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domenica 19 ottobre 2008

Zohan - Tutte le donne vengono al pettine

Ritorno sempre con piacere al cinema Adriano a Roma. Non so perché ma ho un particolare feeling con questa struttura, anche quando ti sbattono in piccionaia nelle ultime tre sale. La scelta del film di ieri non poteva essere più gradevole, con i due protagonisti di questo film Adam Sandler e John Turturro. Devo dire che l'idea di partire da un dualismo guerrigliero storico, come quello del conflitto israeliano-palestinese, e crearci sopra un cazzatone divertente come questo è fantastico. Tutto ha inizio nelle calde terre d'oriente dove Zohan (Adam Sandler), una specie di supereroe invulnerabile a percosse ed esplosivi, combatte per la sua Israele contro i palestinesi. Questi ultimi fanno altrettanto, dandosi la caccia per Tel Aviv e Gerusalemme, compiendo scorrerie che sembrano essere all'ordine del giorno. Zohan è assoldato con la milizia ebrea, ma il suo ruolo gli va stretto. Vorrebbe fare altro, piuttosto che combattere con il suo alter ego palestinese Phantom (John Turturro), confidando alla sua famiglia di volere abbandonare l'esercito per diventare un parrucchiere. Sia il padre che la madre non la prendono bene, lo chiamano addirittura "finotchky" (c'è da segnalare che tutto il doppiaggio è stato eseguito con una specie di pastrocchio tra italiano-arabo-ebraico, sperando di ottenere un aumentato effetto comico. In realtà a volte è addirittura incomprensibile e penalizza, invece di esaltare, le scene e le gag già divertenti di loro).  Non incontrando nemmeno l'approvazione della sua famiglia, decide di fingersi morto dopo una specie di scontro finale con Phantom e scappa in America per realizzarsi come parrucchiere. Si presenta da John Mitchell a New York, ma non viene ricevuto propriamente a braccia aperte. Allora decide di spostarsi qualche metro più in là, fino al quartiere dove la comunità israeliana e palestinese vivono in un clima di relativa convivenza, presso il "Rafaela's salon", gestito da una bellissima parrucchiera palestinese di nome Dalia (Emmanuelle Chriqui). Zohan non ha mai tagliato un capello in vita sua, tranne i suoi nel viaggio verso New York regalandosi un taglio "Avalon" decisamente anni '80. In compenso, oltre alla voglia di fare, porta con sé un fallo oversize, con cui sedurre le clienti del salone che, nel giro di pochi giorni, aumentano vertiginosamente per deliziarsi di tanta grazia tra una messa in piega e l'altra. Tranquilli, il cattivo non manca: un magnate senza scrupoli che vuole fare piazza pulita del quartiere occupato dagli emigrati per piantarci un bel centro commerciale. Per far questo non esita a creare disordini incendiando negozi, cercando di mettere gli uni contro gli altri. Ma sia Zohan che Phantom, che nel frattempo si è trasferito anche lui a New York per aprire una catena di fast food arabi, sapranno unire le forze per liberarsi di lui. Nonostante la scelta discutibile di "doppiare il doppiaggio", trasformando il dialogo nella caricatura di sé stesso, il film è pieno di momenti divertenti e spassosi. Adam Sandler è completamente a suo agio nel genere demenziale, così come siamo abituati a vederlo. Si esce dal cinema con la consapevolezza di aver guardato la classica scemenza, ma con lo spirito rinfrancato dalle tante risate fatte.

martedì 14 ottobre 2008

Le Signorine dello 04


Oramai sono determinato a scovare tutta quella serie di film che, in passato, ho sempre visto in terze e quarte visioni sulle tv locali, bellissimi film collocati in fasce orarie infami perché subivano l'onta del tempo. "Le signorine dello 04" del semi-sconosciuto regista Gianni Franciolini è stato un film involontariamente profetico. Infatti, benché datato 1955, si può considerare il progenitore assoluto di pellicole il cui soggetto è dedicato al fenomeno dei call center. Non a caso, mi sono permesso di metterlo in stretta correlazione con il film di Virzì "Tutta la vita davanti", cui presto dedicherò una recensione a parte. Sebbene siano due film strutturalmente diversi, le dinamiche di centralino e/o call center sono molto simili tra loro, come per esempio il personaggio del "coordinatore" che nel film in oggetto, almeno nel 1955, si chiamava "capoturno", interpretato dalla sempre brava Franca Valeri, intenta a controllare e rimproverare le risorse meno efficienti.

