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sabato 23 agosto 2008

Eva contro Eva - All about Eve

Non è facile parlare di un film come "Eva contro Eva". Un capolavoro come pochi sanno essere. Un opera immortale, sempre giovane, ispirata all'essere umano, alle sue debolezze, ai suoi lati più oscuri costellati di arrivismo, avidità di successo e smania di affermazione. Caratteristiche così tipiche e intrinseche al genere umano che rendono questo film, per le tematiche trattate, un ever-green.
Forse non è un caso che possiamo considerare quest'opera quasi gemellata con Sunset Boulevard, essendo usciti tutti e due nel 1950 avendo a soggetto un tema sociale, anch'esso di stampo perenne. Un'altra analogia che rende entrambi i film imparentati tra loro è sulla dinamica della formazione del cast: in Sunset Boulevard la parte arriva a Gloria Swanson dopo che altre attrici, famose quanto lei, rifiutarono. In Eva contro Eva, come ci racconta la stessa Bette Davis in una intervista contenuta negli specials del dvd, la parte della protagonista sarebbe dovuta spettare a Claudette Colbert prima di lei, che parimenti rifiutò. La Davis fu una cosiddetta "seconda scelta", ma a gusto personale non credo che per questa parte avrei potuto preferire un'attrice diversa da lei. Altro punto in comune è nella costruzione della trama: la tecnica del flashback, ossia di partire dalla fine per raccontare l'intera storia, in Eva contro Eva è la medesima di Susnet Boulevard.
Eve Harrington (Anne Baxter) è una giovane e sconosciuta attrice amatoriale che giunge a New York per seguire il suo idolo, Margo Channing (Bette Davis), famosa e affermata attrice teatrale cui vorrebbe somigliare un giorno. Non perde una replica dello spettacolo in cartellone Aged in Wood e, tutte le sere a spettacolo finito, si mette ad attendere dall'ingresso degli artisti l'uscita di Margo per poterla ammirare più da vicino. In questi suoi appostamenti, viene notata dalla migliore amica di Margo, Karen Richards (Celeste Holm), che fermandosi a parlare con lei e vedendola così timida e leziosa, decide di presentarla a Margo per ricompensare la sua fedeltà di fan. Margo all'inizio, come ogni star, si dimostra infastidita e riluttante a conoscerla ma, con le insistenze di Karen, cede e acconsente a farla entrare nel suo camerino. Eve parla di sè, della sua vita e delle sue vicissitudini: si presenta come una vedova, sola al mondo senza famiglia e senza amici, senza un posto dove stare e devota unicamente al teatro. Margo si commuove, rimane colpita dalle sciagure e dalla passione di Eve, e la invita a seguirla a casa con lei. E' fatta. Da quel momento in poi Eve diventa per Margo la sua assistente, procuratrice, confidente e factotum. All'inizio tutto ciò viene interpretato come una forma di riconoscenza di Eve per avere degli amici ed un tetto sulla testa. Invece a poco a poco l'angelo indifeso, devoto e lezioso, rivela il suo vero volto di crudele profittatrice, insidiandosi nella vita di Margo per prendere il suo posto sulla scena, cercare di rubarle il fidanzato Bill (Gary Merrill), noto regista teatrale, fino al punto di ordire una subola macchinazione per ottenere, riuscendoci, la parte di protagonista nella nuova commedia scritta dal commediografo Lloyd Richards (Hug Marlowe), inizialmente prevista proprio per Margo. Eve intepreterà la parte di Cora, otterrà un grandioso successo, anche con l'aiuto del potente critico teatrale Addison DeWitt (George Sanders) e le verrà attribuito il premio Oscar del Teatro, il Sarah Siddons Award. Al termine della premiazione Eve tornerà a casa, dove si sta preparando a partire per Hollywood per fare un film. Ma una volta entrata troverà una ragazza, addormentata sulla poltrona, che si era intrufolata dentro in sua assenza: Phoebe. Lei sarà la nuova Eve. E la storia si ripeterà.

