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venerdì 18 luglio 2008

L'ingorgo

Il pomeriggio di oggi l'ho dedicato alla visione di questo film, l'Ingorgo, il cui DVD acquistato tempo addietro giaceva lì ormai da troppo. L'avevo già visto molti anni fa quando ero ancora giovinetto, durante quella fase adolescenziale dove invece di crescere in altezza, mi crescevano a dismisura barba e brufoli. Un binomio killer che ha tenuto il suo gioco su di me dai 12 ai 21 anni, senza darmi tregua. All'epoca ricordo di non avergli dedicato molta attenzione, anzi credo che lo guardai con una certa indifferenza, cercando tra l'altro di cogliere una vena comica che oggi fatico davvero a trovare. Malgrado un cast di tutto rispetto, la presenza di Alberto Sordi non deve trarre in inganno. Se speriamo di trovare dei risvolti comici per il fatto che vi sia presente, siamo del tutto fuori strada. In questo film Sordi mostra l'altra faccia della sua medaglia, quella che riflette una delle immagini più riprovevoli dell'italiano cinico, calcolatore, arrivista e spregiudicato. La trama è tanto semplice quanto geniale: un ingorgo autostradale, un incolonnamento di auto che sembra destinato a durare per l'eternità. I malcapitati costretti ad una estenuante sosta senza ricevere alcun tipo di soccorso in un quadro desolato e squallido di raro effetto. Siamo sul finire degli anni '70, le automobili sono dure e scomode e assemblate principalmente di lamiere. Mi sembrano anni così lontani, eppure anche io da piccolo rimasi intrappolato in qualcosa del genere con la mia famiglia sulla Salerno-Reggio Calabria. Se accadesse oggi una cosa simile, sicuramente potremo resistere di più con le macchine moderne. In questa sosta forzosa osserviamo gli automobilisti, le cui storie non si intrecciano tra loro, ma si sviluppano individualmente all'interno di ogni auto. Ognuna di esse è un universo, di regola isolato dal resto del mondo, in cui vi abitano delle figure ben precise: la famiglia numerosa con disonorata incinta al seguito cui il padre incoraggia ad abortire con insistenza, il gruppuscolo ipocrita e codardo che fa vanto delle pistole indossate sotto la giacca, l'avvocato maneggione che disprezza le classi inferiori ma di cui ne replica le furbizie, il branco di figli di papà che stuprano una povera disgraziata in un furgone nell'indifferenza degli occupanti della macchina dietro e che si godono lo spettacolo perchè tanto non è figlia loro, "mia figlia non starebbe mai in giro come quella mignotta là". Ah! L'Italia dalla doppia morale. Che resiste ancora ben salda anche a distanza di trentanni dall'uscita di questo film. Un uomo (Ciccio Ingrassia) muore nell'ambulanza perché non riesce a raggiungere l'ospedale a causa dell'ingorgo: verrà benedetto da un "prete del dissenso", figura così tipica di quegli anni, che con poco breviario e un monte di seghe raccomanda al Cielo non il povero disgraziato, ma implora la salvezza dell'umanità dalla plastica, dal nucleare, dai potenti, dalle multinazionali, dalle marce militari e giù giù con sproloqui solidaristici, pacifistici, politicistici ed altre irritanti banalità. Anche se stiamo sempre nella finzione, queste figure risvegliano il Torquemada che è in me...
Concludendo: un film forte, che potrebbe addirittura infastidire gli animi più blandi. Nel complesso bello, onore al merito di Comencini. Non raccomandabile a coloro con poco vello sullo stomaco.

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