curioso osservare come questo schema, che di solito mi ritrovo ad applicare più per il teatro, stia progressivamente coinvolgendo anche il cinema.L’aggregazione è stata capitanata dal Cinefilante che assieme ad amici comuni ci ha dato convegno al cinema Doria per vedere questo film firmato da Luc Besson.

Svolgimento

La giovane eroina Adèle Blanc-Sec è una specie di Indiana Jones del primo '900 il cui scopo nella vita è quello di guarire sua sorella Agathe che vive oramai in stato catatonico per via di uno spillone per capelli conficcato dietro la nuca e che le trapassa la testa, risultato di un incidente durante una partita di tennis. Assieme al professor Marie-Joseph Esperandieu (laureato in fisca a 16 anni, come ci spiega la voce narrante all'inizio del film) e alle sue straordinarie potenzialità di ridare vita ai morti, tenterà di riportare in vita la mummia del medico personale di un faraone affinchè trovi una cura o un modo per risanare la sorella. Girovagando per l'Egitto, in mezzo a cacciatori di tesori di piramidi, corse rocambolesche per trasportare il sarcofago dal Cairo a Parigi e la nascita di uno pterodattilo che sorvola la città, l'avventurosa e grintosa Adele si ritroverà a barcamenarsi con mummie, etnografi, goffi poliziotti e sgangherati cacciatori. Il tutto condito da pochi effetti speciali e da una storia fantastica che non è fine a sè stessa ma si rende gradevole e dal ritmo ben cadenzato.

Una menzione particolare la meritano i costumi: bellissimi, curatissimi e di grande gusto. Una nota davvero particolare per un film fantastico la cui attenzione di solito dovrebbe rivolgersi all'azione e non alla cura quasi maniacale del dettaglio e dei materiali utilizzati.

lunedì 4 ottobre 2010

Due partite

Pieni anni '60. Quattro signore borghesi italiane si ritrovano ogni giovedì a casa di ognuna a rotazione per giocare a scala quaranta. Le rispettive figlie nell'altra stanza a giocare alle signore - come le loro mamme - ed a ritagliare le foto della principessa Grace di Monaco dalle riviste. Si gioca, si beve il tè, si fuma, ma soprattutto si parla. Si parla molto, spesso duramente, della loro vita e dei loro sogni, spesso infranti o repressi o disattesi. E le chiacchierate si susseguono in un sali e scendi di invettive, collere, qualche piccolo isterismo e tenere rassicurazioni. Beatrice aspetta un figlio e l'ultima doglia, con un balzo temporale, conduce gli spettatori negli anni '90 dove le figlie si ritrovano insieme per confortare il lutto di Sara, figlia di Beatrice, che ha perso la mamma proprio in quei giorni.
Attraverso questa linea di confine ideale tra il mondo delle mamme, incorniciato negli anni '60, e quello delle figlie chiuso negli anni '90 si delinea un quadro a due ordini i cui tratti comuni rimangono gli stessi sebbene siano trascorsi trent'anni ed una generazione.
Il quadretto del mondo borghese famigliare anni '60 è davvero ben reso: nello specchio dei tempi si richiedeva semplicemente (!) che le donne fossero buone mogli e bravi mamme, abili in cucina, truccate e pettinate come Mina e possibilmente senza grilli per la testa. Almeno in apparenza. Ma sotto lo smalto di moralistica perfezione, attraverso le accese conversazioni delle protagoniste, si scopre un mondo dove l'insoddisfazione sentimentale e personale la fa da padrone. C'è chi la maschera fin quasi a negarla come Claudia, chi invece la eviscera con rabbioso cinismo e sofferenza come Sofia. Chi non vuole arrendersi e sperare in un futuro migliore come Beatrice, salvo dover confessare che l'incomunicabilità e il vuoto affettivo creatosi per costruire un apparenza vacua e rispettabile, hanno poi lentamente condotto sua madre al suicidio. Ed ecco uscire fuori storie di tradimenti, attuati o subiti o semplicemente desiderati. Ognuna racconta le proprie storie, fornendo con esse la personale visione della vita di ognuna di loro, riverberando speranza, disillusione, acquiescenza o semplice nichilismo.
I dialoghi sono sicuramente la punta vincente di questo film, sebbene i migliori rimangano quelli della prima parte del film in cui protagoniste sono le "madri" degli anni '60. Tra questi sono sicuramente da incorniciare i due monologhi di Sofia, il primo dove racconta come sua figlia descriverebbe i propri genitori nella vita quotidiana:

- ... fuori di qui ridete, vi vestite eleganti e andate ad incontrare altre persone. Mi date il bacio della buonanotte e fuggite via. Vi separate sotto casa, rientrate a notte fonda, ognuno per conto suo. Fate piano come due adolescenti spettinati, i vestiti sgualciti... felici! E la felicità si spegne sui vostri visi con il clic della luce all'ingresso -

il secondo sulla sequenza maternità/matrimonio/realizzazione personale:

- ... noi godiamo a vedere il nostro corpo gonfio come un pallone, a rinunciare al talento, alla libertà. Noi vogliamo essere legate a qualcuno anche se ci strozza! Vogliamo essere di qualcun altro! E non c'è fine! Non c'è rimedio! -

Passano gli anni. Le figlie crescono. Gli anni sono passati. Non si ascolta più Mina in "Un anno d'amore", non si guida più la Lancia Fulvia. Cambia il lessico ed il linguaggio. Ma gli eterni temi della famiglia, dei rapporti d'amore che dominano la storia non cambiano. E i problemi delle figlie sono gli stessi che avevano le madri trent'anni fa.

Nato come pièce teatrale con le stesse attrici, la sua versione cinematografia è addirittura più gustosa. Un piccolo capolavoro scritto da Cristina Comencini ed elegantemente diretto da Enzo Monteleone. Vi chiedete se mi sia piaciuto? La risposta è si. Ed anche molto!

domenica 26 settembre 2010

Galateo del Matrimonio - Le variazioni sul tema


E' possibile organizzare unmatrimonio fuori dai rigidi schemi classici e formali. E' possibile farlo quando gli sposi, i parenti, gli amici sono dotati di una particolare verve comica e sono inclini a vivere la situazione con spirito allegro e goliardico. Naturalmente il tutto deve svolgersi fuori dalle mura di una chiesa o di qualunque altro tempio religioso. I riti civili sono quelli che più lasciano spazio alla fantasia. Come abbiamo avuto modo di vedere c'è gente che riesce a sposarsi anche sott'acqua, riunendo la giunta comunale a qualche metro sotto le onde come hanno fatto all'Isola d'Elba.Ballestrero si è invece impegnato personalmente in questa caccia alla stravaganza, ed ha ben pensato di conciarsi da cardinale non appena il promesso sposo suo amico (e sporadico scrittore di questo blog Alessandro) gli ha dato il lieto annuncio. Non credendo assolutamente che sarebbe arrivato a tanto, gli aveva promesso anni fa che semmai fosse convolato a nozze il sottoscritto si sarebbe presentato vestito da cardinale. E siccome per il sottoscritto ogni promessa è un debito, ho vinto il torrido caldo estivo e mi sono presentato alla cerimonia addobato come nella foto:


