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domenica 23 novembre 2008

Grand Hotel

Sia pur con un pò di ritardo l'inverno è arrivato. Per i miei gusti, essendo io un noto freddoloso, poteva anche non presentarsi. Con il cielo plumbeo e la temperatura poco gradevole non ci è voluto molto per proporre al Cinefilante di organizzare, per ieri sera, una serata cineclub. Del resto sono in possesso del dvd di questo film già da dieci giorni, quando con molta fortuna sono riuscito a scovarlo in un negozio Mondadori. Ringrazio di cuore le case di produzione che a poco a poco stanno pubblicando i film Golden Age in dvd. Aggiungo inoltre che questi film d'antan vengono solitamente messi in vendita a prezzi proibitivi. Nel caso specifico di Grand Hotel sono stato invece più che fortunato: spesa contenuta sotto i dieci euro per un disco arricchito anche di contenuti speciali. Grand Hotel è un altro film che imparai ad apprezzare nel corso degli anni, quando veniva sempre proiettato abilmente in fascia ultranotturna ed era molto difficile riuscire a vederlo in orari umani. Il film si presenta già con un cast di glorie indiscusse: i fratelli Barrymore John e Lionel, Greta Garbo, Joan Crawford, Wallace Beery. Una produzione che si scopre essere costata 690.000 dollari del 1931, pari a 40 milioni di dollari del 2004, come ci spiegano i contenuti speciali del dvd. 
La storia è messa in scena a Berlino, in quello che è il suo lussuoso e costoso Grand Hotel, nella Germania prebellica e pre-nazista. In questo magnifico albergo, dove anche i portaceneri ai piani sono realizzati in rigoroso stile art-déco, si assiste ad un continuo via vai di avventori in tuba, marsina e bastoni per i gentiluomini e pellicce di ghepardo, cappelli a cloche ed occhioni sfavillanti per le signore. Nella raffinata confusione che regna all'ingresso e tra i piani dell'albergo incontriamo i protagonisti: lo spiantato barone Von Geigern (John Barrymore), la maliarda ballerina dell'imperial Opera Russa Madame Grusinskaya (Greta Garbo),  l'impiegato agli ultimi sgoccioli di vita Otto Kringelein (Lionel Barrymore), l'imprenditore arrogante e senza scrupoli Preysing (Wallace Beery), l'ambiziosa e scaltra dattilografa Fiamma (Joan Crawford).
Tutti entreranno in contatto fra di loro più o meno casualmente, anche se il vero ed unico filo conduttore che li lega tutti insieme è la drammatizzazione individuale della propria inadeguatezza e disperazione. Scopriamo presto, infatti, che il barone Von Geigern è in cerca di denaro disperatamente, per ripagare un debito di oltre cinquemila marchi con gli usurai. Quando uno di loro, vestito da autista,  si presenta in albergo ed avvicina il barone per minacciarlo di pagare, quest'ultimo reagisce con un sussulto di stizza aristocratica gridando: "Quante volte ti ho detto di non rivolgerti a me con la sigaretta accesa?", preoccupato più di essere visto parlare da pari verso una persona di rango inferiore, piuttosto che alla propria corteccia gravata dai debiti. Non potendo nobiltà e aristocrazia costringerlo ad un qualsivoglia lavoro, il barone si improvvisa ladro (o topo d'albergo), determinato a rubare i gioielli della ballerina russa Madame Grusinskaya. 