Anche qui il cast è formato da attori e attrici di lungo avvenire, come Marisa Merlini, la già citata Franca Valeri nella parte della capoturno, Peppino De Filippo, Tina Pica, Aldo Giuffré e Giovanna Ralli (allora giovanissima, aveva 20 anni). Il film si sviluppa su cinque di loro, ognuna con le proprie storie personali e vicissitudini: Vera Colasanti (Marisa Merlini), alle prese con il marito e collega di lavoro che la tradisce regolarmente, Bruna (Giovanna Ralli) continuamente in cerca di un fidanzato che non venga fatto scappare dai suoi fratelli un pò sciovinisti, Gabriella (Giulia Rubini) che salva da un - presunto - tentativo di suicidio un ragazzo che sentirà proprio al telefono e con cui si fidanzerà, Maria Teresa (Antonella Lualdi) che affronta dignitosamente le difficoltà di essere una ragazza madre negli anni '50 ed ultima, forse più amara e spassosa, Carla (Franca Valeri), zitellona che cerca di conquistare il suo vicino di casa rimasto vedovo da poco tempo. Le storie scorrono più o meno parallele, in un clima di generale simpatia e leggerezza, pur trattando degli argomenti decisamente scomodi per il contesto sociale degli anni '50 italiani in cui sono inseriti. 

Tra un sorriso e una risata, infatti, non si può fare a meno di notare le tematiche della solitudine femminile che, superata un'età relativamente giovane e non essendo ancora sposate, subisce un malcelato compianto da parte della società di allora (Carla, la capoturno), ponendola in uno stato di palese apartheid. Il tradimento coniugale (Vera), dove il perdono ad oltranza del fedifrago viene incoraggiato in nome di una continuità ideale più sociale che religiosa. La maternità extra matrimoniale (Maria Teresa), poco decorosa se non quasi oltraggiosa per gli standard dell'epoca. I fidanzamenti rapidi e puerili (Gabriella), a cui basta un semplice gesto di aiuto per salvare il presunto suicida ed una stretta di mano, per ritrovarsi tutti a tavola a consumare il pranzo di fidanzamento tra le rispettive famiglie pochi istanti dopo. L'alcolismo tenuto nascosto tra le mura domestiche di zia Vittoria (Tina Pica), dove la preoccupazione dei famigliari é più orientata al "non far sapere", piuttosto che adoperarsi per aiutare a superare il disagio della malcapitata. L'ingerenza famigliare nelle scelte sentimentali (Bruna), dove i fratelli perpetuano la figura del pater familias imponendo decisioni e scelte di vita che nulla hanno a che fare con i desideri e le reali aspirazioni di lei. Il film terminerà in un contesto lieto, di nuovo tutte riunite dietro gli enormi catafalchi dei centralini dell'epoca, alle prese quotidianamente con le vicissitudini lavorative e gli aneddoti personali. In "Tutta la vita davanti" vengono invece affrontate tematiche più legate ai nostri giorni, ma che secondo me hanno una comune matrice con quelle ritratte da "Le Signorine dello 04". Per chi vorrà vedere le "Signorine dello 04", posso semplicemente suggerire di andare a caccia del titolo anche solo in vhs, in qualche videoteca particolarmente fornita. Non credo che sia disponibile già in dvd, ma spero di essere smentito, perché la visione di questo fim costituisce senza dubbio un must-to see!