Per la riuscita del tutto, oltre ad una grande capacità interpretativa, è necessaria la collaborazione e l'acquiescenza di tutti. In primis dell'ufficiale di Stato Civile, amichevolmente complice della pagliacciata. Poi di tutti gli altri. Anche perché la veridicità del mio ruolo, che si è presentata dal nulla in una cittadina umbra di provincia, ha destato enorme scalpore e ammirazione. Nemmeno una star cinematografica avrebbe ricevuto tanti sguardi ammirati. Sono stati in molti a chiedersi chi fosse l'alto prelato presente al matrimonio. Chi avrebbe potuto dubitarne, del resto? Un tipo vestito di rosso che scende da una Bmw 530 nera, con tanto di autista che gli apre la porta di fronte al Palazzo Comunale dotato di loggiato, con l'ufficiale di Stato Civile che scende ad accoglierlo e lo saluta da autorità ad autorità. Ad alcune vecchiette sedute nel cortile del Palazzo Comunale è presa una paralisi. Avrebbero voluto da me una benedizione, una parola di conforto ma erano troppo emozionate per chiedermi alcunché. Ed io, che dentro di me morivo dalle risate, mi sono sforzato al punto tale che il mio volto rimanesse impassibile, ieratico ed ispirato.
Un suggerimento caloroso: piuttosto che lanciarsi in coreografie matrimoniali classiche, dove non si è sicuri di fare una bella figura, il matrimonio civile con risvolti goliardici è sicuramente da preferire.

martedì 10 agosto 2010

Galateo del Matrimonio - Gli Invitati

La stagione estiva si presta in modo particolare alla celebrazione dei matrimoni; siamo in agosto e sono certo che qualcuno sta terminando l'organizzazione del proprio o dovrà partecipare ad uno altrui.
In entrambi i casi è necessario avvisare che questo avvenimento pone in essere un'infinità di regole per le quali sarebbe necessario dedicare più puntate. Non è escluso che al tema verranno dedicati degli spazi aggiuntivi, ma per ora mi limito a fornire un vademecum, diciamo così, "base" a cui attenersi. In queste situazioni i commenti (che andrebbero comunque evitati) sono sulla bocca di tutti e bisogna evitare di suscitare quelli meno lusinghieri.

Abbigliamento

La prima regola, generalmente la più disattesa, è quella di evitare gli eccessi. Di seguito le regole base per uomini e donne.

Uomini: il vestito sarà sempre di taglio classico. Se siete in cerca dell'abito giusto, evitate come la peste qualunque luogo in cui l'insegna esponga la scritta "abiti da cerimonia", quando con quest'utlimo si intendono giacche di taglio ambiguo e panciotti in macramè. Si preferisca il color grigio o blu scuro. La camicia sarà preferibilmente bianca. Evitare colori pastello: sempre sconvenienti. Evitare camicie a righe: è una cerimonia, non una riunione d'affari. Evitare colletti botton down: decisamente casual. Ammessi ed eleganti i polsini con gemelli, tuttavia lasciamo a casa ogni variante spiritosa di questi ultimi: gemelli a forma di teschio, di peperoncino o di banana vanno bene per una festa goliardica e non per una cerimonia formale. Capelli: non importa se lunghi o corti, l'importante è che siano freschi di taglio e lavaggio. Se i capelli sono particolarmente lunghi è ammesso legarli, possibilmente in modo morbido e non tirato per non somigliare alla compianta Ave Ninchi. Barbe curate se lunghe o visi rasati. Scarpe: bandite sneakers di ogni genere, marca e costo. Scarpa di cuoio di colore intonato al vestito è quanto occorre, assicurandosi che non abbiano applicazioni di ferraglia inutile o fuori senso, fosse anche il filetto (dorato o cromato) sul mocassino Gucci. Occhio agli accessori: occhiali da sole ammessi purché intonati al proprio viso e sobri. Lasciamo le mascherine in policarbonato a coloro che hanno bisogno di celare i segni della cocaina dal proprio viso. Anelli, bracciali e orologi non vistosi sarebbero l'ideale. Sia pure con dolore, lasciamo nel cassetto gli anelli con le spade di Cesare Paciotti, il bracciale in corda e tartaruga che quella simpatica guida ci ha regalato durante il nostro safari in Kenya e l'orologio Casio al quarzo riesumato dalla Prima Comunione ed ultimamente ritornato in auge. Sapremo farci una ragione che gli anni '80 sono terminati 30 anni fa. Non fatevi incantare da chi vi dice il contrario: gli orecchini con zircone che brillano come un faro anche accanto ad una candela o il piercing a bullone incastonato nel lobo dell'orecchio non sono né sexy né eleganti. Sono semplicemente disgustosi. Le bretelle e le cinture non conoscono simbiosi, evitiamo di indossarle contemporaneamente. Anche per esse vale la frase pronunciata nel film Highlander: "...ne rimarrà solo uno!".
Attenzione: bretelle e stomaci pronunciati non sono compatibili. Fatevi un esame di coscienza e optate per la cintura se le bretelle rischiano di diventare delle pericolose corde di violoncello sulla cassa armonica della vostra pancia, col pericolo che ad un cedimento della pinza la stessa si trasformi in una frusta sul vostro volto. Se proprio non potete farne a meno, acquistatene del tipo non elasticizzato.
E' scontato ricordare che qualunque forma di borsello al seguito è bandita. Ricordatevi che Elio e le Storie tese ci hanno dedicato una canzone che è passata alla Storia.
Rifiutatevi con fermezza di addobare la propria auto con coccarde, nastri o ghirlande bianche anche se sono gli sposi stessi a richiedervelo. Adducete motivi religiosi. Se non se ne trovano di credibili nel Cattolicesimo, vi assicuro che i Quaccheri ne hanno da vendere.

Donne: ci delizia ricordare alle lettrici collegate che un matrimonio, dal più semplice e sommesso a quello più sfarzoso e opulento, non è un Casting. Sia che si svolga in un edificio religioso di qualunque culto, sia che si svolga presso gli uffici comunali non troverete registi e produttori pronti a scritturarvi. Trucchi lascivi, unghie "aggressive" e abiti striminziti sono quanto di meglio da indossare di fronte a Cinecittà quando sono a caccia di comparse o di figuranti da infilare nei reality show. Avrete più libertà nella scelta dei colori dei vostri vestiti e non sarete limitate nelle vostre decisioni come gli uomini, tuttavia è fondamentale non perdere la testa. Tinte unite e pochi decori sono l'ideale. Scartare a priori qualunque stilista che ha fatto dell'eccesso la propria ragione di vita. Non riceverete premi e nastri dall'Unesco per aver promosso tigri, zebre, ghepardi ed antilopi tramite i vostri vestiti. Al contrario, potreste essere denunciate. Anche le donne avranno capelli curati e acconciature ricercate, purché di ottima fattura. Non consegnatevi inermi al vostro parrucchiere: se vi propone delle frezze biondo platino su un castano scuro, rosso pompeiano su un rosso ramato o qualunque altra combinazione, abbiate il coraggio di dire di no: sembrerebbe che abbiate avuto un incidente dentro ad un colorificio piuttosto che una seduta dentro al coiffeur. Trucco: lo stile Cleopatra è finito con Elizabeth Taylor nel 1963 quando girò l'omonimo film. Il mondo nel frattempo è andato avanti. A meno che non siate esperte del ramo, fatevi consigliare da chi ne sa più di voi. Non fidatevi di chi vi propone l'amica estetista. Di solito si tratta di brave ragazze la cui formazione professionale è rimasta alle ore precedenti l'ingresso in discoteca il venerdì sera. Rivolgetevi altrove. I costi saranno più alti ma il risultato è garantito. Gioielli: pochissimi e di minimo ingombro. Se avete un anello importante e vistoso indossate solo quello. Le dita farcite di anelli sono prerogativa di cartomanti, fattucchiere e del Mago Otelma. Attenzione agli orecchini: quelli col pendente sono prettamente da sera. Se la cerimonia è di giorno, sceglietene del tipo opposto. Accessori: per borsa solo una pochette. Tutto il resto è noia. Ed inutilità. Scarpe: una gita al rettilario comunale costa meno ed è anche istruttiva. Osservare pitoni, boa e coccodrilli dopo che sono stati trasformati nelle vostre scarpe è triste ed osceno.