Nel descrivere la trama ho volutamente omesso i particolari più belli e pregnanti, per non togliere nulla al piacere di chi vorrà vederlo. Il tema trattato, la conquista del successo nello showbusiness, ha ispirato numerosi altri film che lo hanno mostrato nelle sue più ampie sfaccettature. Se prima si tentava di raggiungere il successo con intrighi e colpi ben assestati, oggi per esempio tutto ruota sul sesso. Concedersi al produttore/regista di turno vale più di mille talenti.
Anche se la copertina in foto è a colori, la pellicola è rigorosamente in bianco e nero.
Visione raccomandatissima, disponibile tra l'altro in dvd pressoché ovunque. A volte si dice che i classici non muoiono mai, ma qui non è una storia ad essere tramandata ai posteri: è un modo di essere. Che, come tale, sarà sempre presente finché il genere umano popolerà la Terra.

giovedì 21 agosto 2008

Identikit di un delitto - The Flock

Il tempo passa per tutti. Anche per Richard Gere. Da sex-symbol degli anni 80, appeso a testa in giù da un asta voluttuoso e sudato in "American Gigolò", ad ingrigito commendatore dallo sguardo marpione, che procura brividi lungo i cateteri di vegliarde sue fan. Fa un pò effetto ritrovarselo in questo film, visto ieri sera al cinema Barberini, se lo abbiamo visto pochi minuti prima sornione e buddista nella pubblicità della Lancia Delta. In "Identikit di un delitto" Richard Gere-agente Babbage interpreta il ruolo di un funzionario di sorveglianza, addetto al controllo di soggetti maniaci e criminali che si sono macchiati di reati a sfondo sessuale. Siamo naturalmente in America, in qualche oscura provincia del West tra Joshua trees e autostrade deserte ai confini del mare - Antonello Venditti mi perdonerà...

Sembra che tutti i reietti a stelle e strisce siano concentrati lì. L'agente Babbage in questo film mi ricorda distintamente la sterminata serie dei film di Charles Bronson, il giustiziere della notte che riporta i conti a paro con la giustizia, occupandosi dei farabutti fuori dall'orario di lavoro. Qui il novello Bronson, agente Babbage (un gioco di parole per dire "babbeo"?), si fa strada in mezzo a maniaci sessuali con la passione della bassa macelleria, mutilando le proprie vittime in rituali para-erotici. L'agente Babbage è un personaggio scomodo in quell'ufficio, viene costretto ad pensionarsi in tre settimane, durante le quali dovrà istruire colei che lo sostituirà, cioè Allison Lowry (Claire Danes). La nuova agente non sembra avere il pelo sullo stomaco sufficiente per affrontare questo sudicio lavoro; ci farà capire lei stessa, nel corso del film, che la violenza ha intaccato anche lei in gioventù. Alla dichiarazione commovente e strappalacrime della povera Allison l'agente Babbeo... ohps! Babbage le risponde impietoso: "Si, lo sapevo già...". A riprova che della privacy ci si può fare anche la polenta. Nella cittadina senza nome sparisce la classica ragazza di buona famiglia bionda come il miele, burrosa e zuccherosa. La Polizia, con formula da cronaca nera, "brancola nel buio", ma sarà proprio l'agente Babbage a mettersi alle calcagna dei farabutti, sebbene sprovvisto di poteri ufficiali di Polizia. Lui ha una marcia in più: conosce a memoria tutte le vittime degli ultimi trentanni ed abbraccia il suo lavoro come una Fede, al punto che anche le donne che provano a rimorchiarselo in un bar si sentono chiedere "Lei ha cambiato nome o identità negli ultimi sei mesi?". Schifata, la poverina si alza e se ne va. Nel corso delle indagini l'agente Babbage e la sua discente Allison danno il benvenuto al giovane pervertito che si è da poco trasferito nella cittadina, che si accompagna ad una biondona scema e truccatissima (si, è proprio lei: Avril Lavigne) con gli incisivi superiori sbeccati a pugni dal romanticissimo ragazzo. Anche lui è coinvolto nella sparizione della ragazza-di-buona-famiglia-bionda, insieme ad altri oscuri e sadici malfattori appassionati di sesso e mutilazioni, con l'eccezione di una parrucchiera dall'apparenza docile e tranquilla che ci regalerà il colpo di scena finale. La ragazza-di-buona-famiglia-bionda se la caverà senza uscire priva di arti. Un film pesante, brutto, reso ancora più indigesto da un pubblico in sala da sopprimere con iniezione letale per via dei continui commenti ad alta voce durante la proiezione, risposte al cellulare - e che risposte: "Si sono al cinema, sto vedendo il film ma dimmi pure...." - e un macchinista alla cinepresa con idee tutte sue sulla durata dei titoli di coda.

