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sabato 28 febbraio 2009

Pleasantville

Ce n'è voluto di tempo affinché ritrovassi questo splendido film, di cui conservavo soltanto pochi fotogrammi visti in televisione molti anni fa ma di cui custodisco intatte le belle emozioni che ha procurato. Buona grazia della Rete, che non solo me lo ho fatto trovare in qualità sublime, ma anche in italiano. Chi mi legge sa che di solito colloco promozioni o bocciature al termine del commento al film. Stavolta inverto l'ordine dei fattori e mi affretto subito a promuovere questa meravigliosa creazione a cavallo tra fantasia e realtà, che affonda però le sue radici su basi oggettive palpabili, quali il contesto storico, quello sociale e famigliare, quello comunitario, quello sentimentale e quello relazionale. David e Jennifer sono due adolescenti, fratelli gemelli che vivono con la madre divorziata più distratta col boyfriend che con altro. Frequentano entrambi la stessa scuola, ma con passioni diverse. Jennifer segue i suoi ormoni e si diverte a collezionare ragazzi. David è appassionato invece del telefilm Pleasantville, una specie di soap opera in bianco e nero ambientata nella provincia americana degli anni 50. I due fratelli si ritrovano la sera a casa con propositi diversi: lei vorrebbe amoreggiare col nuovo boy, mentre lui vuole godersi la cosiddetta "maratona di Pleasantville", una proiezione ininterrotta di puntate per della soap che dura 24 ore. Litigano, il telecomando si rompe. All'improvviso suona alla porta un misterioso tecnico tv (Don Knotts) che lascia ai ragazzi uno strano e nuovo telecomando. Litigando di nuovo con lo strumento in mano, i due si ritrovano dentro la televisione. Diventano loro stessi protagonisti di Pleasantville, prendendo il posto di Bud e Mary Sue Parker, figli di George (William Macy) e Betty (Joan Allen). Pleasantville è una città particolare. Non esistono i colori, tutto e tutti sono in bianco e nero. Tutto scorre liscio nella piacevole città. Le mogli aspettano i mariti a casa dal lavoro perfettamente vestite, truccate e pettinate. Gli porgono un Martini in mano e gli chiedono come è andata la giornata. Nessuno si fa male, non esiste il fuoco e quindi gli incendi. I pompieri a Pleasantville salvano solo i gatti sugli alberi. Le partite di pallacanestro si vincono sempre, il polpettone per cena è sempre pronto. I libri hanno le pagine bianche e non sono scritti.  Tutti sono imprigionati nei loro ruoli, le azioni si ripetono con pedissequa cadenza, persino i dialoghi e taluni discorsi. E' tutto bello a Pleasantville, tutti sorridono e nessuno soffre. Ma David e Jennifer, alias Bud e Mary Sue, intrisi di mondo reale, iniziano pian piano a sconvolgere gli equilibri così ben impostati di questa artefatta cittadina. Se David/Bud a suo modo ci si trova bene, Jennifer/Mary Sue non ci sta e inizia a trasfondere un pò di umane emozioni ai personaggi che le ruotano intorno, cominciando da Skip Martin a cui farà presto scoprire le gioie del sesso, a lui fino a quel momento sconosciute. Tanto è stato forte l'impatto che Skip vede finalmente una rosa rossa in mezzo alle piante in bianco e nero. Le voci girano, la gente si incuriosisce e le passioni iniziano a girare. Oltre al sesso, tutti vogliono saperne di più circa il fatto che possa esistere un mondo fuori Pleasantville, sono incuriositi dal fatto che si possano conoscere delle storie attraverso i libri, che possano essere scritti e non soltanto pieni di pagine bianche. E pian piano il colore inizia ad entrare nella loro vita, animando gli oggetti intorno a loro finanche ai loro stessi volti. Adesso sono davvero tutti felici nella loro nuova vita a colori. Felici perché i colori che sono entrati corrispondono ai sentimenti e alle emozioni mai provati e nascosti finora sotto una coltre di grigio. Questo film offre molte scene memorabili, ma le due secondo me più belle sono: quella dove Jennifer/Mary Sue spiega alla madre Betty cos'è il sesso, intavolando un delizioso discorso all'incontrario dove è la figlia che si trova a spiegare ad una madre ignara e non viceversa -- cit. "Mary Sue cosa succede nel viale degli innamorati? Ci si tiene per mano? -
Al termine del discorso si assisterà ad una bellissima metafora che farà incendiare addirittura un albero in giardino!
L'altra scena di toccante delicatezza riguarda sempre Betty. Bloccata in cucina, senza il coraggio di uscire per mostrarsi al marito che la chiama dal salotto, viene raggiunta da David/Bud che scopre come il suo viso non sia più grigio ma è diventato a colori. Betty è terrorizzata, si sente spiazzata da una presa di coscienza che l'emoziona e la turba allo stesso tempo. Ma Bud la tranquillizza, si siede accanto a lei e con una cipria grigia le fa tornare il volto come era. Nei teneri movimenti della mano di Bud sul volto di Betty si coglie tutta la delicatezza rasserenatrice di chi capisce, non giudica ed incoraggia.
Il film, nemmeno troppo velatamente, è una vera e propria satira sociale ai labili confini della denuncia del sistema socio famigliare dell'America anni 50. Una nazione che imponeva alla classe media un determinato cliché comportamentale, intriso di perbenismo e perfezione più che di vero e proprio puritanesimo. Apparire era più importante che essere. Le mogli dovevano essere sempre spose fedeli e signore inappuntabili, i figli brillanti studiosi e imbattibili sportivi, i mariti efficienti e con la promozione sempre in tasca, l'erba del giardino sempre curata, i pasti abbondanti e puntualmente serviti a tavola. Pleasantville riflette come uno specchio in chiave allegorica tutto questo. E si presenta come anticamera di ciò che arriverà molti anni dopo, cioè il 1968 e Woodstock. I figli e i nipoti di quell'America non sopportano più simili condizionamenti, manifestando una ribellione che li ha portati alla deriva spingendoli fra alcol, droga e violenza. Una reazione estrema, da cui ancora non sono del tutto usciti, ma figlia secondo me proprio di quello schema generato negli anni 40 e pesantemente inflitto negli anni 50. 
Confido in Alessandro per l'approfondimento storico che vorrà farne seguire. A tutti voi, non posso che augurare di cuore la visione di un film così bello.