Nella prossima puntata parleremo del galateo degli sposi.


mercoledì 21 luglio 2010

Di nuovo in pausa

Ballestrero è di nuovo in pausa forzata sul suo blog. Come avrete notato sono un pò di giorni che non scrivo più. Non sono in vacanza, non ancora e quest'anno non so nemmeno se ci andrò. Sono semplicemente svalangato di lavoro. Cosa che ha la sua ripercussione qui sul blog, perché dopo settimane passate trottando come un cavallo la tastiera del computer è l'ultima cosa che vorresti manipolare. Non appena ritorna un pò di calma il blog riprenderà il suo normale andamento. Grazie a tutti voi che mi leggete!

giovedì 1 luglio 2010

Pasteur e L'oro della perla - Teatro Patologico Roma

Il Teatro Patologico con sede a via Cassia 472, presumo coordinato e diretto da Dario D'Ambrosi, ha dato spazio a due rappresentazioni distanziate da pochi minuti una dall'altra.


La prima dal titolo "Pasteur. Studio su due amici differenti" di e con Alessandro Pala, un monologo di un'ora il cui titolo si rifà al nome del romano Liceo Scientifico. Un'ora in cui l'attore, insieme protagonista e voce narrante, ci trasporta indietro a cavallo degli anni '60 e '70, nel pieno delle contestazioni studentesche e dei fenomeni terroristici tipici di quegli anni, rievocando fatti di cronaca vera del tempo. L'adolescenza liceale condivisa col suo compagno di banco. Le strade opposte intraprese da entrambi dopo il diploma, a cavallo tra università, politica militante e partecipazioni attive dell'uno e una divisa indossata dall'altro nella speranza di coltivare nei ranghi militari il suo sogno di sfondare in atletica. Sarà la storia di quegli anni, fino a culminare all'omicidio di Giorgiana Masi, che li farà rincontrare nel bel mezzo dello stesso e su fronti opposti. Per riconoscersi e confrontarsi con uno sguardo.



Storia non particolarmente appassionante ed impostazione recitativa più adatta ad un comizio che al teatro. La mancanza di pathos era quasi totale. Una recitazione volenterosa ma ancora grezza, necessaria della naturale evoluzione che solo prossime rappresentazioni, studio e passione porteranno ad una completezza.



La seconda rappresentazione, "L'ora della Perla" di Alessandro Corazzi, indubbiamente è quella che ha regalato maggiori soddisfazioni sia al sottoscritto che al resto del pubblico. Il protagonista Giulio è un giovane operaio che ha perso il lavoro in fabbrica. Strategie aziendali. O per usare un termine abusato: crisi. Stagliato nella solitudine di un piazzale, intenzionato a suicidarsi dandosi fuoco, attende paziente ma intimamente turbato l'arrivo di fotografi, cameraman e giornalisti per documentare in questo suo atto-denuncia l'impotenza umana di fronte a simili circostanze. Ma non si presenterà nessuno. Solo una giovane ragazza, Carolina, liceale spensierata e con molto tempo libero a disposizione passa per quel piazzale. Leggiadra, delicata, senza ombra di malizia e ricolma di ottimismo cerca un contatto con Giulio. Nella sua disarmante semplicità Carolina chiede a Giulio cosa ha in mente di fare. Più volte Giulio respinge le domande di Carolina, invitandola ad andarsene e ad occuparsi degli affari propri. Ma la genuina semplicità dell'approccio di Carolina fa si che il dialogo sorga




spontaneamente, diventando il fulcro dello spettacolo stesso. Le ragioni di lui e le soluzioni di lei si contrappongono come due specchi riflessi. Al nero pessimismo rappresentato da Giulio, con la caduta di tutti i sogni, i desideri e le speranze risponde l'armonioso e acerbo ottimismo di Carolina con incoraggiamenti semplici, forse melliflui, ma che invitano ad andare avanti. Il dialogo prosegue, la confidenza aumenta e un'amicizia è di li per nascere. E forse qualcosa di più. Succederà? Non lo sveleremo. Perché ciò che davvero conta è il fine morale e le conseguenze filosofiche che accompagnano lo spettatore sia durante che dopo lo spettacolo. La domanda che riecheggia e che non trova risposta è infatti questa: chi dei due vede la vita nella giusta prospettiva? Giulio, con il suo razionale realismo ed un pessimismo cosmico inibitore di qualsiasi riscatto? O Carolina, con la sua spontanea e naturale semplicità che le fa vedere tutto rosa anche quando la speranza sembra essere fuggita? Probabilmente non lo sapremo mai. Ma se la virtù sta nel mezzo, un invito ad equilibrarsi tra queste due sponde è implicito e raccomandabile.

I protagonisti sono stati entrambi all'altezza della regia e del testo affidatigli. Tutto si è mosso in tempi perfetti, la recitazione è stata spontanea ed efficace. Una punta di rabbiosità in meno nell'attore durante le scene drammatiche è consigliabile, anche se questa volta ci pensava il testo a stemperarla per lui. Semplicemente perfetta l'attrice in una parte non facile: rappresentare l'adolescente ingenuità e non scadere nello Zecchino D'Oro non è cosa da tutti.

domenica 27 giugno 2010

Un Brunch Cinefilante!

Un brunch organizzato dall'amica Cinefilante è una garanzia di gusto e benessere psico-fisico. Dopo un interruzione dovuta ad impegni lavorativi ed internazionali del nostro genio a tutto tondo, questa domenica ci siamo deliziati delle meraviglie da lei personalmente preparate (cornetti esclusi). Analizziamo nel dettaglio:

Foto 1

Nella foto n. 1 troneggiano fieri i celeberrimi Pancake del Cinefilante, arricchiti questa volta con piccoli cubetti di mela. Pronti ad accompagnare gli stessi lo sciroppo d'acero puro, la cannella e lo yogurt greco che in foto non compare, ma che è stato portato in seguito.

Foto 2

Nella foto n. 2 osserviamo sulla sinistra dei gustosi muffin salati al formaggio, mentre alla destra i celeberrimi e gustosi cornetti e ventagli della pasticceria Cristalli di Zucchero, che confermano nuovamente la loro alta qualità nei lieviti e nelle farciture. Una comune amica ha portato poi delle squisite ciliege d.o.p., provenienti dal fondo di Cassino che più naturale non si può. I muffin salati sono solo per i cuori forti, lo sturbo provocato dalla bontà potrebbe essere fatale...

Foto 3

Nella foto n. 3 troneggia una fantastica lasagna di pane carasau composta di verdure, besciamella artigianale, pomodrini confit e fiori di zucca. A fianco sulla destra degli invitanti e saporiti crostini di crema di olive verdi su pane alle noci.

Foto n. 4



















Gran finale con una splendida torta di lamponi freschi su crema pasticcera arricchita di bacche di vaniglia. L'impasto non è quello della semplice crostata, ma della ben più ricercata "pâte à tarte" francese, che conferisce consistenza e morbidezza su questa base rovesciata e farcita.
Il tutto accompagnato da caffè americano e Prosecco di Valdobbiadene Doc a tiratura limitata.

