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giovedì 30 aprile 2009

Pezzi di Pelle - Teatro Agorà

Pezzi di Pelle. Ossia come un titolo accattivante nasconda in realtà un allusione alla fine ultima dello spettatore dopo una simile visione. La pelle cade, assieme alle mandibole e ad altri pezzi del corpo che per decoro non indicheremo. Il Teatro Agorà propone questo allestimento di cui è impossibile riferirne la benché minima trama. Forse c'è ma non si vede. Qualora si vedesse sarebbe poi meglio chiudere dignitosamente gli occhi e passare oltre. Condizione fondamentale per scrivere un'opera teatrale è quella di non affidare l'ispirazione alla peperonata mangiata la sera prima ed il suo sviluppo agli incubi notturni da essa generati. Altrimenti si rischia di trasferire il mondo metafisico in quello reale con evidenti incompatibilità di fondo. Nella disperata ricerca di un minimo senso logico, di un'esile storia di sottofondo o di un minuscolo concetto di messaggio non viene in soccorso nemmeno la scenografia, minimalista al punto tale da renderla inesistente: quattro quinte tinte di nero corvino, due sedie e un asse di legno adagiata per traverso sul palco. Quest'ultima davvero propedeutica allo scopo, visto che su di essa verranno mimati discutibili amplessi tra soldati in libertà con prostitute navigate.
Ora si potrebbe obiettare che di fronte ad una scenografia oggettiva prossima allo zero, la suggestione delle immagini può essere evocata dagli attori con la loro carica espressiva. Ciò sarebbe confortevolmente vero se gli attori fossero sostenuti da una scrittura degna di questo nome. In questo caso però non è così. E gli stessi artisti si muovono sperduti e meditabondi, quasi a chiedersi cosa stiano recitando e se esista un senso a tutto questo. Dei complessivi otto attori impegnati in quest'opera, solamente due possono riporre la maschera di Melpomene nel cassetto e dedicarsi con più profitto alla pesca del merluzzo nei mari del Nord. I restanti sei, nonostante l'abominevole testo, riescono comunque a dare un interpretazione dignitosa e tecnicamente ben resa.

In un momento in cui il teatro sta timidamente conoscendo una nuova gioventù tra il pubblico di questi anni, sarebbe decisamente il caso di non costringerlo a preferire la tv de l'Isola dei Famosi per colpa di testi sciatti, assurdi e deliranti.

domenica 19 aprile 2009

Franklyn - Meanwhile City

Il piacere di scoprire film di questo tipo, sospesi fra thriller e fantastico, rende all'umanità e a noi spettatori un servizio vantaggioso di incomparabile rarità: nessuno va a vederlo.
Sabato sera a Roma, che non si può certo definire una meanwhile city, al primo spettacolo delle 20.30, la sala era "gremita" da ben cinque spettatori: io, il Cinefilante, una coppia di giapponesi forgiati a forma di manga e un uomo di mezza età sospetto onanista.
Una stranezza di non poco conto, considerando che generalmente questi tipi di film riescono a suscitare un notevole richiamo di pubblico, soprattutto giovanile pronta a investire quegli ultimi spicci che sono rimasti in tasca per il biglietto del cinema. Mah! Stranezze di una sera romana di mezza primavera. Il mordente che mi ha portato al cinema a vedere Franklyn è scattato dalla lettura della trama per telefono a cui ho costretto il povero Cinefilante, la quale dopo aver scartato tutte le altre visioni che prevedessero la scena madre della morte di un cane, ha decisamente scelto Franklyn in barba a tutte le altre, cosiddette, "proposte in sala". Il macchinista, certamente non esaltato dalla pochezza di pubblico in sala, accende stancamente la telecamera e va a farsi un gelato al maraschino. L'addetto ai biglietti, che incontreremo all'uscita, sarà assorto dalla lettura di un catalogo di fumetti.

