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venerdì 6 febbraio 2009

Valkyrie - Approfondimento Storico 3

Terza parte sulla storia dei rapporti tra Chiesa Cattolica e Germania nazista. 
Pio XI morì il 10 febbraio 1939, e sulla sua morte sono fiorite nel corso degli anni ipotesi e congetture, molte fantasiose, altre più realistiche. Tralasciando l'ipotesi che sia stato avvelenato per ordine di Mussolini (il cui potere fiorì proprio durante il regno di Pio XI) mancando qualsiasi traccia o indizio a sostegno di tale congettura, è tuttavia un fatto che il rapporto tra Pio XI ed il regime nazista era ormai totalmente deteriorato. 
Era prevista, infatti, nel febbraio dello stesso anno la pubblicazione di una nuova enciclica con una denuncia ancora più diretta delle nefandezze del governo tedesco ai danni dei cattolici e delle persecuzioni razziali. Di tale documento non sono pervenute copie, ma tracce di un discorso introduttivo che avrebbe dovuto pronunciare due giorni dopo la sua morte.
E' in tale contesto politico ed in una Europa che sta correndo verso la guerra che sale al soglio di Pietro il nuovo Papa, Pio XII. Era un uomo di grande esperienza diplomatica, in particolare con il mondo tedesco, avendo ricoperto il ruolo di Nunzio Apostolico in Germania dal 1920 al 1933, fu inoltre collaboratore del Papa precedente nella preparazione e stesura dei testi dei Concordati firmati con l'Italia e la Germania. 
Ma la catastrofe dell'Europa si stava ormai consumando con i carri tedeschi in corsa verso Varsavia e quelli russi impegnati ad occupare ciò che era rimasto della Polonia. L'improvviso annuncio del patto tra Germania ed URSS, che di fatto lasciava mano libera ad Hitler per scatenare il conflitto ad ovest con il fianco est non in pericolo immediato, squassò le certezze delle cancellerie europee, ed anche dei diplomatici vaticani.
Bisogna immergersi nella cultura di quegli anni per poter comprendere fino in fondo cosà comportò la firma del patto tra Molotov e Von Ribbentrop: l'URSS era vista con timore ed ostilità dai paesi ad economia capitalista ed anche dalla chiesa cattolica. L'ateismo di stato imposto dal regime sovietico comportò il tentativo di sradicamento di una forte tradizione cristiana (anche se non di matrice cattolica, se non in minima parte), con la distruzione dei luoghi di culto, la confisca dei beni e la dispersione ed eliminazione del clero. Erano gli anni in cui l'URSS propagandava la rivoluzione comunista in giro per l'Europa, facendo leva su una estesa classe di lavoratori colpiti da una crisi economica ormai decennale. Il fascismo italiano, ed i movimenti ad esso collegati in Francia, Spagna e Belgio, il nazismo tedesco (pur con le molte e cospicue differenze), ed altri movimenti "minori" di ispirazione socialpopulista, si ergevano ad argine anticomunista, e la Chiesa spesso li appoggiava confidando nella loro protezione. L'esperienza della guerra civile spagnola rafforzò ulteriormente tale indirizzo politico. 
Il nuovo Papa, Pio XII, poco potè fare per arginare l'incendio che stava consumando l'Europa. Nel frattempo cresceva la durezza del conflitto: l'attacco all'URSS nell'estate del 1941 scatenato dalla Germania nella convinzione di una rapida e definitiva vittoria ad est, ebbe da subito il connotato di una guerra per la sopravvivenza, dai connotati quasi primordiali. Il fine ultimo della Germania era sì abbattere il regime comunista, ma le armate tedesche sarebbero state seguite da masse di contadini di stirpe germanica, al fine di occupare le terre conquistate dall'esercito, colà stabilirsi e colonizzare le vaste pianure ucraine sgomberate dalle popolazioni native, considerate di razza inferiore. Tutto ciò non era una novità, infatti era sufficiente leggere il Mein Kampf di Hitler per trovare la programmazione di tali azioni, che sarebbero diventate realtà una volta conquistato il potere. In realtà l'innovazione venne dall'incontro tra la tecnica e l'istinto