domenica 15 febbraio 2009

Fai come se fossi a casa mia

Ritornare a teatro dopo molto tempo e farlo con questa pièce di Gianluca Crisafi, sceneggiatore ed attore protagonista in questa commedia dolce amara, mi soddisfa grandemente sotto molteplici aspetti. Il primo, direi quello fondamentale, è l'aver ritrovato per il tramite di facebook un amico di infanzia, Giovanni, titolare dell'associazione culturale Eras e gran mastro organizzativo di spettacolo a cui devo l'invito. Il secondo è dato dallo spettacolo stesso, allestito con scrupolo ed amore per il dettaglio. Non ci troviamo di fronte al solito allestimento "amatoriale": gli attori impegnati in quest'opera, da quanto possiamo leggere dal booklet dello spettacolo, hanno una formazione artistica che proviene dal mondo del doppiaggio e da scuole teatrali. Il particolare si coglie immediatamente e ci fa capire di assistere ad una performance professionale. La trama, che prende forma e vita dai suoi protagonisti, sembra affondare le sue radici nella realtà rendendo tutto molto verosimile: due amici di lungo corso, Filippo e Germano, condividono lo stesso appartamento sotto il cui tetto si intrecciano e si slegano le vicende comuni e personali di entrambi. Sprezzante, cinico, sicuro di sé il primo quanto insicuro, tremebondo e arrendevole il secondo.
Le loro fidanzate, Giulia ed Esalacion, costituiscono invece il degno contraltare: si direbbe infatti che Giulia abbia il carattere di Germano in femminile ed Esalacion quello di Filippo.
Sebbene i protagonisti siano dotati di caratteri così diversi, non vi è mai prevaricazione o vessazione da parte dell'uno sull'altro. Filippo esprime i suoi sentimenti a modo suo, senza dubbio con una certa durezza e senza melliflue smancerie, affronta il mondo facendosi scudo da esso indossando i panni del cinismo, un contegno che lo pone non poche volte in situazioni borderline fra rimanere nel mondo di tutti i giorni od esserne totalmente avulso. Sebbene tutto l'impianto scenico ruoti in modo uniforme su tutti e cinque i protagonisti (il narratore nel primo atto Teo Bellia diventerà il maggiordomo Virginio nel secondo), è decisamente Filippo il personaggio su cui viene caricato il fine morale dell'opera stessa, non senza un velata allusione ad esperienze biografiche che vedono lo sceneggiatore e l'attore unificarsi nella stessa persona di Gianluca Crisafi. Vera punta di diamante, sia recitativa che testuale, è il finale. Quasi pirandelliano nel suo "non concludersi". Quando Filippo viene invitato da Virginio alla riflessione su sé stesso e a mettersi in discussione, la reazione sarà molto ambigua. Non sapremo mai infatti quale scelta verrà operata, né soprattutto se sarà giusta o sbagliata. La conclusione - forse - viene lasciata alla mente e al cuore del pubblico, affinché ognuno tragga la propria.
Un cast molto bravo e preparato, una regia che miscela brio e indolenza sulla scia dei tempi scenici ed una scenografia semplice ma efficace, che sicuramente è costata grande fatica al mio amico Giovanni. Assolutamente da non perdere, affrettandosi al Teatro dell'Orologio entro l'ultima data utile del 1° marzo che sarà in scena. 