venerdì 10 ottobre 2008

La Nonna Sabella


Che peccato non riuscire a trovare una locandina su internet che abbia una risoluzione migliore. Del resto, non è nemmeno facile quando si hanno per le mani dei film come questo - che personalmente considero dei capolavori in miniatura - e che l'impietosità del tempo ha relegato nel dimenticatoio. Sicuramente è per questo che nessuno si prende la briga di caricare la locandina originale del film, mettendola nei propri archivi. Solo pochi fissati (per non dire peggio...) come me sono in grado di dare la caccia a queste pellicole. Quando faccio di queste cose mi sento un pò come il personaggio di Max in "Pranzo alle 8", disperato agente di un attore fallito che veniva chiamato da impresari e registi "Max - the grave snatcher" (il dissotteratore). Eppure, se di riesumazione si tratta, posso però dire di averla compiuta specialmente nella mia memoria. "La nonna Sabella" è un film che ricordo da ragazzino, quando non esistevano i supporti video e informatici di oggi. Bisognava affidarsi alla Dea Fortuna per riuscire a rivedere questo tipo di film, principalmente sulle TV locali e trasmessi in orari infami, unicamente (penso) per coprire buchi di palinsesto. Inutile dire che malgrado una presenza di attori decisamente nutrita dal punto di vista di notorietà, come Paolo Stoppa, Dolores Palumbo, Peppino De Filippo, Sylva Koscina e Renato Salvatori, è la protagonista Tina Pica a dare il meglio di sé, in un ruolo che sembra essere scritto appositamente per lei: la vecchietta burbera, dispotica, combattiva ma in fondo dal cuore d'oro.
 Donna Sabella Renzullo è la nonna di Raffaele - Rafiluccio, come lo chiama lei - che vive in un paesino della provincia di Salerno, Pòllena, assieme alla sorella Carmelina (Dolores Palumbo), matura zitellona non per sua scelta, ma per la ferrea volontà di Sabella, che ha sempre ostacolato ed impedito il matrimonio con Emilio (Peppino De Filippo), storico spasimante di Carmelina a cui l'arzilla vegliarda ha sempre dedicato sonore fucilate. Il ritorno, dopo la laurea a Napoli, del nipote Raffaele, dà il via al piano di Sabella: farlo sposare alla ragazza più ricca del paese Evelina Mancuso, per accaparrarsene la dote, risollevare le esangui finanze dei Renzullo ed andare tutti insieme a Roma in pellegrinaggio sul Gianicolo. Sabella è una fedele garibaldina: nei suoi piani, oltre a rendere omaggio agli eroi del Risorgimento, i cui busti troneggiano sul Gianicolo, c'è anche il lezioso desiderio di farsi un bagno nella fontana di Trevi: "Io voglio fare un bagno nella fontana di Trevi, baganrmi, sciacquarmi... come una naiade!" - chissà se Fellini ha preso da qui l'idea del bagno nella fontana di Anita Ekberg per la sua "Dolce Vita". La nonna Sabella è del 1957, la Dolce Vita è del 1960. Secondo me il sospetto è legittimo... -
Viene combinato l'incontro con la giovane fanciulla Evelina Mancuso, tanto ricca quanto demente, ed i suoi genitori presso il circolo sociale del paese. Subito nascono i battibecchi tra la combattiva Sabella e la vacca marina - come la chiama lei - Donna Clotilde, matrigna della promessa sposa ed ex lavandaia bolognese, abituata adesso a darsi arie da gran signora. Le bellicose invettive di Sabella provocano un malore a Donna Clotilde, dando già origine ad una delle più belle battute di Tina Pica: "Curatevi Donna Clotilde, l'asma è una brutta malattia... Io avevo un cagnolino... Si chiamava Bixio... Ebbe l'asma da bambino e morì fulminato!" I piani matrimoniali non sembrano però andare per il verso giusto: Raffaele sembra molto più interessato alla bella postina Lucia (Sylva Koscina), Don Emilio cerca invano di frequentare Carmelina e il paese assiste alle consuete fucilate che Sabella infligge al povero spasimante. Raffaele ed Evelina non arriveranno a sposarsi, perché Raffaele pende (ricambiato) per Lucia la postina. In compenso, saranno Carmelina ed Emilio a di sposarsi all'insaputa di Sabella, nel cuore della notte e con la complicità del parroco don Gregorio (Renato Rascel). A seguire, anche i giovani Raffaele e Lucia si sposeranno e partiranno per il viaggio di nozze a Roma. Ma non saranno soli: ad accompagnarli ci sarà la granitica nonna Sabella, che affacciata dal finestrino del treno sul finale del film grida: "O Roma, o morte!" Attorno a questa trama molto semplice, si consumano delle gag e delle battute veramente spassose. Tina Pica in grandissima forma, nel suo ruolo di bellicosa e fiera garibaldina. Un contrasto questo, garibaldina e meridionale, che salta subito all'occhio perché sarebbe come imbattersi in un altro ossimoro, come ad esempio "nazista ebreo" o "casta prostituta", ma che in questo film non prende nessuna piega o allusione politica. Anzi, rendono il tutto ancora più esilarante. Ignoro se il film sia disponibile su Dvd, ma se anche dovesse essere trasmesso in qualche teca Rai o Valigia dei Sogni di La7 raccomando a tutti di vederlo!