Ringrazio di cuore Cinefilante per l'estrema raffinatezza del brunch offerto, suscitando le iperbole di godimento gastronomico di tutti i presenti. Ma del resto da Cinefilante non ci si poteva aspettare di meglio. Dopotutto, non si appalude mai un soprano per essersi schiarito la voce...

venerdì 11 giugno 2010

Gli inviti



















Chiarezza innanzitutto

Quando non si vuol dare al ricevimento una eccessiva solennità, gli inviti si fanno a voce: di presenza o per telefono. Non ci sono formule speciali per questo tipo di invito. Le parole, il tono, il modo dipendono infatti dal grado di intimità che ci lega alle persone che desideriamo invitare, dal luogo e dall'occasione in cui rivolgiamo l'invito. In ogni caso, gli inviti devono essere chiari, completi, espliciti, tali cioè da non indurre l'invitato a chiedersi: "Ha invitato solo me o anche mia moglie/marito?" "Mi avrà invitato a pranzo o dopo pranzo?"; devono essere cordiali (mai invitare una persona come le concedessimo una grazia: piuttosto non invitiamola) e non devono essere mai perentori ("Devi assolutamente venire" "Non sento storie" "Guarda che se non vieni mi arrabbio sul serio"). Un invito deve essere un'offerta, non un ordine né una minaccia: si deve sempre lasciare all'invitato al possibilità di rifiutare senza sentirsi per questo imbarazzato e colpevole.

Tatto e discrezione

Non si invita una persona in presenza di un'altra che non si ha intenzione di invitare: o tutte e due o nessuna. Se si fanno degli inviti in presenza di qualcuno che ha rifiutato, si deve far capire a tutti che quest'ultimo è già stato invitato, onde non creare disagio. Gli inviti a voce vanno fatti con un certo anticipo, a meno che si tratti di riunioni non preorganizzate, ma nate dall'ispirazione del caso, comunque si avrà cura di invitare tutti i presenti, anche se tra questi ci sono persone che non ci piacciono: è un rischio che dobbiamo correre. Niente è infatti più antipatico e scortese che escludere palesemente un poveraccio dai nostri inviti, mortificandolo e facendolo sentire un reietto di fronte agli altri. Ancora peggio è escludere una persona mediante sotterfugi, facendo gli inviti all'orecchio o con manovre da cospiratori. Gli esclusi se ne accorgono sempre e hanno tutte le ragioni di offendersene e di pensare che l'invitante è un cafone. Altra cosa da tener presente, sia per gli inviti scritti sia per quelli a voce, è la discrezione: non invitare allo stesso pranzo persone che notoriamente si detestano, non invitare a una riunione di intellettuali (o presunti tali) un povero onesto ignorante, nè a una riunione di snob l'amica sempliciotta, né a una riunione di vecchi amici una persona appena conosciuta. Infine non fate mai inviti a persone celebri o importanti o di livello comunque superiore al vostro, a meno che queste non abbiano chiaramento dato a intendere di gradire la vostra compagnia ed i vostri eventuali inviti.

Gli inviti scritti

Gli inviti stampati si fanno solo per le grandi occasioni e per i ricevimenti di carattere ufficiale. Su cartoncino doppio, nella parte interna, si fa stampare l'invito in lisci caratteri tipografici. In un angolo, in basso si stampa la sigla R.S.V.P. (répondez s'il vous plait), ossia si prega di rispondere. Se si vuole evitare di scrivere a mano il nome di caiscun invitato (il che è gentile, ma se si tratta di un grande ricevimento porta via parecchio tempo) si può adottare la formula "Hanno il piacere di invitarvi". Risparmiatevi formule come la "Signoria Vostra", desueto e un pò ridicolo.
Anche gli inviti su biglietto da visita si fanno in occasioni importanti, sebbene meno solenni. La formula è piuttosto elastica: su normale biglietto da visita, sopra il proprio nome (si cancella il cognome se se si è in rapporti di amicizia con l'invitato, e si cancellano sempre i titoli professionali, onorifici e nobiliari) si scrive a mano "Sarei felice di averLa a pranzo da me sabato 10 alle 21" oppure "volete venire per un cocktail? Non occorre un abbigliamento particolare": questo perché gli invitati possano regolarsi e non si trovino bardati a sera in mezzo a gente in pullover, o con giacca a quadrettoni in mezzo a frac e scollature.
Se occorre fare degli i inviti per lettera (nel caso in cui gli amici invitati abitino in altre città), lo si fa con uno scritto, il tono e la lunghezza del quale dipendono dal grado di intimità che ci lega alla persone che invitiamo: si possono scrivere poche righe rispettose, se si tratta di un'amica "di riguardo" o fiumi di parole affettuose se si tratta di un'amicizia di lunga data. Ma in un caso come nell'altro si avrà cura di specificare con chiarezza il giorno e il tipo del ricevimento, o eventualmente la durata del soggiorno (fine settimana, una settimana, 15 giorni). Badate infine che gli inviti scritti siano inviati con almeno una settimana di anticipo.

lunedì 31 maggio 2010

Sex and The City 2


E' passata una settimana dalla visione di questo film e malgrado gli impegni che mi hanno ingolfato il cervello in questi giorni, tutt'ora non riesco a trovare le parole per raccontare la seconda puntata della versione cinematografica di Sex&TheCity. Le troverò mai? Non posso dire che il film sia stata una delusione su tutta la linea, ma di lati negativi ne ho trovati fin troppi. Finora l'unica parte che si salva è proprio l'inizio con la celebrazione del matrimonio tra Anthony Marentino e Stanford Blatch, migrati nel Connetticut dove le nozze gay sono legali. Inutile descrivere la cornice sontuosa e tronfia che ispira tutta la cerimonia, anche se l'ingresso di Liza Minnelli come celebrante fa esalare un sussulto di meraviglia tra i componenti del coro quando la matura cantante fa il suo ingresso. Quel sussulto di meraviglia è uno dei pochi momenti davvero esilaranti di tutto il film.
Le "ragazze" si ritrovano a fare il bilancio degli ultimi due anni, tra i rispettivi matrimoni di tutte ad esclusione di Samantha, impegnata com'è a sopravvivere al suo mito di eterna scopatrice. All'ennesimo super fashion party per il lancio dell'ultimo film di Smith Jerrod (ve lo ricordate vero? Era il cameriere rimorchiato da Samantha da "Crudo" e che già nel primo film fa la star hollywoodiana grazie a lei), il produttore invita Samantha ad Abu Dabi per consulentarlo sui prossimi film. Lei prende la palla al balzo e le tre amiche e tutte insieme volano per Abu Dabi verso il lusso over the top. New York scompare dalle scene per far posto all'opulenza in salsa mediorientale. Questa più o meno la storia. Quello che ruota intorno alla storia è a volte interessante e a volte vomitevole. E' interessante assistere alla breve colloquio tra Big e Carrie al matrimonio di Stanford con un altra coppia invitata, esterrefatta nell'apprendere che Big e Carrie non hanno figli benché sposati e peggio che mai senza nessuna voglia di averne (questo argomento verrà trattato in un post di società che scriverò appositamente sfruttando la mia approfondita conoscenza del popolo americano). Tutto il resto è sinceramente da buttare. Samantha che alla sua attempata età si propone ancora come spregiudicata scopatrice; un ruolo che all'interno delle 6 stagioni del telefilm ha sempre esercitato con ironia e gusto e che in questa seconda puntata cinematografica viene demolito dal cattivo gusto e dalla trivialità con cui si esprime. Indisponente più di prima Carrie, bambina viziata che sbatte il piedino e rompe le scatole a Big perché è inimmaginabile per lei tornare a casa dall'ufficio ed essere così stanchi da desiderare solo divano e TV. Bisogna continuare a fare i viveur a tutti i costi. Lei si "affanna" nell'orrido appartamento in cui si sono trasferiti (non è più quello della prima puntata) a scrivere boiate su temi matrimoniali, saltellando da una stanza all'altra in tacco 12 e ampie vestaglie di chiffon. Le boiate sono così evidenti che il suo ultimo libro verrà bocciato sonoramente da una recensione del New Yorker che Carrie leggerà ad Abu Dabi reagendo collerica e stizzita. A Charlotte sono bastate due figlie per spingerla all'esaurimento nervoso. E' difficile gestire due bambine piccole con uno stuolo di servi a disposizione ed una casa grande come Central Park. Come non capirla, del resto? Infine Miranda che riesce a mantenere una certa dignità per quasi tutto il film, eccezion fatta per quando si mette a fare l'americana in vacanza urlando dal finestrino della limousine in pieno deserto. Anche la meccanicità di queste espressioni di divertimento forzato e ridicolo saranno oggetto di trattazione in un successivo post di società.
Ah, per chiunque si aspetti un'esibizione di vestiti e scarpe di alto lignaggio non ci faccia troppo la bocca: il cattivo gusto regna sovrano, sembrano più mascherate che vestite. Unica nota positiva del film è che a dispetto della locandina, dove Carrie esibisce degli occhialoni 3d, si tratta di un normalissimo 2d.