La Grusinskaya, capricciosa e volubile ballerina, ha già imboccato la strada della depressione quando capisce che la sua stella è oramai tramontata. Nonostante gli spettacoli ancora in cartellone a Berlino, il pubblico disposto a venirla a vedere è sempre meno. I gusti stanno cambiando e lei se ne accorge amaramente mentre danza dal palco. Troverà nuova linfa quando il barone inizierà a corteggiarla, dribblando sulla "trascurabile" circostanza di averlo trovato dentro la sua camera nascosto in un armadio e con una collana di perle in tasca.
Kringelein, convinto come è di essere rimasto con poche settimane di vita, prende una decisione estrema: morire in bellezza, circondato e coccolato dalla bellezza del Grand Hotel e del suo mondo. Ritira tutti i suoi risparmi e decide di spenderli tutti lì, esigendo di avere la stanza più costosa e dedicandosi a divertimenti e sollazzi finora mai provati. Sarà che la paura della morte (anche se non si capisce di cosa sia malato...) cancella ogni freno, Kringeleien si lancia anche nel gioco d'azzardo vincendo una notevole somma. Somma che il barone, entrato in buoni rapporti anche con lui, tenterà di rubare approfittando della sbronza di Kriengelein in stanza. Poi, però, quando si rende conto della disperazione di Kringelein che non trova il portafoglio con tutti i suoi averi, si intenerisce e con distratta eleganza glielo restituisce, fingendo un ritrovamento dietro un tavolo sul pavimento. Qualche stanza più in là c'è Preysing, imprenditore tessile cui si avverte la prossima bancarotta. Deve concludere un affare importante, ma affinché vada in porto è necessario che la sua ditta si unisca per fusione con un'altra in Inghilterra. Se l'unione non va in porto, per lui sarà la bancarotta che trascinerà non solo sé stesso ma anche la sua famiglia. In un estremo tentativo di bluff, Preysing tenta di convincere i suoi committenti che la fusione con la ditta Inglese è cosa fatta, ma il gioco non durerà a lungo. Il barone farà visita anche alla stanza di Preysing, che nel frattempo tenta di sedurre la bella dattilografa Fiamma, ingaggiata più per la sua bellezza che per la sua perizia. Nella stanza comunicante presa per la bella Fiamma, Preysing avverte rumori provenienti dalla sua. Entra e scopre il barone. Si agita, vuole denunciarlo, sfoga la sua rabbia per essere stato respinto da Fiamma scaraventando sul barone il pesante telefono. Sarà il modesto ma coraggioso impiegato Kringelein a scoprire il tutto insieme a Fiamma e a denunciare Preysing, suo datore di lavoro in altra città. 
Grusinskaya non saprà mai che il suo adorato barone è morto, partirà velocemente per Vienna dove l'aspetta un'altra tournée, speranzosa di trovarlo già lì ad attenderla. Preysing verrà portato via senza troppi complimenti e Fiamma con Kringelein inseguiranno il divertimento, ma questa volta al Grand Hotel di Parigi. Il dottore dell'albergo, Ottemschalg, chiude la scena con le stesse parole dell'inizio: "Grand Hotel, gente che viene, gente che va... non succede mai nulla". Benché lontani di qualche annetto tra di loro, trovo molte analogie tra Grand Hotel e Sunset Boulevard, probabilmente per quel sottile filo di decadenza e morte che percorre entrambe le sinopsi. Sicuramente è un film da vedere e da apprezzare per l'affettazione dei suoi interpreti (tutti provenienti dal cinema muto e, pertanto, abituati ad esasperare la mimica facciale), e per la cura impiegata nella realizzazione del film stesso, calcolando che il Grand Hotel non esiste fisicamente, ma fu ricostruito tutto interamente negli studi di Hollywood.