domenica 8 febbraio 2009

Il dubbio

Entrando subito in sintonia con il film in oggetto dico soltanto che, tra i peccati capitali, l'accidia (pigrizia) è quello reitero di più. Anche per questo film ci ho messo una settimana per parlarne, ma fortunatamente per motivi ben diversi da quelli riservati a Tony Manero. Questa volta la consueta "commissione bilaterale" si è trasformata in "trilaterale" con la partecipazione di Fulvio, storico amico del Cinefilante. Involontariamente si è creata una bella commissione mista che ha commentato il film a fine proiezione sui tre versanti: canonico-ecclesiastico (Ballestrero), socio-culturale (Cinefilante) e storico (Fulvio). Ma andiamo più vicini al plot della pellicola: nel Bronx del 1964 sour Aloysius Bauvier (Meryl Streep) è la severissima preside del collegio della parrocchia di St. Nicholas. Con pugno sicuro e a volte un pò troppo autoritario manda avanti l'isitituto, assicurandosi che i ragazzi imparino ad essere disciplinati oltre che istruiti. La conduzione del collegio è condivisa con il clero maschile della parrocchia di St. Nicholas attraverso la controversa figura di padre Flynn (Philip Seymour Hoffman), il quale sembra dedicare un'eccessiva attenzione ad un alunno nero di 12 anni di nome Donald Miller. Donald viene spesso fatto oggetto di derisione o bersaglio di dispetti da parte degli altri alunni bianchi della scuola. Ma questo è niente rispetto a quello che subirebbe in una scuola pubblica, dove i conflitti razziali tra etnie negli anni '60 arrivavano allo scontro fisico. Schermaglie e prese in giro alla scuola cattolica, in confronto, erano una vera e propria passeggiata di salute. L'insegnante di Storia, la giovane e poco esperta suor James, inizia a notare in Donald atteggiamenti apatici ed umore turbato. Il fenomeno inizia a preoccupare la suora quando, nel bel mezzo della lezione, Donald viene convocato dal prevosto Flynn in canonica e da quest'ultimo rispedito al mittente con l'alito gravido di alcol. A questo si aggiunge anche un episodio ambiguo notato da Suor James in palestra il giorno prima, in cui lo stesso prete riponeva una maglietta nell'armadietto di Donald. I sospetti su padre Flynn vengono subito esposti a suor Aloysius. Quest'ultima, battagliera e conservatrice, ingaggerà un corpo a corpo psicologico e verbale col prete, da lei visto come fumo negli occhi perché portatore e fautore di istanze moderniste, messe da poco in movimento dal Concilio Vaticano II indetto qualche anno prima nel 1959. Il dubbio sugli eventuali abusi sessuali di padre Flynn su Donald non verrà mai sciolto, nemmeno fino alla fine del film. L'unico dubbio che nel finale diventa certezza è la barcollante fede di sour Aloysius, messa a dura prova dagli eventi in questione.
Il film non è stato accolto, come ho avuto modo di leggere qua e là sul web, con particolare allegrezza da alcuni strati del clero con la passione per la tastiera e l'adsl - mi riferisco al sito Cattoliciromani, grande community clerico-laica . Personalmente non ho notato nessun atto di accusa, né diretto né indiretto, verso la chiesa cattolica sul già tragico e ripugnante fenomeno della pedofilia infantile perpetrato dai suoi ministri, la cui maggior concentrazione di casi in America è proprio negli anni '60, così come documentato dal poderoso tòmo Our Fathers di David France, cui raccomando la lettura solo se equipaggiati di una solida conoscenza della lingua Inglese. L'unica didascalia che davvero ho trovato fuori contesto ed inserita nella sceneggiatura a forza è l'allegoria delle istanze conservatrici e liberali, con evidente allusione al Concilio Vaticano II allora in corso, rispettivamente rappresentate dall'energica suora e dal rivoluzionario prete, per il quale sia io che il mio dotto amico Alessandro dedicheremo uno speciale approfondimento, così come fatto per il film Valkyrie.