sabato 22 maggio 2010

Il Rompiscatole

La Compagnia dei Panni Sporchi porta in scena questo testo, nato per il cinema, del regista francese Francis Veber, già sceneggiatore dell'impareggiabile Vizietto portato al successo da Ugo Tognazzi e Michel Serrault. Seguendo i tratti tipici della commedia bizzarra francese, vediamo il protagonista Ralph destreggiarsi in una camera d'albergo fra una cameriera petulante, un rappresentate di commercio con manie suicide e un medico maldestro, costantemente intralciato nel tentativo di compiere il mestiere per il quale è già stato pagato: il killer. In attesa del passaggio del corteo sotto le finestre dell'albergo, il killer Ralph divide lo spazio della sua camera col rappresentante di camicie François Pignon, intrappolati nella stessa camera d'albergo per colpa di un addetto che fatto confusione con le prenotazioni. Ralph faticherà non poco nel tentativo di liberarsi dello sgradito intruso, cui però non potrà fare a meno di provare una certa empatia con Pignon, arrivando perfino a riportargli indietro la moglie Louise per qualche attimo. A riportare Louise, che divide nel frattempo le gioie del talamo col dottor Wolf, sarà il fidato scagnozzo di Ralph, Felix. Un susseguirsi di scene rocambolesche nella baraonda a volte allegre, a tratti briose e a spesso concitate che porteranno ad un curioso e inatteso epilogo.
La sceneggiatura regge bene i due atti, rispettando tempi e intervalli ben cadenzati in tutti i passaggi. Essa si presta sempre ad offrire il fianco alla comicità improvvisata, al gioco dell'assurdo, miscelando ironia azione e comicità con una costante punta di noir così come necessitato dalla struttura stessa del testo. La scenografia è essenziale, lontana dall'austerità e ravvivata da colori che stemperano il nucleo essenziale della commedia altrimenti evocante un libro giallo.
Un allestimento riuscito e di sicura gradevolezza per un pubblico generalista, cui tutto sommato non possono risparmiarsi alcuni appunti. Fra questi una regia poco decifrabile, che vuole il protagonista Ralph esprimersi principalmente a mascella serrata, perennemente irritato, quasi a voler sottolineare la figura ribelle e maledetta del killer prezzolato ma facendo pagare un prezzo troppo alto alla naturalezza dell'interpretazione, rendendola forzata e poco credibile soprattutto nelle manifestazioni rabbiose. La cameriera petulante è perfettamente calata nel ruolo, sebbene la rinuncia a qualche sussulto di affettazione sarebbe raccomandabile.
Poco gradevole e talvolta seccante il personaggio di Felix, troppo somigliante nella recitazione al Jonny Groove di Giovanni Vernia di Zelig.
Ben riuscito invece il cameo di Louise, trasudante di eleganza interpretativa cui però una digressione briosa e più civettuola avrebbe aggiunto una nota di smalto a tutta l'opera. Appunti un pò severi questi fatti finora, ma che nulla tolgono all'impegno e alla passione profusi dagli attori cui giova segnalare l'aspetto più importante: sono persone come noi.

domenica 16 maggio 2010

Gli amori folli - Les Herbes Folles

La soupe à l'onion può provocare danni cerebrali se assunta regolarmente per quasi novant'anni? Questa è la domanda che mi assilla da ieri sera, dopo la visione del film, pensando intensamente al suo regista francese Alain Resnais - quello di Hiroshima mon amour - con questa sua ultima creazione, sorprendentemente premiata a Venezia così come ci ricorda la locandina. La risposta è: può darsi...
Lascio il quesito sospeso, meditativo, certamente non definitivo. Un film diviso tra un primo tempo spropositatamente lento eppure, malgrado tutto, piacevole ed un secondo tempo dove il pedale dell'acceleratore viene spinto a tavoletta sull'onda dell'assurdo. Impagabile è stato il lapidario commento di una colta ed elegante vegliarda all'uscita della sala: «Ma dove erano gli amori folli? C'era solo la follia!». Semplicemente meravigliosa!
L'apertura del film è tra i boulevards di Parigi. Décolleté di vernice scura camminano sicure tra le promenade che portano alle boutique chic della cité. Una femme fascinosa ripresa di spalle dai rossi capelli arruffati si reca ad acquistare le consuete chaussure di Marc Jacobs, ma all'uscita del negozio subito il fattaccio: viene scippata da un voleur sui pattini. Con la borsa, cela va sans dire, prende il volo anche il portafoglio di pelle rossa quasi come i suoi scomposti frisé in testa. Verrà ritrovato dal canuto Georges, maturo monsieur dagli oscuri passati, in terra accanto alla sua voiture. In barba al detto comune che la curiosità è "femme", Georges apprende molte cose della charmant dame scandagliando il portafoglio; la più importante di tutte è che costei possiede un brevetto di pilota di aerei leggeri. Monsiuer Georges inizia a tormentarsi se chiamarla oppure no per avvertirla del ritrovamento, si reca alla polizia ma ci ripensa, torna a casa e si tormenta se farle un coup de fil - telefonata - oppure presentarsi direttamente alla maison di lei, approfittando della consegna per appagare il suo appétit e conoscere di persona l'oggetto del suo désir. Con questa obsession magique andiamo avanti per tutto il primo tempo. Fin quando all'inizio del secondo, dopo che la suddetta signora rouge fatale decide di non opporre più resistenza spingendosi ad incontrarlo. Per tutto il secondo tempo assistiamo al crescendo di questa liaison dangereuse tra i due che culminerà in un grand final che lascia il pubblico interdetto. Per la sua brevità. Ma soprattutto per la sua assurdità.
Credo che se il film meritasse un premio questi sarebbe andato senza dubbio alla scenografia, molto curata fin negli sponsor che vagamente abbiamo potuto intuire (Marc Jacobs, Siemens, Renault, ecc.). Insomma, una storia la cui follia cammina pari passo con la vieillesse del suo regista. Interessante e originale. Ma non sufficientemente coinvolgente.
N'importe, nous nous serons bien aimés, come ci ricorda la dotta citazione di Flaubert inserita casualmente nella proiezione.
Dimenticavo... Vi ho forse detto che il regista è francese? E dire che pensavo si intuisse dalle parole usate nel commento...