domenica 16 novembre 2008

Changeling

Nel panorama generale dei film in programmazione dell'ultima settimana, il nuovo lavoro di Clint Eastwood Changeling sembrava l'unico meritevole di uscire di casa sabato sera e affrontare un gelido vento della steppa alzatosi proprio al momento di mettere il piede sulla porta. In compagnia del Cinefilante ci siamo diretti al Barberini, dopo una secca bocciatura del cinema Odeon a piazza Jacini (Vigna Clara), sprovvisto di riscaldamento e maleodorante di muffa. Anche il Barberini non brilla per pulizia e modernità, ma almeno si è riscattato con due punti di vantaggio: sala riscaldata a dovere e schermo in sala 1 di notevoli dimensioni.
L'opening del film è suggestivo per l'ottima fotografia e il curato lavoro di ricostruzione della scenografia in cui il film è ambientato. Fin dall'inizio sappiamo che la trama è basata su una storia vera.  Ci troviamo a Los Angeles nel 1928, poche case intorno al municipio (collocato in quello che è oggi downtown L.A., in cui è meglio perdersi che trovarcisi al giorno d'oggi) dove vive la protagonista  Christine Collins (Angelina Jolie), giovane madre senza marito assieme a suo figlio Walter (Gattlin Griffith). Christine lavora al centralino della Pacific Bell, ma un sabato mattina le viene chiesto di fare un turno extra, costringendola a lasciare il figlio di 8 anni a casa da solo. Una volta rincasata, Christine non trova traccia di lui da nessuna parte, né dentro né fuori in giardino. Dopo le prime vane ricerche Christine chiama la polizia per denunciare la scomparsa di Walter, ricevendo le prime reazioni ostili da parte della forza pubblica che, in quegli anni, viveva un periodo di estrema corruzione, condita da abusi e violenze che molto ricorda il soggetto di un altro film (L.A. Confidential), ambientato negli anni 50. La polizia di occupa stancamente del caso, finché non viene pressata dalle continue reprimende radiofoniche del reverendo presbiteriano Gustav Briegleb, impegnato a denunciare il profondo stato di devianza e violenza della polizia di Los Angeles. Per contenere una simile pubblicità negativa, il capitano Jones (Jeffrey Donovan) decide di farla breve ed approfittare del ritrovamento di un bambino in Illinois per spacciarlo come il figlio di Christine scomparso - leggo infatti sul dizionario che "changeling" vuol dire "bambino rapito e sostituito dalle fate"-
Nonostante la ferma opposizione di Christine nell'affermare che quel bambino non è suo figlio, il capitano Jones la circuisce al punto tale da indurla a farle ammettere di non essere in grado di riconoscere suo figlio, per via dello shock emotivo cui era stata sottoposta nei cinque mesi di attesa. In realtà, quando Christine si rende conto dell'inganno subito, torna al dipartimento di polizia per chiedere di proseguire le indagini, ma per tutta risposta viene nuovamente raggirata da Jones  che arriva persino a mistificare la realtà costruendo una versione dei fatti fantastica e strumentale per sollevare la polizia da ogni responsabilità. L'insistenza di Christine la incoraggia a raccontare la storia ai giornali e la polizia, per tutta risposta, la fa arrestare e trasferire ipso facto in un manicomio, facendola passare per una povera pazza. Nei giorni passati tra orribili torture e intimidazioni in manicomio, viene alla luce un caso singolare: un ragazzino racconta di aver partecipato all'uccisione di 20 bambini insieme al suo aguzzino, Gordon Northcott (Jason Butler Humer), riconoscendo nelle foto dei fanciulli scomparsi anche Walter Collins, figlio di Christine. Quando la storia viene alla luce, il reverendo Briegleg si mette in azione rintracciando e liberando Christine dal manicomio dove la polizia la teneva prigioniera e portando il caso in Tribunale, dove verrà celebrato un doppio processo contemporaneamente: uno alla polizia di Los Angeles e l'altro al serial killer dei 20 bambini. Chrisine riuscirà così a vedere giustizia per le orrende sevizie morali e fisiche a cui è stata sottoposta, come se il dolore per la scomparsa del figlio non fosse stata già abbastanza. 
Changeling è un film davvero ben riuscito. In particolare, costituisce un pò il riscatto professionale di Angelina Jolie (così come commentato nel foyer dopo la proiezione con il Cinefilante), finora sempre impegnata in film di azione come Tom Raider, Mr. & Mrs. Smith o il tragico Alexander (si, proprio quello in cui si giocava il ruolo della madre di Alessandro con la passione delle biscie...). In Changeling la Jolie, ben diretta da Clint Eastwood, interpreta con bravura un ruolo drammatico forte e commovente. Unico neo da segnalare è quello del trucco anni 30 applicato sulle strabordanti labbra della Jolie: troppo grandi e troppo carnose per essere pitturate di un rosso pompeiano, tali da poter essere confuse con gli idranti dei pompieri all'angolo dei marciapiedi. Lungo i titoli di coda si scopre che le musiche sono state curate da Clint Eastwood stesso. Se si è trattato di una prima volta, bisogna riconoscere al vecchio Clint un buon gusto anche in questo campo.

giovedì 13 novembre 2008

Presto su questi schermi!