Personalmente mi impongo - per caparbietà del tutto personale - di scoprire a quale ordine di suore appartenesse Meryl Streep in questo film, visto che fin dalla visione dei trailer sembra vestita più da quacchera che da suora cattolica. In particolare per quella mezza cuffia
tipica di questa comunità socio-religiosa tipica dell'America post vittoriana.

09 febbraio 2009: caparbietà premiata! Le suore impersonate in questo film, da cui l'insolita veste con altrettanto insolita cocolla (velo) sono le Suore della Carità di New York

venerdì 6 febbraio 2009

Valkyrie - Approfondimento Storico 3

Terza parte sulla storia dei rapporti tra Chiesa Cattolica e Germania nazista. 
Pio XI morì il 10 febbraio 1939, e sulla sua morte sono fiorite nel corso degli anni ipotesi e congetture, molte fantasiose, altre più realistiche. Tralasciando l'ipotesi che sia stato avvelenato per ordine di Mussolini (il cui potere fiorì proprio durante il regno di Pio XI) mancando qualsiasi traccia o indizio a sostegno di tale congettura, è tuttavia un fatto che il rapporto tra Pio XI ed il regime nazista era ormai totalmente deteriorato. 
Era prevista, infatti, nel febbraio dello stesso anno la pubblicazione di una nuova enciclica con una denuncia ancora più diretta delle nefandezze del governo tedesco ai danni dei cattolici e delle persecuzioni razziali. Di tale documento non sono pervenute copie, ma tracce di un discorso introduttivo che avrebbe dovuto pronunciare due giorni dopo la sua morte.
E' in tale contesto politico ed in una Europa che sta correndo verso la guerra che sale al soglio di Pietro il nuovo Papa, Pio XII. Era un uomo di grande esperienza diplomatica, in particolare con il mondo tedesco, avendo ricoperto il ruolo di Nunzio Apostolico in Germania dal 1920 al 1933, fu inoltre collaboratore del Papa precedente nella preparazione e stesura dei testi dei Concordati firmati con l'Italia e la Germania. 
Ma la catastrofe dell'Europa si stava ormai consumando con i carri tedeschi in corsa verso Varsavia e quelli russi impegnati ad occupare ciò che era rimasto della Polonia. L'improvviso annuncio del patto tra Germania ed URSS, che di fatto lasciava mano libera ad Hitler per scatenare il conflitto ad ovest con il fianco est non in pericolo immediato, squassò le certezze delle cancellerie europee, ed anche dei diplomatici vaticani.
Bisogna immergersi nella cultura di quegli anni per poter comprendere fino in fondo cosà comportò la firma del patto tra Molotov e Von Ribbentrop: l'URSS era vista con timore ed ostilità dai paesi ad economia capitalista ed anche dalla chiesa cattolica. L'ateismo di stato imposto dal regime sovietico comportò il tentativo di sradicamento di una forte tradizione cristiana (anche se non di matrice cattolica, se non in minima parte), con la distruzione dei luoghi di culto, la confisca dei beni e la dispersione ed eliminazione del clero. Erano gli anni in cui l'URSS propagandava la rivoluzione comunista in giro per l'Europa, facendo leva su una estesa classe di lavoratori colpiti da una crisi economica ormai decennale. Il fascismo italiano, ed i movimenti ad esso collegati in Francia, Spagna e Belgio, il nazismo tedesco (pur con le molte e cospicue differenze), ed altri movimenti "minori" di ispirazione socialpopulista, si ergevano ad argine anticomunista, e la Chiesa spesso li appoggiava confidando nella loro protezione. L'esperienza della guerra civile spagnola rafforzò ulteriormente tale indirizzo politico. 