La signora gioca bene a scopa?

Complice la mia immobilità post-operatoria, ho deciso di dedicare il riposo forzato alla visione della ormai corposa filmoteca che si sta accumulando sul mio computer. Sul titolo in questione, però, devo chiarire subito che non sono affatto prevenuto sui cosiddetti B-movie, o trash-movie che dir si voglia. Invero, ne sono stato sempre un gran consumatore quand'anche non un grande fan, al punto di conoscere perfettamente a memoria interi film dall'inizio alla fine (mi viene in mente... così tanto per... tutta la saga di Tomas Milian). Inoltre, tendo a dimostrare il mio apprezzamento verso un film che mi è piaciuto rivedendolo, quando possibile, almeno una decina di volte. Di solito riservo questo trattamento molto più a questo genere di film che non a quelli, diciamo così, più ordinari. Perché attraverso le visioni multiple riesco a cogliere dei dettagli, spesso esilarantisssimi, che talora passano inosservati.
Questa premessa è dunque strumentale per spiegare come mai questo film, oramai entrato - di diritto o di soppiatto -  nell'albo d'oro del trash anni '70, non mi sia piaciuto affatto, nonostante un cast di attori e attrici ammirevole. Sulla trama spenderei davvero poche parole: Michele (Carlo Giuffré), meridionale trapiantato a Parma col vizio del gioco e del dongiovanni, trovandosi in bolletta e ricolmo di debiti, si ricicla come amministratore e geisha al maschile di due sorelle, tardone e zitelle, Monica (Didi Perego) e Giulia (Franca Valeri) che lo mantengono degnamente. Fanno poi capolino la strana coppia formata dal fratello delle mature maliarde Alberto (Oreste Lionello) e sua moglie tedesca Eva (Edwige Fenech). Il gallo cedrone Michele deve soddisfare sia le sorelle, nonché il proprio orgoglio di virilastro del sud nel conquistare a tutti i costi Eva. Tutto sembra andare bene, finché a spodestare il suo primato di amante non arriva il brutto cameriere Tonino (Carlo Delle Piane), equipaggiato però con numeri da pornodivo ed eletto come  favorito dalla combriccola di assatanate. Doppi sensi, strafalcioni linguistici in chiave italo-tedesca della Fenech per consentire allusioni piccanti, finale col morto e lisciata di baffo del compiaciuto Michele, che ritorna nuovamente sul trono di casa delle attempate ninfomani. Come è possibile che con un simile cast esca fuori un orrore di questo genere? Poteva essere davvero una creazione divertente, invece si è rivelata stupida, mal sceneggiata e ridicolmente interpretata. Non una risata, non un flebile sorriso, nemmeno una smorfia a mezza bocca. Vedere e sentire poi Franca Valeri in un ruolo dove ammicca su particolari pecorecci mi ha dato lo stesso effetto di una martellata sulla Pietà di Michelangelo. Lei, impareggiabile Cesarina ne "Il Segno di Venere" o irraggiungibile Elvira ne "Il vedovo", come ha potuto accettare una parte così lontana dalla sua innata signorilità? Forse sono ancora in tempo a chiederglielo, visto che alla sua età calca ancora degnamente il palco del teatro.

martedì 7 ottobre 2008

Mamma Mia!