Ai miei cari lettori: un periodo di intensa attività lavorativa mi ha fatto trascurare il blog. Prometto di tornare presto, non appena si calma la buriana!

sabato 1 novembre 2008

Tropic Thunder

Incoraggiato dal trailer visto al cinema in occasione di Zoahn, rallegrato dalla presenza di un cast di attori bravi e spassosi, gambe in spalla col Cinefilante siamo  andati a vederlo. Non ho ancora letto ciò che ha scritto il Cinefilante sul suo blog, ma sono sicuro che avrà dedicato impietosi commenti alla sala 4 del cinema Odeon a piazza Jacini. Non mi soffermo su questo particolare, Cinefilante è sicuramente più caustico e descrittivo di me. La difficoltà sopraggiunge ora. Dovrei parlare del film. Che strano,  non ci riesco!  Voglio dire: sarà che l'ossatura del film è comunque un comico. Sarà che ha un ritmo molto spesso concitato, sia in termini di azione che di velocità di battute. Eppure non posso fare a meno di pensare: ma come lo racconto? La trama non è poi così lineare, almeno ai mie occhi. Oppure occhi e orecchie, ieri sera, dovevano essere andati fuori servizio per over-tiredness. Orsù proviamoci: cinque attori di hollywood, sul ciglio del dimenticatoio per gli eccessivi sequel dei loro rispettivi film di serie c, sono impegnati nella realizzazione della pellicola che segnerà, come in un bivio, la loro rinascita o la definitiva catastrofe. Jeff, Tugg, Kevin girano le riprese di un film ambientato in Vietnam nel solito set hollywoodiano a cavallo tra cartone e realtà. Il film è indietro nei tempi di realizzazione, la produzione è infuriata (qui interpretata da un insolito e simpatico Tom Cruise, pelato e col culone). Questa storia, tratta da un libro scritto da un ex-combattente del Vietnam (Nick Nolte),  non ne vuole sapere di venire alla luce sugli schermi. L'ex combattente propone allora di immergersi in un sano realismo, traslocando gli attori in una foresta del Vietnam del sud, scaricandoli dall'elicottero. A loro insaputa, il mago degli effetti speciali ha piazzato tutto l'occorrente in bombe ed esplosivi per suscitare un maggiore realismo nell'interpretazione. Peccato che i poveretti non si rendano conto che sono stati scaricati nel bel mezzo di un territorio controllato dai trafficanti di droga, i quali ricambiano i petardi finti con proiettili veri. Ci vuole un pò alla cricca per capire che la finzione si è trasformata in realtà. Quasi mezzo film (quello visto da me in sala). Quando lo capiscono, stanno al gioco e si calano in una guerriglia vera e propria coi trafficanti. il bandito capo, un moccioso vietno-cinese, riconosce però in Tugg Speedman (Ben Stiller) il protagonista di uno dei suoi film preferiti, una specie di Forrest Gump mongoloide in chiave agreste, conosciuto col nome di "Sam il contadino". Il capo bandito grazia la vita di Tugg con l'obbligazione di interpretare ogni sera e a memoria il film a cui è devoto. Seguono rocamboleschi inseguimenti, rivelazioni epocali (come quella dello scrittore del libro che si scopre non avere mai partecipato alla guerra, nè di avere mai fatto il soldato ma solo l'addetto alle pulizie nella guardia costiera). Il film uscrià, per la gioia di tutti, registratro sulle avventure inconsapevolmente vissute da tutta la band.

Raccontando la trama così sembra che ci abbia capito tutto, ma in realtà io non ho capito un bel nulla. Al di fuori di qualche risata qua e là, ho trovato il film troppo arzigogolato, incartato su sè stesso e senza alcun messaggio intrinseco, benchè taluni ne vogliano ravvisare uno. Incomprensibilmente ai miei occhi, il tomatòmetro di rottentomatoes gli attribuisce un punteggio enorme. Non so davvero cosa ci abbiano trovato...