lunedì 19 aprile 2010

Simon Konianski

Molti di voi avranno già visto Little Miss Sunshine. Immaginate adesso lo stesso film in chiave yddish-belga-polacca. Naturalmente condito da quello che ormai è un vecchio classico "Weekend con il morto". In una chiave più o meno attuale otterrete un film divertente, sia pure un pò slegato nella correlazione degli eventi, ma in buona sostanza gradevole e simpatico.
Protagonista indiscusso è appunto Simon, insegnante di filosofia ebreo che torna a vivere col vecchio padre dopo essersi separato dalla compagna spagnola (o venezuelana? In effetti mica si capisce tanto...) dalla quale ha avuto un figlio che ricalca il padre in tutto e per tutto, compreso il nastro adesivo che sostiene gli occhiali da vista. La vita in casa non è facile: è dura per il vecchio Konianski avere di nuovo un figlio tra le scatole, per di più con simpatie palestinesi. L'anziano genitore pur di liberarsi di lui non si frenerà nel chiedere aiuto al rabbino [che poi mi chiedo: ma perché in tutti film a tematica ebrea tutti quanti vanno a consultarsi dal rabbino? Mah! Mistero...] che lo ricopre di amuleti da mettere sotto il letto del figlio o nel suo portafoglio, suggerendogli anche le cose più ripugnanti per indurlo ad andarsene di casa. La morte tuttavia si porterà via il padre prima che quest'ultimo riesca a spronare il figlio sfaccendato a trovarsi un lavoro vero e ricominciare. A quel punto i ruoli si ribaltano. Alla morte del padre Simon Konianski darà fondo a tutte le sue risorse per portare la salma del padre nel luogo in cui esso desidera essere sepolto. Il grottesco si mischia alla commedia, alle macchiette dell'assurdo e ad una minima dose di sentimentalismo. Benché un pò slegato nella concatenazione degli eventi, il film si vede con piacere e si apprezzano i lati divertenti che comunque offre senza risparmi. Qualche pecca anche sul montaggio, dove una delle protagoniste indossa e poi dismette gli orecchini almeno quattro o cinque volte nell'arco di pochi secondi dalla stessa inquadratura. Finché è ancora in sala è consigliabile andarlo a vedere.

sabato 17 aprile 2010

Sono in pausa















Sono giorni un pò pieni, ma tornerò presto a scrivere. Chi mi legge sa che ogni tanto subisco battute d'arresto, dovute più al quotidiano che alla mancanza d'ispirazione (...quella davvero non manca mai!)
Approfitto di questa pausa per chiedervi spunti da trattare qui nel blog!

martedì 30 marzo 2010

Le Presentazioni - Parte 3°














In un salotto, la presentazione viene normalmente fatta dai padroni di casa. Se i padroni di casa dovessero essere molto impegnati, l'aiuteranno i parenti, gli amici volenterosi o i figli grandi. In una presentazione regolare, ai nomi delle persone si fanno precedere i titoli (nobiliare, accademici, onorifici): mai più d'uno per persona, comunque. I sottotenenti, viceammiragli, sottoprefetti ecc. vanno citati senza il prefisso diminutivo; verranno cioè presentati col grado superiore (di tenente, ammiraglio, prefetto): viene eseguita così la cosiddetta "promozione a uso di mondo".
A una signora che per sua nascita abbia un titolo nobiliare più alto di quello del marito, si dà il titolo del marito.
L'uomo presentato alla donna si alzerà sempre, se è seduto; si alzerà, se non è molto vecchio, anche quando gli presentano o viene presentato a un altro uomo. La donna rimarrà seduta se le presentano un uomo (a meno che non si tratti di un sacerdote) o una donna più giovane di lei; si alzerà invece quando viene presentata a una signora della stessa età o più anziana.
Nel momento in cui si scambiano le parole durante la presentazione, evitiamo di pronunciare l'abusato e diffusissimo "piacere". Meglio sostituirlo con "molto lieto" oppure "è da tanto che desideravo conoscerla". La formula "piacere" è fuori luogo e anche un pò ipocrita: non possiamo sapere a priori se l'incontro sarà piacevole. Potrebbe essere possibile che non lo sia né noi né per gli altri.
Si può benissimo sostituire qualunque formula rituale, stringendo semplicemente la mano (senza stritolarla o porgendola afflosciata) e ripetendo il proprio nome senza titoli.
E' normale che il perfetto anfitrione non farà delle presentazioni aride e meccaniche, ma aggiungerà qualche parola (una qualifica, una spiegazione, un complimento, una notizia biografica) utile a dare un minimo spunto alla conversazione. Non si dirà dunque "L'avvocato rossi, la signora Verdi", ma "L'avvocato Rossi, che ha tutelato i miei interessi contro quel tale che tu sai" (si spera che la signora Verdi vi affiderà la tutela anche i suoi); "La signora Verdi, mia carissima amica e con la passione dei viaggi" (così anche l'avvocato è sistemato!). Basta pochissimo, una qualifica, una spiegazione, un complimento, per mettere in grado due persone di scambiare qualche parola senza ricorrere al solito tempo che fa o essere costretti a guardarsi con sorrisi vacui e infelici. Al termine della conversazione tra due persone recentemente presentate, la più anziana o la più importante o (trattandosi di uomo e donna) l'uomo, potrà dire "Sono stato molto lieto di conoscerla". Non è necessario che l'altro risponda altrettanto: dovrà solo sorridere gentilmente.

lunedì 22 marzo 2010

Le Presentazioni - Parte 2°


















I luoghi

Le presentazioni sono proibite: durante un funerale, durante una visita di condoglianze ed in Chiesa. Non sono questi luoghi o occasioni per intrecciare nuove amicizie o scambiarsi convenevoli mondani. Sono superflue: in tram, per la strada, al cinema, nel ridotto di un teatro, quando ci si scambia semplicemente qualche parola di saluto. In questi casi la presentazione sarebbe, oltre che scomoda, inutilmente impegnativa: bisogna infatti ricordare che, una volta che siamo stati presentati, due persone contraggono l'obbligo (mondano, non legale...) di salutarsi vita natural durante dovunque si incontrino (mentre è invece quasi certo che due persone presentate frettolosamente in un cinmea o per al strada dimenticheranno immediatamente i reciproci nomi e le reciproche fisionomie; o peggio, ricorderanno la fisionomia ma non il nome e incontrandosi dovranno fare acrobazie mentali per ricordarsi dove, quando, come e se si sono giù conosciute).
Sono anche superflue le presentazioni tra persone che non avranno probabilmente più nessuna occasione o desiderio di incontrarsi. Le presentazioni sono invece sempre consigliabili quando si presume che due persone abbiano desiderio di conoscersi: questo anche se ci si trova in un luogo dove, di regola, la presentazione non sarebbe necessaria (strada, cinema o teatro). Per rendere conveniente la presentazione, però, bisogna che tutte e due quelle persone abbiano un presumibile desiderio di conoscersi. In altre parole: si sconsiglia di presentare alle persone brillanti i seccatori, alle celebrità gli snob, alle belle ragazze i dongiovanni, agli attori le cacciatrici d'autografi, ecc.
La presentazione è infine obbligatoria quando, trovandosi in compagnia di Pippo, ci si ferma a fare una lunga chiacchierata con Giorgio. Per non lasciare il negletto e snobbato il povero Pippo, non c'è da fare altro che presentarlo subito a Giorgio, anche se né l'uno né l'altro ardono particolarmente di fare la reciproca conoscenza. E' una pura formalità, ma obbligatoria.
pUre obbligatoria è la presentazione in un salotto. A meno che non si tratti di uno di quei ricevimenti tipo "porto di mare", dove ognuno va, viene, mangia, beve, conversa senza neanche sapere chi sono gli anfitrioni; tutte le persone che si trovano insieme a un ricevimento normale devono essere presentate tra loro. Se nessuno pensa a presentarle (qualora il padrone di casa è distratto o pensa che già si conoscano), ricorrano alle autopresentazioni. Di quest'ultime si parlerà alla prossima puntata.