Iniziamo col darci un pò di arie... "Mamma Mia", il musical, io l'ho visto l'anno scorso a Las Vegas, al teatro interno dell'albergo Mandalay Bay, dove è stato in pianta stabile per svariati annetti. Per accedere alla visione, fu necessario prenotare i biglietti via internet con circa 4 mesi di anticipo. Ricordo ancora, non senza una vena di sadica soddisfazione, che il biglietto da circa 70 dollari me lo sono più che ripagato prima ancora di entrare in sala. Arrivato con i miei amici all'ingresso del teatro con un discreto anticipo, indugio a passare il tempo giocando alle slot da 5 centesimi a tiro. Pochi colpi ed ho vinto 130 dollari. Un saggio disse: "nessuno è più fortunato di colui che crede nella sua fortuna", e mai come quella sera fui convinto di ciò. Lo spettacolo fu bellissimo sotto ogni punto di vista, dai costumi alle coerografie, dalla musica alle scenografie. Si usciva dal Mandalay Bay piuttosto inebriati, dopo 2 ore di canzoni degli Abba che risuonavano in testa incessantemente, portandosi a casa un poco di quel senso di entusiasmo che lo spettacolo trasmetteva. Una storia semplice, allegra e a tratti spiritosa: una giovane ragazza, all'indomani delle sue nozze in un isola greca, all'insaputa di sua madre, invita  tre uomini che della genitrice sono stati i suoi - diciamo così - fidanzati, nella speranza di poter identificare fra i tre il suo vero padre. La ragazza, cresciuta unicamente dalla madre, si strugge e si danna per capire chi fra i tre possa essere il vero papà, per chiedergli di accompagnarla all'altare. Si scoprirà? Fra salti, balli, assoli e Abba a profusione? Chissà....

Era naturale, pertanto,  precipitarsi a vedere il film interpretato da Meryl Streep, Pierce Brosnan, Amanda Seyfried, Colin Firth e Stellan Skarskard. Ero ben curioso di scoprire se la trasposizione del musical dal teatro al cinema avrebbe mantenuto il suo fascino oppure no. Ebbene, il fascino si è decisamente perso un pò lungo la strada. Benché la fedeltà alla sceneggiatura teatrale sia stata anche fin troppo fedele (vi invito a restare fino alla fine, ben oltre i titoli di coda, per sentire Meryl Streep/Donna Sheridan che dopo l'ultima canzone chiede se vogliamo ascoltarne un'altra.... esattamente come a teatro e, tra l'altro, la stessa medesima canzone), si notano senza dubbio notevoli smagliature. A cominciare da Meryl Streep, straordinaria interprete di film indimenticabili, che si ritrova a 60 anni suonati a recitare nei panni di una sfiorita ex figlia dei fiori, che si lancia in spaccate aeree saltando sul letto al ritmo di "Dancing Queen", quando non anche vestita in lustrini, zeppe e paillettes anni '70 mentre intrattiene gli isolani accorsi sotto il palco per ascoltarla cantare "Super Trouper". Nonostante il trucco e l'abbigliamento vistoso, l'ho trovata fuori età per quella parte. Serviva si un'attrice brava, ma con 10 anni di meno (oso proporre Meg Ryan). Malgrado ciò, la Streep dimostra di avere un gran talento anche come cantante. Gli assoli da lei interpretati erano ben intonati e sostenuti da un'ottima voce. Peccato non poter dire lo stesso di Pierce Brosnan, che nel canto è una vera frana. Quando l'accento irlandese si unisce in matrimonio con una campana rotta, la prole si chiama Pierce Brosnan. Nella parte di uno dei presunti padri è stato anche bravino, ma fa ancora fatica a staccarsi di dosso quello sguardo di tre quarti puntato a sud est, con cui spera ancora di rivendersi come maliardo seduttore.

Bravo e simpatico Colin Firth nella parte del trittico dei padri. Mi spiace per gli occhiali da sole che indossava. Non gli stavano bene e somigliavano stranamente a quelli di Cybill Shepherd nel primo episodio di "Moonlighting". Fondi di magazzino? Insomma, un filmetto godibile e piacevole, con le canzoni degli Abba che, con la loro bellezza, coprivano caritatevolmente alcune brutture, come ad esempio il corpo di ballo con troppi eccessi femminei. Bellissimo - va riconosciuto - il balletto sul pontile dei ragazzi eseguito con le pinne indosso!