Il nuovo Papa, Pio XII, poco potè fare per arginare l'incendio che stava consumando l'Europa. Nel frattempo cresceva la durezza del conflitto: l'attacco all'URSS nell'estate del 1941 scatenato dalla Germania nella convinzione di una rapida e definitiva vittoria ad est, ebbe da subito il connotato di una guerra per la sopravvivenza, dai connotati quasi primordiali. Il fine ultimo della Germania era sì abbattere il regime comunista, ma le armate tedesche sarebbero state seguite da masse di contadini di stirpe germanica, al fine di occupare le terre conquistate dall'esercito, colà stabilirsi e colonizzare le vaste pianure ucraine sgomberate dalle popolazioni native, considerate di razza inferiore. Tutto ciò non era una novità, infatti era sufficiente leggere il Mein Kampf di Hitler per trovare la programmazione di tali azioni, che sarebbero diventate realtà una volta conquistato il potere. In realtà l'innovazione venne dall'incontro tra la tecnica e l'istinto primordiale di occupare le terre, di rapinare il più debole, lo sconfitto. Fu l'incontro tra il carro armato ed il barbaro armato di mazza ferrata che rese possibile la violenza spietata del conflitto ad est. Il passaggio allo sterminio, alla scientifica, implacabile e disumanizzata eliminazione del nemico (che fosse ebreo o rappresentate di una razza inferiore, o nemico dello stato nel senso più ampio del termine) fu breve, e quasi "naturale". L'omicidio in catena di montaggio, come avveniva nei campi di sterminio, in buona parte deresponsabilizzava l'individuo, rendendolo parte di un processo che non poteva controllare, e di cui, probabilmente, non era in grado di comprendere l'ampiezza. L'enormità dello sterminio degli ebrei e degli altri internati nei lager non era comprensibile ai più. Anche la catena di comando tedesca era deresponsabilizzata, in quanto non venne mai diramato un ordina diretto, ma una serie lunghissima di ordini locali, che nella burocratizzata macchina statale tedesca convergevano tutti verso un fine mai chiaramente dichiarato: la morte di milioni di persone, condannate per il solo fatto di esistere.
Questa lunga digressione credo che sia stata necessaria per tentare di evidenziare la situazione politica e sociale dell'epoca: tutti sapevano dell'antisemitismo del governo tedesco, ma le informazioni sui lager erano frammentarie e discordanti.
Pio XII si trovò i carri armati tedeschi a Via della Conciliazione, con lo stato italiano dissolto in 24 ore di follia e codardia e gli alleati bloccati nella macelleria di Cassino. 
Le informazioni che arrivavano dal ghetto di Roma erano drammatiche, ma anche la chiesa cattolica in Germania rischiava grosso. Una denuncia pubblica della bestialità nazista non avrebbe cambiato la situazione, forse l'avrebbe soltanto peggiorata, con l'inizio di persecuzioni anche contro i cattolici. 
Del resto anche gli Alleati tacevano, tanto più che i bombardieri ed i ricognitori americani ed inglesi penetravano sempre più in profondità in Germania, e forse qualcosa potevano intuire sulla strage continua che era in corso nei campi di concentramento.
Se ci fu una complicità, causata dall'inazione, non si può limitarla al presunto silenzio di Pio XII. Da semplice studioso ed appassionato di storia credo che l'enormità del crimine in corso fosse semplicemente difficile da comprendere. 
Oggi è facile credere di poter conoscere cosa succede nel mondo (ma il genocidio ruandese del 1994 ci insegna che non è così), ma in quegli anni gli strumenti di conoscenza, analisi e diffusione dello notizie erano molto meno diffusi e sofisticati, ed anche gli altri paesi belligeranti derogarono spesso ai principi di umanità e tutela dei civili, con i bombardamenti a tappeto delle città tedesche e giapponesi. La sensibilità dell'epoca per queste tematiche era molto meno acuta di quella odierna.
Il Papa, secondo me, era profondamente solo in tale situazione, e di fronte alla furia indiscriminata della guerra, pensò a salvare il suo gregge. Pensare di giudicare tale atteggiamento con gli occhi di oggi, come fanno molti, lo trovo ipocrita ed ingiusto.
Con il crollo del regime nazista, la barbarie e l'orrore dei campi di sterminio vennero rivelati al mondo (anche se soltanto con il processo di Norimberga se ne ebbe la diffusione). Ora tutti sapevano e fu un trauma culturale immenso, che nella terra di Goethe potesse essere avvenuto l'indicibile. 