Cose da non farsi durante le presentazioni

La persona presentata non deve porgere la mano per prima. E' la persona a cui si viene presentati che deve tendere per prima la propria. comunque,anche se la tendono tutti e due insieme o se la tende prima quello che vien presentato, la cosa non è grave: grave è invece ignorare, per alterigia o per far vedere che si conoscono le regole, la mano tesa per errore.
Durante una presentazione è vietato fumare. In un luogo chiuso si posa la sigaretta in un posacenere non appena si prevede che si sarà coinvolti in una presentazione; all'aperto, si butta via la sigaretta senza rimpianti. Attenti agli incendi però!
Anche se si è tipi molto espansivi, cordiali e impulsivi, non ci si precipita sugli amici gridando e supplicando: «Dai, presentami subito quel giovanotto biondo là in fondo che non vedo l'ora di conoscerlo». Neanche, vedendo una persona celebre, si fa la coda pur di avere l'onore di toccare la sua mano: è una cosa avvilente per chi la fa e dovrebbe esserlo anche per chi la deve subire.
Una presentazione non è un ufficio anagrafico, nè un appello scolastico, perciò non si dice: «Ti presento Rossi Pietro» ma «Pietro Rossi».
Non ci si affretta a dire «Ma non ci siamo già conosciuti?» oppure «Sono sicuro di averla già incontrata...» oppure «Mi dica dove l'ho già vista!» ma si aspetta, per risolvere questi dubbi, di aver scambiato qualche parola con chi ci è stato presentato. Quando la padrona di casa non ha tempo di fare da sola tutte le presentazioni e non ha nessuno che possa aiutarla, non se ne lava tranquillamente le mani, ma dice subito: «Scusatemi, volete presentarvi da voi» oppure si rivolge ad un amico / amica che conosce quasi tutti.

venerdì 19 marzo 2010

Le Presentazioni - Parte 1°






















Il momento delle presentazioni, formali o meno, è quello che più spesso ci trova impreparati sotto molti punti di vista. E' sicuramente un atto frequente, ma altrettanto spesso mal compiuto. Eppure deve seguire sempre le stesse regole: si deve presentare la persona di minor riguardo a quella di maggior riguardo, cioè la più giovane alla più anziana, l'inferiore al superiore, l'uomo alla donna e mai viceversa.
Le formule base sono le seguenti: «Signora, permette che le presenti il dottor Rossi?» e rivolgendosi al Dottor Rossi: «La Signora Bianchi». Oppure: «Carissima, ti presento l'avvocato Codicillo. La mia amica, Contessa Filo del Bucato». «Cavaliere, posso presentarle il ragionier Libromastro? Il Cavalier Galanti».

Le Precedenze

Se si devono presentare due uomini della stessa apparente età, della stessa posizione e dello stesso "riguardo", ecc. non si baderà a chi si nomina per primo; lo stesso dicasi per due signore. Però se si teme, facendo così, di ferire la suscettibilità di uno dei due (visto che è probabile che entrambe si sentano di maggior "riguardo"), si può dire: «Si conoscono?» oppure «Non so se vi conoscete...» e poi subito, a caso, i due nomi che verrano provvidenzialmente coperti dai convenevoli reciproci. Se si deve presentare un uomo a diverse signore, si comincerà col presentarlo alla più anziana o alla più importante e si terminerà con la più giovane o la meno importante. Se si deve presentare un bambino a una persona adulta, lo si fa dicendo il nome del bambino all'adulto, ma non quello dell'adulto al bambino: «Professore, questo è Augusto mio nipote/figlio/ecc.». E basta. Data la giovane età, Augusto non ha il diritto, secondo il galateo, di essere informato dei nomi dei grandi cui viene (forse abusivamente, secondo lui...) presentato.
Presentando due giovani si dirà: «Fiammetta, conosci Orazio Distriscio? La mia amica Fiammetta Spenta». Se si tratta di giovanissimi, è ammessa la presentazione col solo nome: «Fiammetta - Orazio».

Uno a molti

Dovendo presentare un individuo a un gruppo di persone, indicandolo si dirà: «Il Signor Borracci» e indicando i presenti: «La Signora Galanti, la Signorina Zitelli, il Dottor Stranamore...».
Quando invece la nuova venuta è una signora si dirà: «Cara, posso presentarle i miei amici? La Signora Galanti, la Signorina Zitelli, il Dottor Stranamore...» poi, indicando la nuova venuta: «La Signora Borracci».

Queste le formule prescritte dal Galateo. Nelle prossime rubriche suggeriremo come rendere una presentazione, oltre che corretta, anche gradevole e disinvolta. Spesso da una buona presentazione può dipendere l'esito di un'amicizia.

lunedì 8 marzo 2010

Alice in Wonderland - 3D

Alice in wonderland in amazing 3D? «Tagliategli la testa!!!». Risponderei così a chi ha avuto il coraggio di parlare di un eccezionale effetto 3D, prendendo a prestito l'espressione della Regina Rossa, tra i personaggi più simpatici di tutta la favola. Sia chiaro: contenuti 3D a parte, praticamente inesistenti, a me il film è piaciuto. Non tanto per la storia in sè, conosciuta e straconosciuta anche dai muri. Ma per la miriade di personaggi minori che popolano la proiezione. A cominciare dalle splendide ranocchie in livrea della Regina Rossa, con una mimica invidiabile. La storia questa volta si svolge con una Alice cresciutella, promessa sposa di un dentone lord inglese dalla chioma pel di carota, nel corso della sua festa di fidanzamento combinata. Nel momento clou della richiesta della mano compare il bianconiglio, che naturalmente vede solo lei e che nuovamente le intima di seguirlo verso il bosco brandendo il magico orologio. Alice torna così in quel mondo dove era già stata da piccola, ritrovando tutti i curiosi personaggi che lo popolano: lo Stregatto, il Brucaliffo, il Cappellaio Matto, i fratelli Pinko Panko, il cattivo Grifobrancio, la cattivissima Regina Rossa e l'eterea Regina Bianca. Questa volta Alice dovrà darsi da fare per bene, perché è in gioco una lotta di supremazia tra bene e male, tra la Regina Rossa e quella Bianca, attraverso la sfida a duello fra lei ed il paladino della Regina Rossa, il temuto Ciciarampa.

Intendiamoci: la trama è quella che può offrire una favola, testo dal quale deriva, seppur migliore di altre sceneggiature di film ripugnanti. Tuttavia nello svolgimento saltano all'occhio alcuni particolari un irritanti. Come ad esempio la pedante e noiosa celebrazione del padre da parte di Alice. «Mio padre sapeva guardare lontano, ma io saprò guardare più lontano! Viva papino, sempre sia lodato!». Decisamente out. Particolare obbrobrioso, con cui Johnny Depp si è inflitto la condanna a morte artistica come Cappellaio Matto, è quello della deliranza: una breve, stupida e surreale breakdance ballata nel giorno gioiglorioso, quando la spada Brigalace uccide finalmente il Ciciarampa. Ora Depp può dedicarsi a tempo pieno alle sue begonie in giardino: nessun produttore lo chiamerà mai più a girare nemmeno un documentario sul ciclo vitale degli orsi della Taiga.

Il film si rivolge a tutti, è abbastanza ben strutturato per non essere solo un fumettone per bambini. Andatelo a vedere, ma sforzatevi di trovare una sala dove non venga proiettato in 3d. Soldi persi.