A Richard Gere consigliamo ruoli geriatrici


a Claire Danes di non farsi fotografare a Las Vegas
(vedi
foto dietro di lei)

martedì 12 agosto 2008

Canottiere al rogo!

Lo scorso pomeriggio, in un giro di shopping autoconsolatorio dopo una giornata non proprio gradevole, mi sono avventurato a spasso nel centro di Roma, nella speranza di godermene la bellezza e la tranquillità dell'agosto cittadino senza confusione in giro. Mi sbagliavo. La confusione c'era, i turisti pure ed i miei concittadini romani ancora di più. In particolare, sono stati questi ultimi sono stati quelli che più mi hanno impressionato nella loro componente maschile: quasi tutti indossavano una canottiera, un capo che ultimamente sembra essere molto alla moda, fa sembrare "à la page" e molto "up to date". E' scoppiata una moda alla rovescia di cui io non ero a conoscenza? Dieci anni fa andare in giro con una canottiera, di qualsiasi foggia e sia pure "firmata", era considerato estremamente cafone. Chiamatemi pure vecchio bacucco bacchettone, ma io lo considero ancora. Anche perché se un tempo era sufficiente la canotta per assumere un look - diciamo - biasimevole, oggi la formula è decisamente più impreziosita: se ne trovano a righe colorate tipo "Barbie Regina di Bellezza", sovraccariche di scritte oscene come la raffinatissima "De Puta Madre", per non parlare poi di quelle da marinaretto a righe bianche e blu da avanspettacolo, che può permettersi solo Alberto Sordi in "Polvere di Stelle". Se un tempo bastava soltanto la canotta, adesso quest'ultima fa da cornice ad altri orpelli fatti di orecchini con lo zircone, tatuaggi indecenti spesso a colori e, ahimé, a sopracciglia spinzettate, cui presto dedicherò un pezzo a parte per l'inquietante e orrenda diffusione che il fenomeno ha preso. Insomma, dopo quanto ho visto mi sono improvvisamente immedesimato nell'amica Betty Moore, titolare del sito Le Malvestite, cui mi onoro di segnalare nei link del mio blog per l'acume e la simpatia con cui affronta gli argomenti dedicati al costume. Eppure, per dimostrare che si può ricavare del buono anche nella tragedia, un effetto positivo l'orrenda visione l'ha prodotto: sono andato di corsa a comprarmi una camicia!
Un'avvertenza:  per le spiagge capitoline e per le sue strade si sta aggirando un tipo inquietante. Indossa una canottiera nera traforata a buchi larghi. Chiunque lo dovesse incontrare è pregato di non avvicinarlo e chiamare immediatamente le forze dell'ordine, che provvederanno a tradurlo in galera per oltraggio al pudore!

venerdì 8 agosto 2008

Sunset Boulevard - Viale del Tramonto

Ho deciso di continuare a cavalcare l'onda dei classici della Golden Age. Ieri è stata la volta di "Sunset Boulevard", una visione congiunta tra me e il Cinefilante, mio partner bloggarolo. Parlare di questo film è tutt'altro che facile, c'è Billy Wilder di mezzo ed un cast di attori così importanti che quasi mi sembra di trovarmi proiettato dentro l'affresco della  "Disputa del SS. Sacramento" di Raffaello. Non sarà tuttavia la sacralità del film a intimidirci, anzi! Trovarsi a commentare un "classico dei classici", come direbbe il ragionier Fantozzi, è sempre un gran piacere. Per dovere di genuninità, in accordo col Cinefilante, abbiamo deciso di vedercelo in lingua originale, cioè in Inglese.