giovedì 5 febbraio 2009

Valkyrie - Approfondimento Storico 2

Sono ben felice di accogliere l'invito del Cinefilante per poter approfondire (da semplice appassionato di storia) il tema dei rapporti tra chiesa cattolica e Germania nazista. 
Il tema è estremamente controverso, anche per le discussioni in corso tra gli storici sul presunto silenzio di Pio XII riguardo alle persecuzioni razziali contro gli ebrei ed ai campi di sterminio. Tali polemiche, a mio parere, sfociano spesso in una semplificazione manichea pro o contro l'operato della Santa Sede, e non tengono conto della complessità del momento storico e, sopra ogni cosa, del fatto che la Chiesa non è soltanto il Papa, ma una struttura complessa con una gerarchia locale.
Il 20 luglio 1933 (circa sei mesi dopo le elezioni che portarono Hitler a rivestire la carica di cancelliere) venne firmato, in Vaticano, il Reichskonkordat, ovvero il concordato tra Germania e Santa Sede, che aveva lo scopo di regolare i rapporti tra governo tedesco e Chiesa Cattolica a tutela dei rispettivi interessi e delle rispettive autonomie. 
La politica restrittiva contro la Chiesa Cattolica, inaugurata da Bismark nella seconda metà del diciannovesimo secolo, avrebbe dovuto trovare una fine, con l'instaurazione di due principi cardine: libertà per la professione della religione cattolica e protezione delle sue organizzazioni da una parte, giuramento di lealtà dei Vescovi al governo ed alle istituzioni tedesche dall'altra.

L'inchiostro del Concordato non si era ancora asciugato che il governo tedesco cominciò a violarlo, sia con la repressione e lo scioglimento di quasi tutte le organizzazioni, in particolari giovanili, che non fossero affiliate alla Hitlerjugend (la gioventù Hitleriana), sia con la propaganda di una forma religiosa neopagana di diretta emanazione del partito nazista. Il partito organizzava spesso manifestazioni che avevano la forma e la sostanza simile ad una funzione religiosa, in adorazione della figura del Fuhrer (guida, in tedesco) e del Fuhrerprinzip (ovvero il dogma della infallibilità delle sue scelte, quindi del suo governo). Il mein kampf, ovvero il libro scritto da Hitler negli anni della corsa per la presa del potere, e che conteneva i principi su cui si basava la sua visione politica, divenne fonte del diritto, così come vennero costruite are e monumenti per il ricordo e la celebrazione dei militanti nazisti (assunti al grado di martiri dell'idea nazista), morti nei tumulti che precedettero la presa del potere.