E adesso voglio che mi siano tributati tutti gli onori per essermi ricordato di tutti i nomi bizzarri che popolano il film!


venerdì 5 marzo 2010

La stretta di mano
















Stringere la mano è la forma di saluto più simpatica, diretta ed immediata e non sembra ci voglia un' abilità speciale per farlo; eppure ci sono ancora tante, troppe persone che interpretano il gesto in via del tutto individuale, sbagliando irrimediabilmente. Vediamo di far chiarezza.

Come deve essere
La stretta di mano, per essere simpatica e corretta, non deve essere troppo lunga (può diventare imbarazzante per l'altro o, se si tratta di due persone di sesso diverso, può dar adito a malignità tra i presenti); non deve neppure essere troppo breve, come se la mano di uno dei due scottasse o fosse repellente; non deve essere accompagnata da gioviali strattoni: il braccio di un amico non è una campana da suonare; non deve essere troppo molle, segno di apatia e di scarsa franchezza, non deve essere troppo vigorosa, come se si trattasse di una partita a "braccio di ferro" tra sportivi.
Insomma la stretta di mano non deve essere una prova di forza fisica e morale, né deve aver l'aria di uno sgradevole obbligo, del quale liberarsi al più presto possibile. Deve essere moderatamente breve, moderatamente energica, semplice e cordiale. Stringendo la mano a una persona, bisogna sempre guardarla in faccia; non si deve tenere la sigaretta in bocca, né nell'altra mano.

Le Precedenze
Chi deve porgere l amano per primo? Sempre la persona di maggior riguardo. Quindi non sarà mai l'uomo a stendere la mano alla donna, o la ragazza alla signora anziana, ma viceversa. Se però una ragazza, ignorando questa regola, stenderà per prima la mano alla signora di riguardo, questa non si mostrerà seccata, non fingerà di non vedere la mano stessa, ma la accetterà e stringerà l amano offerta di buon grado, con un indulgente sorriso.

Il Guanto
Di regola, la stretta di mano va fatta a mano nuda. Però quando si è per la strada (specialmente se è inverno o se piove) è consigliabile non levarsi il guanto, sia per non costringere l'altro a fare lo stesso, sia per non rendere inutilmente luna e goffa la cerimonia del saluto, che deve invece essere spontanea, semplice e breve. E' anche cosa poco elegante, tenendo la mano guantata, la meccanica frase "Scusi il guanto!". O lo si toglie subito (rapidamente, senza divincolamenti) o lo si tiene con semplicità e senza scuse di sorta.

venerdì 26 febbraio 2010

Incidenti a tavola


















Il galateo della tavola non vuole che si sappiano maneggiare piatti e posate con destrezza, ma impone anche siano accuratamente evitati gli incidenti.
In realtà un incidente può capitare a chiunque: ma il commensale provetto saprà trarsi d'impaccio con garbo e disinvoltura. A tutti, per esempio, può accadere di rovesciare qualcosa sulla tovaglia. Se si tratta di un pezzetto di pietanza potete raccoglierlo discretamente e rimetterlo nel piatto, cercando di non dar troppo nell'occhio, ma senza assumere un'aria da cospiratori.
Se si tratta di sale, non fate previsioni sulle terribili disgrazie che il sale rovesciato porta con sé. Se si tratta di vino rosso, non coprite la macchia col sale, illudendovi di neutralizzarla, né date consigli ai padroni di casa su come potrà toglierla in seguito. Limitatevi a chiedere scusa, senza farla tanto lunga.
Quando vi cade a terra una posata, non raccoglietela se è presente una persona di servizio; dovete invece raccoglierla se la persona di servizio non c'è (i padroni di casa solleciti, però, porgeranno subito all'ospite una posata pulita).
Non raccogliete mai il pane. Raccogliete sempre il tovagliolo.
Se addirittura rompete un piatto o un bicchiere, scusatevi con sincero rincrescimento, senza peraltro emettere grida di dolore o mettervi in ginocchio. I padroni di casa, dal canto loro, sappiano nascondere il proprio disappunto e minimizzare l'accaduto.
Se per disgrazia il piatto, la tazza o il bicchiere che avete rotto fanno parte di un servizio prezioso, è bene che alle vostre scuse sincere aggiungiate, il giorno dopo, una telefonata o un biglietto o un mazzo di fiori (a seconda della gravità del danno e del carattere dei padroni di casa). Può capitare di urtare un bicchiere in modo da farlo involontariamente risuonare. Non esclamate "Oh che bel suono! Sentite, sentite...", abbandonandovi a variazioni musicali sui bicchieri vostri o altrui; ma nemmeno profondetevi in scuse per una simile inezia. Basta toccare il bicchiere con un dito per zittirlo.
Se vi sbrodolate, asciugatevi rapidamente, senza gridolini risaioli o drammatici, e cercate di non ripetere l'incidente.
Se dovete soffiarvi il naso fatelo con rapidità, naturalezza e discrezione.
Se vi va qualcosa di traverso, non fate cenni disperati, non alzatevi rovesciando la sedia, non parlate; statevene il più possibile tranquilli e fermi, soffocando tosse e rantoli con la mano davanti alla bocca: sopravviverete di certo. E appena avrete riacquistato la facoltà di parlare, scusatevi. Se trovate il classico capello nella minestra, la classica mosca nel bicchiere, il classico vermiciattolo nella frutta, non lanciate strilli di raccapriccio, non respingete il piatto, ma neppure fate commenti faceti o scene di tenerezza per il baco indifeso. Si elimina rapidamente il corpo estraneo, possibilmente nascondendolo, e si tace eroicamente. Ma se, colmo della disgrazia, sentiamo scricchiolare un sassolino sotto i denti o stiamo per ingoiare un pallino di piombo assieme alla lepre in salmì? Niente tragedie: espelliamoli rapidamente, come si espelle una lisca di pesce o un nocciolo di frutta, deponendoli sul piatto o nel tovagliolo con la massima astuzia e il minimo di pubblicità.

Quello che non si dice a tavola

Prima di tutto devono essere banditi tutti gli argomenti che facilmente possono degenerare in dispute e quelli che si presumono noiosi o scarsamente comprensibili a buona parte dei commensali: la tavola non è la sede adatta per discussione filosofiche, dissertazioni critiche, trattative di affari.
Vano evitati anche i resoconti di malattie, di operazioni, di morti, di funerali; le descrizoni raccapriccianti in genere; le barzellette poco pulite. Proibite sono pure le discussioni tra moglie e marito. Proibito rimproverare il personale di servizio. Proibito sgridare i figli e raccomandare loro continuamente "tieni giù i gomiti, non parlare con la bocca piena, ecc.": queste cose si insegnano prima, durante il pranzo si può intervenire solo quando la situazione si fa disperata. Le reprimende di ogni genere si fanno sempre dopo, quando gli invitati non sono costretti ad assistere alla scena.
Non si fanno neppure apprezzamenti più o meno spiritosi sull'aspetto, il sapore, la qualità dei cibi che vengono serviti, né d'altra parte ci si profonde in lodi davanti a pietanze decisamente mal riuscite. Non si spettegola coi vicini di tavola, ai danni di qualcuno che sta di fronte, o qualcuno posto più in là; non si intavolano lunghe conversazioni con chi sta all'altro capo della tavola; né ci si pencola continuamente avanti e indietro, con scarso gaudio del vicino, per parlare con chi sta due posti più in là.
Se si è invitati non ci si mette a celebrare le lodi di magnifici pranzi gustati in altri tempi: sarebbe lo stesso che fare paragoni spiacevoli con ciò che viene servito in quel momento. Le signore, in particolare, si trattengano dal raccontare come loro cucinano lo stesso piatto ottenendo risultati fantastici.