Analogamente al "Romanzo di Mildred", anche Sunset Boulevard comincia con un flashback. E' il protagonista Joe (William Holden) che ci racconta come è andata la sua storia, che inizia dalla fine, si sviluppa nel passato e si riconclude nel presente.  La trama è la sua storia e viceversa. Siamo negli anni 50, Joe è un piccolo  e squattrinato sceneggiatore che cerca di sbarcare il lunario con difficoltà, in perenne fuga dai creditori e collezionando bocciature su bocciature dai produttori quando propone loro i suoi soggetti per un film. Amareggiato dopo l'ennesimo rifiuto, Joe si rimette mestamente in macchina e torna a casa percorrendo il Sunset boulevard. Poveraccio, lungo la strada incontra i suoi creditori che già da tempo lo rincorrono per pignorargli l'auto. Inizia un inseguimento e una fuga concitata lungo l'infinito viale, fin quando la gomma dell'auto di Joe scoppia come un palloncino facendolo svicolare nel viale d'accesso di una gran villa nei paraggi dall'apparenza sciatta e disabitata. Ma, dopo pochi istanti, uno strano personaggio fa capolino tra le tende del loggiato: una donna coperta da scurissimi occhiali da sole, turbante e abito nero che lo invita ad entrare, scambiandolo per un altra persona di cui attendeva la visita. Ad aprire la porta c'è un lugubre e calvo maggiordomo, di poche parole e dall'aspetto inquietante, che invita Joe ad entrare scambiandolo anch'esso per chi non è. Joe raggiunge la dark lady al piano di sopra e, dopo uno scambio di battute, scopre che si tratta della famosa e ormai decaduta diva del cinema muto Norma Desmond (Gloria Swanson). Norma si inviperisce quando viene a sapere che Joe non è la persona che attendeva ma uno sceneggiatore, cioé uno dei colplevoli che ha contribuito alla morte del cinema muto. "You used to be big!" dice Joe a Norma. "I am big! It's the pictures that got small!"

Con la scusa di sottoporgli a revisione il soggetto di un'opera scritta da lei stessa (Salomè... sai che novità avrà pensato Joe...), Norma riesce a trattenere presso di lei lo sceneggiatore squattrinato, ospitandolo prima in una stanza sopra il garage e poi nella masterbedroom accanto alla sua per il resto del tempo, cioè nello stesso luogo dove i suoi precedenti mariti avevano ronfato. Da questo punto in poi il film si trasforma in una ossessione: Norma, già squilibrata e col senno perso per essere finita nel dimenticatoio, stringe la morsa intorno a Joe, fingendo o genuinamente credendo di essersene innamorata, riempiendolo di regali e condizionandolo, in questo modo, senza pietà. Norma, senza esserne consapevole, subisce paurose umiliazioni da parte degli Studios quando tenta di rientrare in scena. Fingono di compiacerla, ma poi non vogliono altro che liberarsi di lei. Lei, che non vuole accettare di aver fatto il suo tempo, la cui  agiatezza non è sufficiente a colmare il bisogno di tornare nel cinema, dentro il cinema e per il cinema. I personaggi a cui viene affidato il compito di "carnefice", interpretati da loro stessi, sono il regista C. B De Mille e la redattrice scandalistica Hedda Hopper. Il primo, rifiutando la sua sceneggiatura senza dirglielo apertamente, la seconda precipitandosi al telefono con la redazione quando Norma compie il fattaccio. Perchè un fattaccio accade! Alla fine del film Norma ha raggiunto il picco massimo di follia. Per tradurla in galera, il fido maggiordomo alias suo primo ex marito e soi-disant regista, come stratagemma per farla scendere,  organizza una ripresa facendole credere di essere De Mille, mentre lei interpreta finalmente la sua Salomè. Norma scende la scala eseguendo una tetra danza dei sette veli, mentre dà fondo a tutta l'affettazione di cui è dotata e che ha appresso nel cinema muto. Il film si chiude sull'espressione pazza ed estatica di Norma-Salomè.


Il sottotitolo di questo film è "A Hollywood Story". Non è un caso. Questo film di Wilder fu davvero dirompente, perché nel 1950 (anno in cui uscì) fu il primo a denunciare l'oblio a cui erano (e tuttora sono)  destinati gli attori, quando le produzioni cinematografiche decidono di cambiare indirizzo, o più semplicemente quando la tecnologia va avanti. Dello stesso anno e con il medesimo messaggio, anche se più sofisticato, è il fim con Bette Davis "Eva contro Eva". Sunset Boulevard denuncia inoltre l'esistenza, all'ombra degli Studios, di una corte sterminata di ghost-writer, di recensori, di caratteristi, che spesso svendono il loro talento e il loro lavoro per poter sopravvivere, uccidendone i sogni di realizzazione artistica e professionale. Meravigliosa, nel corso della scena del capodanno trascorso da Joe, di tutti costoro che cantano e strimpellano al pianoforte ironizzando sulla loro penosa situazione. Chi ha orecchie per intendere intenda, sembra suggerire Billy Wilder.