La chiesa tedesca, immersa in questo contesto politico, controllata dalla polizia politica (Gestapo), non ebbe la forza di creare una alternativa culturale diffusa, anche perchè la popolazione accolse il governo nazista auspicando grazie ed esso, in una rinascita economica e sociale della Germania. 
Furono centinaia i religiosi arrestati, intimiditi, deportati in campo di concentramento e, spesso, uccisi. Tanto che, il 10 marzo 1937 il Papa Pio XI pubblico l'enciclica Mit Brennender Sorge (Con bruciante preoccupazione), che denunciava le violazioni del concordato firmato quattro anni prima e la sostanziale anticristianità della dottrina nazionalsocialista. l'enciclica (fatto inusuale) venne scritta direttamente in tedesco, e non in latina, per permettere una veloce e puntuale diffusione in Germania. 
La conseguenza diretta della diffusione dell'enciclica fu la soppressione delle ultime organizzazioni cattoliche attive e la proibizione dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Cominciava così il periodo più buio per il cattolicesimo in Germania. 
La figura di Pio XII ed ulteriori approfondimenti saranno oggetto del prossimo post.

mercoledì 4 febbraio 2009

Valkyrie - Approfondimento Storico 1

Accolgo volentieri l'invito del mio magister elegantiarum e cercherò, in poche righe e per quanto di mia conoscenza, di inquadrare il complesso fenomeno della così detta "resistenza tedesca" contro il nazismo.
Per prima cosa è importante sottolineare che, secondo gli storici più accreditati (Fest, Hillgruber, J.P. Taylor), l'intento dei congiurati era quello di eliminare Hitler e non di provocare una immediata uscita dalla guerra. La Germania controllava ancora vastissimi territori, il sistema industriale non era ancora al collasso (anzi, il massimo della produzione bellica fu ottenuto proprio nel 1944, grazie alla grande capacità organizzativa del ministro agli armamenti Albert Speer), ed era diffusa l'illusione di poter trattare con gli alleati una tregua ed una successiva alleanza contro l'URSS.
Il Colonnello Von Stauffemberg, esecutore materiale dell'attentato, non era un pacifista, ma un rappresentante di quella nobiltà terriera tedesca che non aveva mai aderito completamente al nazismo, ma che nulla aveva fatto di concreto per ostacolarlo. Nei primi anni del conflitto Hitler umiliò più volte l'alto comando della Wehermacht (l'esercito tedesco) imponendo scelte strategiche (quali, ad esempio, l'invasione della Francia attraverso Belgio ed Olanda oppure l'invasione della Norvegia) che risultarono vincenti, contro il parere degli alti ufficiali. Lo stesso Hitler si convinse della incapacità dei suoi generali, imponendo successivamente l'adozione di uno schema di difesa ad oltranza di posizioni ad alto valore propagandistico (un esempio per tutti: Stalingrado) che dissanguarono l'esercito tedesco e lo portarono al tracollo, in particolare sul fronte orientale.
Era quindi in atto un profondo scollamento tra comando politico (Hitler ed i suoi ministri) e comando militare. I generali si vedevano imposte scelte tattiche e strategiche legate alla propaganda più che alla situazione sul campo, e capivano la drammaticità della situazione militare tedesca, già seriamente compromessa dallo sbarco in Normandia avvenuto un mese prima e non efficacemente contrastato anche a causa della scelta di Hitler di non voler cedere un metro di terreno agli avversari per permettere una efficace difesa in profondità.
Da questo quadro sommariamente descritto si possono dedurre alcune considerazioni:
- l'organizzazione dell'attentato del 20 luglio fu un affare interno di una parte dell'esercito tedesco; la nobiltà con le stellette non coinvolse né il partito comunista clandestino (la più organizzata formazione di opposizione al nazismo), né la chiesa cattolica (unica organizzazione rimasta semi indipendente dal nazismo e osteggiata aspramente dall'ideologo del partito Rosemberg).
- gli alleati non furono coinvolti, anzi liquidarono l'attentato come "una resa dei conti interna al regime" (dispaccio agenzia Reuters, 23 Luglio 1944). Ciò è comprensibile pensando al fatto che la strategia degli alleati prevedeva la disfatta tedesca ed il dissolvimento dello stato, con una Germania ridotta a paese agricolo senza industrie o forze armate. Un governo militare tedesco, con Hitler morto ed il regime dissolto, avrebbe potuto trattare un armistizio da una posizione di forza ed avrebbe potuto rompere la già traballante alleanza tra URSS ed alleati occidentali. Bisogna ricordare che molti, in particolare tra gli inglesi, auspicavano di girare i cannoni contro Mosca con l'aiuto di Berlino.
L'attentato fallì per varie ragioni: venne innescata una sola carica (dovevano essere due), l'incontro cui doveva partecipare Hitler non venne tenuto nella parte più profonda del bunker (dove l'esplosione sarebbe stata più devastante) a causa del caldo, ed infine il regime reagì prontamente ed i cospiratori (quelli più esposti) vennero subito individuati, processati pubblicamente con dispendio di propaganda, ed eliminati.
Hitler ne uscì minato nel fisico, ma soprattutto nella mente: si convinse di essere stato salvato da un intervento divino e di poter così ancora rovesciare le sorti della guerra, come accadde al re Federico II di Prussia, salvato dalla morte della Zarina Elisabetta nel 1762, con i Russi a Berlino. Ma la strada per la catastrofe, per le armi ed il popolo tedesco, era ormai tracciata.