Il film, ambientato a Londra,  si sviluppa sulla dinamica dei mondi paralleli: in una continua sospensione, apparentemente slegata, tra la metropoli inglese degli anni duemila ed una città futuristica gotica, fumosa e piovosa dal nome di Città di Mezzo (Meanwhile City) vediamo svolgersi le storie dei protagonisti. La Città di Mezzo è una realtà strana e piuttosto inquietante, agglomerato urbano i cui abitanti sono obbligati a viverci professando una fede religiosa, non necessariamente canonica e istituzionale. Unico vincolo è avere un culto, non importa di cosa, lasciandone la scelta agli individui anche nelle forme più disparate e anche comiche. Vediamo infatti predicatori della fede sulle lavatrici e le relative istruzioni di lavaggio dei capi da osservare scrupolosamente, fino a quella più spassosa delle "manicuriste del settimo giorno", gruppuscolo di frivole donnette che osservano il vangelo dello smalto e la venerazione della lima da unghie. Su di tutti vigila scrupolosamente la polizia ecclesiastica, oscuri gendarmi vestiti con giubbe nere e con enormi tube in testa, severi e violenti, preposti all'ordine pubblico. Guai infatti a non avere o professare una fede a Città di Mezzo: i lugubri poliziotti sono sempre pronti a scagliarsi contro chiunque sia sospettato di non stare alle regole del gioco. Mal gliene incolse a John Preest (Ryan Philippe), giustiziere dal volto coperto da una maschera di tela ed unico abitante della Città di Mezzo a non professare una fede, animato unicamente da propositi di vendetta verso un strano essere detto l'Individuo, colpevole di aver ucciso una bambina di soli 11 anni. La polizia ecclesiastica non gli darà tregua, fino a stanarlo e a consegnarlo allo pseudo-sindaco della Città di Mezzo, con cui stringerà un insolito accordo volto all'uccisione dell'Individuo.


Parallelamente, nella Londra dei nostri giorni, troviamo una psicotica artista con smanie suicide di nome Emilia (Eva Green), in eterno conflitto con la madre colpevole, secondo lei, di aver permesso l'allontanamento con un frettoloso divorzio. A fargli da contorno c'è un anziano signore di nome Peter Esser (Bernard Hill), preso dall'affannosa ricerca di suo figlio scomparso dopo il ritorno dalla guerra ed un tristanzuolo giovanotto di nome Milo (Sam Riley), affranto per l'abbandono della fidanzata a pochi giorni dal matrimonio ed ora impegnato a rincorrere una donna, sua amica immaginaria durante l'infanzia, di cui è perdutamente innamorato. Anche lui ha una missione da compiere, solo che ancora non lo sa. Avrà il piacere di scoprirlo verso l'epilogo della storia.
Apparentemente sembra quasi non esistere un ponte, un punto di contatto tra l'underground Città di Mezzo e la frenetica Londra di oggi. I protagonisti dei due mondi sembrano vivere le loro vicende in modo del tutto svincolato tra loro.  Esistenze cupe o leggere di cui non si riesce a cogliere l'interdipendenza fra le due realtà parallele. Si capirà solo più avanti, probabilmente con un abile trucco di regia, come progressivamente le vicende dei due mondi andranno a congiungersi fino a tracciare un senso compiuto che si delinea verso il finale, definendo un senso compiuto ad una trama volutamente lasciata inafferrabile fino a quel momento.

 

Pur nell'abile gioco di giustapposizione tra reale e fantastico e in un impianto scenografico seducente, come quello realizzato per la Città di Mezzo, senza dubbio affascinante e con inserti iconografici ben mixati presi in prestito dai simboli di religioni orientali e occidentali (statue in pietra di Buddah gigantesche, croci cristiane intagliate nelle facciate dei palazzi, divinità indiane poste dinanzi incensi fumanti), il film sa essere solo gradevole e non fa gridare all'entusiasmo. La trama occupa un posto di secondo piano rispetto alle immagini, quando credo sarebbe stato preferibile il contrario stando il tema davvero intrigante e già discusso animatamente, sia a livello artistico che scientifico, sulla possibilità dell'esistenza di mondi paralleli. Suggerisce un concetto del Tempo e di Esistenza che sfugge dalla collocazione di comodo che tutti noi abbiamo della sua percezione nella vita quotidiana. Forse, proprio perché si tratta di argomenti che prevedono un impegno inadatto al target del grande pubblico, si è preferito puntare su una comunicazione per immagini più che per concetti e che, senza dubbio, ha dimostrato una certa efficacia.

giovedì 2 aprile 2009

A corto di idee 2

Non so di chi sia la frase di questa immagine che ho trovato su internet. Era scritta su una foto simile a questa e ho deciso di riportarla su questa immagine che, personalmente, amo di più. Photoshop ancora una volta ha dimostrato che è possibile operare miracoli. Mi domando dove stia vagando il mio cervello ultimamente, così poco versato nel dedicarsi alla scrittura. L'immagine della pochezza di idee da dedicare al mio blog è ben ben rappresentata dai versi di Adriano, che ben descrive lo stato fluttuante del mio pensiero: "Animula, vagula, blandula,  hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula rigida nudula, nec, ut soles, dabis iocos" - animella vagabonda, leggiadra, ospite e compagna del corpo. In quali luoghi andrai ora Tu pallida, fredda e nuda? E non darai più gioia, come sei solita...
Forse il vuoto creativo mi porta ad esagerare un pò citando addirittura Adriano, ma forse domani che è in programma una cosa simpatica al Teatro Argentina tornerò di nuovo a scrivere con un pò più verve. Per ora, restate in ascolto...