Ringrazio di cuore il Cinefilante, che ha squarciato il velo di candida ingenuità che mi impediva di cogliere il vero significato della dedica "Mad about the boy" nel portasigarette di Joe Gillis/William Holden!

mercoledì 6 agosto 2008

Mildred Pierce - Il romanzo di Mildred


Non vorrei suonare pessimista, ma credo che siamo in pochi a conoscerlo questo film. Forse quei pochi che lo conoscono condividono con me il piacere e la passione dei filmettoni hollywoodiani a cavallo fra gli anni '30 e '60, quella che fu definita la Golden Age, l'età dell'oro di Hollywood. Mildred Pierce, meglio conosciuto in Italia con il titolo "Il romanzo di Mildred" e uscito nel 1945, occupa un posto a pieno titolo all'interno della Golden Age. Il film è tratto dal romanzo di James Cain, pubblicato nel 1941 da cui il film è stato tratto. Wikipedia ci fornisce un discreto riassunto della trama.

Ho visto il Romanzo di Mildred alcune volte nel corso degli anni, ahimè sempre a notte fonda e trasmesso da tv locali, probabilmente per riempire qualche vuoto di palinsesto. Nella versione italiana Joan Crawford è doppiata dalla mitica Tina Lattanzi, indimenticabile voce della "Signora Miniver" (per coloro che si ricordano anche di questa preziosa pellicola). Il dvd con la versione in italiano non è ancora uscito, per cui ho avuto il piacere di rivederlo in dvix nella sua versione originale inglese. L'effetto è come quello di vedere un'altra entusiasmante versione. Certo, ammetto che alcuni protagonisti non sono molto facili da comprendere, prima fra tutti la stessa Crawford che accentua lo slang californiano, probabilmente per esigenze di copione. La trama l'avrete già letta su Wikipedia: Mildred Pierce è una donna piccolo borghese, sposata ad un marito svogliato e distratto, che animata da una predilezione patologica per la figlia maggiore, l'arrivista Veda, si vota alla causa di compiacerla a tutti i costi, mettendo a frutto le sue doti culinarie e, con le ovvie difficoltà, riesce ad aprire il suo primo ristorante. Il suo progetto provoca il naufragio del suo matrimonio per la ferma opposizione del marito Bert, contrario all'idea della donna imprenditrice e molto più a suo agio nei panni dell'uomo di casa con l'amante fuori casa. Il locale che Mildred prende in affitto, posizionato sul lungomare di Malibu, è di proprietà del maturo e spiantato playboy Montgomery (Monte) Beragon, il classico tipo vissuto tra donne, lazi e champagne dilapidando il patrimonio di famiglia e che si barcamena con quel poco che gli rimane. Il locale ha successo, come ci racconta la stessa Mildred durante la confessione al commissariato di polizia, "... il guadagno era ingente" (ndr: Tina Lattanzi procura brividi di piacere quando avvolge la g di "ingente"), che presto ne vengono su altri. Mildred è diventata una catena. Antesignana, ma sicuramente migliore, dei Mac Donald. L'iniziale successo economico spiana la strada a Mildred per soddisfare i vizi ed i capricci della figlia Veda, rimasta unica dopo la morte per polmonite della sorellina più piccola, bambina semplice e bonacciona quanto l'altra sprezzante e altera. Il film ruota tutto intorno a Veda e alle sue voglie di ascesa sociale.Veda, aristocratica in erba, aspira a ben altro che abitare in una villetta a schiera della middle-class di Glendale, disprezza e deride la madre che lavora per guadagnare poiché, secondo lei, l’agiatezza del ricco non deve provenire dal lavoro, attività sporca e volgare non degna di una signora, anzi di una lady. Eppure Veda di denaro non ne ha mai abbastanza, ne chiede sempre di più. Prima alla madre. Poi a chiunque. Persino alle cameriere del ristorante della madre. Non importa quali mezzi bisogna adoperare, non ci sono scrupoli e non ci sono ripensamenti. Per raggiungere lo scopo, Veda non si fa remora nemmeno di truffare un ingenuo ragazzo, con cui si sposa all’insaputa di tutti, per poi ricattare la famiglia del marito affinché paghino perché divorzi, facendo addirittura credere di essere incinta. Tornate a casa, Mildred e Veda, discutono animatamente dell’inganno consumato per l’avidità senza ritegno dimostrata da Veda, dove in un crescendo di accuse quest’ultima confessa con sdegno a Mildred che con quel denaro potrà finalmente andarsene e liberarsi di lei. Il passaggio, in lingua originale, è superbo: “…with this money I can get away from you! From you, and your chickens and your pies and your kitchens, and everything that smells of grease!”
Non importa quanto denaro Mildred possa aver guadagnato, per Veda la madre resterà sempre una povera cameriera di bassa estrazione: "You think just because you've made a little money and you can get a new hairdo and some expensive clothes and turn yourself into a lady. But you can't! 'Cause you'll never be anything but a common frump, whose father lived over a grocery store and whose mother took in washing!"
Veda vuole il bel mondo che gli ha fatto conoscere Monte Beragon, che nel frattempo è diventato l’amante-corteggiatore di Mildred e già che ci siamo, anche il suo mantenuto. Mildred deve foraggiare anche lui. Begli abiti, corse dei cavalli, cappelli con veletta e automobili di lusso non bastano più. Per riconquistare Veda, che nel frattempo è fuggita per ritrovarsi a fare la ballerina di varietà quando Mildred la caccia di casa dopo la loro litigata, è necessario affrancarsi dalla classe media e dotarsi di un cognome importante e aristocratico, attraverso un matrimonio di convenienza: sposando Monte Beragon. Mildred mette il capitale. Monte il cognome. La proposta di matrimonio diventa subito merce di scambio, quando Monte vende la sua libertà e il suo cognome per un terzo delle azioni della società di Mildred. “How much of a share would your pride require, Monte?”, si chiede Mildred.