domenica 1 febbraio 2009

Valkyrie

Premetto che il sottoscritto ed i film a tema bellico hanno ben poco da spartire. Non certo per un antimilitarismo che non mi appartiene, molto più semplicemente li ho sempre trovati noiosi. Ammetto storie e sceneggiature a sé stanti inserite in un contesto militare dove quest'ultimo si limita a fare da contorno. Ma nel caso di Valkirye, l'ultima prodezza del prode scientologista Tom Cruise, bisogna essere davvero appassionati della materia. Il film si apre in Africa, sul finire del 1940, in piena II guerra mondiale, dove il fiero Colonnello Claus Von Stauffenberg (Tom Cruise) - tetesco di Germania, come direbbe il buon Paolo Villaggio -  discute col suo Generale sull'opportunità di proseguire un'inutile campagna militare che si preannuncia fallimentare. Nemmeno il tempo di rigirare sui tacchi che la prode armata viene assalita a colpi di bombe e mitragliatrici da una flotta aerea che non risparmia nessuno, tranne naturalmente Von Stauffenberg. Il Colonnello avrebbe preferito rimetterci la buccia, perché fa rientro in patria gravemente menomato: perde una mano, butta via l'occhio sinistro e della mano destra rimangono solo tre dita. Una volta a casa, insieme ad un gruppo di alti ufficiali dell'esercito Nazista, prende parte ad un progetto ardimentoso: assassinare il Führer Hitler e sostituire il Reich con un governo militare, in attesa di giorni migliori. Gli ufficiali "traditori" di Hitler mandano Von Stauffenberg nel bunker di Hitler nel bel mezzo della Foresta Nera, accreditandolo come grande eroe di guerra, quindi al di sopra di ogni sospetto. L'intenzione è quella di far saltare in aria in Hitler con tutti i suoi fedelissimi, piazzandogli una valigetta piena di tritolo sotto le chiappe, durante una riunione dello Stato Maggiore. Come un piazzista di enciclopedie Stauffenberg giunge a pochi metri dal Führer, posa la valigia imbottita di esplosivo sotto il tavolo, riceve la fatidica telefonata e zac! se la svigna con malcelato garbo. Grande botto dietro le spalle del Colonnello, che fugge alla chetichella verso Berlino per organizzare la presa del Reich attraverso l'armata di riserva pronta ad occupare la città e a fare fuori i capataz del regime, facendo scattare appunto "l'operazione Valkirya". Peccato, l'erba cattiva non muore mai. Una inquietante telefonata ricevuta da Goebbles ci fa capire che non solo il paradiso, ma anche l'inferno può attendere. Il soggetto è basato su un fatto storico vero, probabilmente organizzato e gestito in modo rozzo, ansioso e grossolano. Non mi addentro nella dinamica storica del gesto e del suo inquadramento nel generale panorama di morte e violenza della II guerra mondiale. Lascio alla dotta penna di Alessandro, grande appassionato di  Storia Politica e Militare, nonché grande esperto di armamenti e pozioni, il piacere di raccontarci il contesto bellico in cui questo film è ambientato e da cui è stata tratta la sceneggiatura.