primordiale di occupare le terre, di rapinare il più debole, lo sconfitto. Fu l'incontro tra il carro armato ed il barbaro armato di mazza ferrata che rese possibile la violenza spietata del conflitto ad est. Il passaggio allo sterminio, alla scientifica, implacabile e disumanizzata eliminazione del nemico (che fosse ebreo o rappresentate di una razza inferiore, o nemico dello stato nel senso più ampio del termine) fu breve, e quasi "naturale". L'omicidio in catena di montaggio, come avveniva nei campi di sterminio, in buona parte deresponsabilizzava l'individuo, rendendolo parte di un processo che non poteva controllare, e di cui, probabilmente, non era in grado di comprendere l'ampiezza. L'enormità dello sterminio degli ebrei e degli altri internati nei lager non era comprensibile ai più. Anche la catena di comando tedesca era deresponsabilizzata, in quanto non venne mai diramato un ordina diretto, ma una serie lunghissima di ordini locali, che nella burocratizzata macchina statale tedesca convergevano tutti verso un fine mai chiaramente dichiarato: la morte di milioni di persone, condannate per il solo fatto di esistere.
Questa lunga digressione credo che sia stata necessaria per tentare di evidenziare la situazione politica e sociale dell'epoca: tutti sapevano dell'antisemitismo del governo tedesco, ma le informazioni sui lager erano frammentarie e discordanti.
Pio XII si trovò i carri armati tedeschi a Via della Conciliazione, con lo stato italiano dissolto in 24 ore di follia e codardia e gli alleati bloccati nella macelleria di Cassino. 
Le informazioni che arrivavano dal ghetto di Roma erano drammatiche, ma anche la chiesa cattolica in Germania rischiava grosso. Una denuncia pubblica della bestialità nazista non avrebbe cambiato la situazione, forse l'avrebbe soltanto peggiorata, con l'inizio di persecuzioni anche contro i cattolici. 
Del resto anche gli Alleati tacevano, tanto più che i bombardieri ed i ricognitori americani ed inglesi penetravano sempre più in profondità in Germania, e forse qualcosa potevano intuire sulla strage continua che era in corso nei campi di concentramento.
Se ci fu una complicità, causata dall'inazione, non si può limitarla al presunto silenzio di Pio XII. Da semplice studioso ed appassionato di storia credo che l'enormità del crimine in corso fosse semplicemente difficile da comprendere. 
Oggi è facile credere di poter conoscere cosa succede nel mondo (ma il genocidio ruandese del 1994 ci insegna che non è così), ma in quegli anni gli strumenti di conoscenza, analisi e diffusione dello notizie erano molto meno diffusi e sofisticati, ed anche gli altri paesi belligeranti derogarono spesso ai principi di umanità e tutela dei civili, con i bombardamenti a tappeto delle città tedesche e giapponesi. La sensibilità dell'epoca per queste tematiche era molto meno acuta di quella odierna.
Il Papa, secondo me, era profondamente solo in tale situazione, e di fronte alla furia indiscriminata della guerra, pensò a salvare il suo gregge. Pensare di giudicare tale atteggiamento con gli occhi di oggi, come fanno molti, lo trovo ipocrita ed ingiusto.
Con il crollo del regime nazista, la barbarie e l'orrore dei campi di sterminio vennero rivelati al mondo (anche se soltanto con il processo di Norimberga se ne ebbe la diffusione). Ora tutti sapevano e fu un trauma culturale immenso, che nella terra di Goethe potesse essere avvenuto l'indicibile. 

2 commenti:

Ballestrero ha detto...

Hai fatto davvero un bel lavoro Ale! Come al solito sai trsmettere molto con la semplicità del dotto. Mi sono permesso di riportare il tuo scritto anche su un altro sito per maggiore visibilità :-)

Il cinefilante ha detto...

Devo dire che di tutto questo terzo approfondimento l'accenno al genocidio della Ruanda, ovvero al confronto dei sistemi di informazione e di come falliscano (o manovrino) potrebbe essere un nuovo spunto di cui approfondire...
Le tue "lezioni" sono sempre interessanti e piacevoli!