Si sposeranno, Veda tornerà a vivere nella opulenta mansion Beragon a Pasadena, riportata indietro dal padre Bert e Mildred conoscerà una breve felicità. Una felicità destinata a dissolversi per via di un tragico epilogo.

Il film rientra completamente nel genere noir, quel genere cioè tra il drammatico e il trhiller. Ne “Il romanzo di Mildred” il messaggio e i temi trattati sono tutt’altro che banali: si parla apertamente della condizione della donna americana degli anni 40, più civilizzata della sua pari italiana negli stessi anni perché dotata di elettrodomestici e lavatrice, ma ugualmente sottomessa al marito e con poca voce in capitolo sull’andamento famigliare. Nel romanzo di Mildred, la protagonista mette alla porta senza troppi complimenti il marito fedifrago, rompendo già un primo schema.

L’altro tema affrontato è il tormento interiore, vissuto nella realizzazione di sé stessi per interposta persona, generalmente identificata nei propri figli: Mildred realizza sé stessa, o almeno ci prova senza poi riuscirci, dando alla figlia Veda tutto ciò che lei non ha avuto, comprandone di fatto l’affetto (tutt’altro che ricambiato) e compensando il proprio vuoto riversando tutta l’attenzione alla prole.

L’ultimo tema, forse il più duro da digerire, è il personaggio di Veda come elemento caratterizzante. Un personaggio che spaventa, perché priva di ogni emozione positiva. Tutto, in lei è calcolo, freddezza, determinazione, inganno e crudeltà. Un personaggio che apparentemente vive solo nella finzione cinematografica, ma da cui veniamo messi in guardia perché verosimile.

La visione è consigliata e raccomandata a chiunque. Taluni non si renderanno nemmeno conto, per l’abilità rimarchevole di sceneggiatori e montatori, che il sesso si intuisce ma non si vede!

domenica 3 agosto 2008

Stessa Spiaggia Stesso Male

Forse sono io che non sono particolarmente attento a telegiornali e quotidiani, ma ho come l'impressione che quest'anno non sia ancora arrivato l'ormai irrinunciabile "delitto dell'estate". Nel corso degli ultimi vent'anni siamo stati abituati bene, non ne ha mai saltato uno. Dite che agosto potrebbe ancora regalarci qualcosa? Ebbene non lo so. Quello che so è la volontà di non doverne sentire parlare e che, se proprio deve accadere, i media non ne parlino. Per rispetto verso chi ci ha rimesso le penne. Per rispetto verso la dignità umana. E anche, aggiungo, per la pubblica decenza. Il diritto di cronaca a tutti i costi di questi fatti ha provocato la più infame delle conseguenze: ha fatto si che vengano accolti dal pubblico con indifferenza, se non addirittura con normalità.  Ho avuto questi pensieri dopo che mi è tornata in mente una poesiola, scritta da Michele Serra su Cuore, che con una morale molto amara benchè divertentissima, ben fotografava questo miserabile stato dei fatti. Ho il piacere di riproporla, quanto mai attuale:






Stessa Spiaggia Stesso Male

Le povere spoglie di Lella
strozzata da una caramella
le macchie di sangue di Gino
che imbrattano il bianco lettino
e poi le treccine di Bice
sporcate dalla sua cervice.
Ah, dolci letture d'agosto
sdraiati nel solito posto
la spiaggia che attende la sera
leggendo la cronaca nera!
"Ha visto ingegnere? Marcello
che aveva stuprato il fratello
ritratta la sua confessione
e accusa suo padre Gastone!"
"Che dice? E le tracce di feci?
I gruppi di muco sul sasso?
I resti di pasta coi ceci
trovati su quel materasso?"
"Ma guardi che sbaglia: nel naso
aveva una spugna da bagno
lei fa confusione col caso
del mostro di via Carlomagno".
"Macchè, ragioniere, lei parla
dei fatti di Poggio Bustone
l'atroce omicidio di Carla
costretta a mangiare un sapone".
Contemplo beato un gabbiano
le membra impigrite stiracchio
mi appisolo sul quotidiano
e con la saliva lo macchio.
Si allarga quel filo di bava
sull'orrida fotonotizia
di quella turista moldava
squartata con la liquirizia.
La carta profuma d'inchiostro
e tutto si assorbe e confonde:
il corpo scempiato dal mostro
e il mite sciacquio delle onde.
Dormire, sognare pensare
che forse il delitto non paga
ma  qui sulla riva del mare
l'orrore di stampa ci svaga.
Con poche migliaia di lire
il male ci fa divertire:
insieme alla pizza e al cornetto
mi gusto il delitto perfetto.
Nessuno sospetta che il nostro
malloppo di carta banale
sia l'arma impugnata dal mostro:
il mostro che legge il giornale!

@ Michele Serra

Mario Giordano - Senti chi parla

In questi giorni sto dedicando il poco tempo a disposizione per leggere questo libro di Mario Giordano intitolato "Senti chi parla" che, a detta di chi se ne intende, costituisce il naturale seguito al precedente libro "Attenti ai buoni", da me già letto svariato tempo fa. Per chi facesse fatica ad identificare l'autore, vi darò un indizio su di lui inequivocabile: possiede la voce stridula più sgraziata e irritante del mondo. Forse sarà per questo che preferisco più leggerlo piuttosto che ascoltarlo, le mie orecchie mi ringraziano ancora dal profondo delle loro trombe. Unica eccezione in cui l'ascolto volentieri è nell' imitazione di Neri Marcoré in "Mai dire domenica" della Gialappa's, che vi ricordo in questo video. I suoi libri però sono sempre interessanti, in particolare considero sia il precedente "Attenti ai buoni", che il successivo "Senti chi parla", i due naturali apripista al genere di Gian Antonio Stella e Mario Rizzo con i loro "La Casta" e "La Deriva".
Il libro in questione, con stile scorrevole, umoristico e a volte spassoso, passa in rassegna vaste categorie di predicatori in tutti i campi sociali (politico, religioso, giornalistico, sportivi, ambientalisti, ecc.) intenti a praticare la disciplina più inflazionata del mondo: predicare bene e razzolare male. Tutti personaggi, tra cui volti e nomi molto conosciuti, che spesso si mostrano come maestri di morale e soloni del buon esempio, salvo poi scoprire banchieri e dirigenti industriali che invitano come coccodrilli a tirare la cinghia, mentre loro si intascano stock option miliardarie. Ambientalisti peruviani che, ostili al cloro nelle acque potabili, sono riusciti a farlo togliere causando un'epidemia di colera. Una piccola antologia, molto dettagliata, dedicata agli sfacciati pieni di coraggio nel denunciare le malefatte altrui ma completamente ciechi sulle proprie.
Le categorie sono tante, la lettura veloce e scorrevole, sarà la naturale curiosità di volerne sapere di più che porterà il lettore alla fine del libro in men che non si dica. Credo che taluni definirebbero questo saggio come "lettura sotto l'ombrellone", termine che al sottoscritto fa orrore. Difatti, perché dedicarsi alla lettura sotto uno squallido ombrellone a spicchi colorati quando è molto più comodo farlo su soffici sun-bed al riparo di una tenda berbera fronte mare?