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sabato 26 luglio 2008

Batman - Il Cavaliere Oscuro

Beh, cominiciamo col dire che la smania di voler tradurre i titoli stranieri in Italiano a tutti i costi, anche quando il risultato è risibile, resiste sempre al buon senso. Che significa infatti "il cavaliere oscuro"? Non era meglio un semplice "Batman" e un sottotitolo meno comico? E va bene, passiamo oltre. La visione è stata lunga, decisamente scomoda perchè avvenuta al cinema Barberini che certo non brilla per qualità audio e per le sue poltrone. Guai a tenersi troppo vicino allo schienale, si rischia di rimanere intrappolati dentro come tra le valve di una cozza, perchè la seduta tende a richiudersi in fretta. La storia la conosciamo: Batman / Bruce Wayne in eterno scontro col suo nemico Joker, interpretato in questa versione da un bravissimo Heath Ledger. Ghotam City è una città corrotta, lo sono tutto e tutti, comprese persone ed oggetti inanimati. Manco della polizia ti puoi fidare, tanto sono corrotti pure quelli. In questo mare di corruzione, in una città fatta di strade e grattacieli, senza la minima traccia di un filo d'erba, in un collage fatto con scorci di New York, Chicago, Pittsburgh si fa strada il Joker, deciso a prendersi Gotham nel modo più folle, subdolo e geniale allo stesso tempo: arrivare al cuore e alla mente delle persone, stravolgendoli per indurli a trasfromarsi nel contrario di quello che sono. Le rapine organizzate da Joker sono semplici specchietti per le allodole, per distogliere l'attenzione a questo suo vero progetto di conquista. Ha ragione il Cinefilante, quando dice che tutto il film si regge su Joker / Heat Ledger, che regala davvero un magnifico ritratto della follia. Le battute, gli sguardi, le espressioni sempre in bilico tra genialità e pazzia sono efficacissimi, tutte si specchiano invece nella rigidità monolitica di Batman, sia fisica che espressiva. Gli effetti speciali sono riusciti alla grande, belli ed efficaci. Molto meno la sceneggiatura, contorta e montata male. Più di una volta nel corso del film si assiste ad un taglio di scena improvviso e "riattaccato" (forse con la Coccoina...) in un'altra fuori contesto. Questo non ha contribuito per niente alla comprensione della trama, già complessa di suo. Malgrado questo cumulo di difetti il giudizio è abbastanza positivo, si attesta poco sopra la sufficienza (nota personale: che bello aver fatto le scuole medie all'epoca dei giudizi al posto dei voti: quando leggevo le pagelle mi sganasciavo sempre nel vedere come l'ipocrisia verbale trasformava un 6+ in un "sopra la sufficienza"). I bambini fino ai 12 anni lo ameranno per gli effetti speciali, i ragazzi fino a 17 si identificheranno nel Joker per la consonanza di gusto nell'abbigliamento.

martedì 22 luglio 2008

Alt! Controllo!


Capita, a volte, di venire fermati ai posti di blocco delle forze dell'ordine lungo la strada o in luoghi particolarmente sensibili. Il frasario adottato è sempre lo stesso, le parole sono di circostanza, spesso si utilizza anche la menzogna per tirarsi d'impaccio in situazioni da multa certa. Ben lo sanno le sanguinose e strategiche stragi di nonni, zii, cugini e animali domestici che (ovviamente...) non ci hanno permesso di cambiare le gomme ormai lisce, la candela votiva al posto della luce di posizione ed altri peccati di manutenzione che a volte vengono anche perdonati, rifilando al malcapitato un paternale rimbrotto piuttosto che una sonora multa.
Ebbene, tutto ciò non accade solo intorno a noi, ma anche nella Città del Vaticano, dove spesso mi reco a fare la spesa di cose che trovo solo lì.
La Città del Vaticano è un piccolo universo, generalmente celato ai più, in cui la sicurezza di un territorio viene affidata a quelle che io chiamo "forze del disordine", per le vicende spesso esilaranti e di vario genere che possono regalarti. Fu così che due giorni fa, entrando come d'abitudine dal solito ingresso vicino piazza Risorgimento, vengo fermato da un "forzista del disordine", che ha il compito di verificare se la faccia mostrata al suo sguardo corrisponde alla stessa della foto impressa sul tesserino. Naturalmente non è così: sulla foto avevo i capelli ricci ed esplosi tali e quali a quelli di Ornella Vanoni in questo video, mentre già da svariato tempo li ho molto corti. Questo contrasto è sempre stata fonte di risate, battute scontate tipo "prima e dopo la cura", oppure "si ero io quando avvistavo Ufo a Palookaville" ed altro ancora. Stavolta no. Con questo forzista del disordine l'equivoco è stato innescato come un petardo. Alla sua secca domanda: "Spacci?", convinto di affrontare l'ennesima freddura ho risposto "Beh si... qualche volta", sicuro che volesse alludere al fatto che con quei capelli sulla foto sembravo uno spacciatore.  "Si ma.... spacci?", ripete. A questo punto capisco che c'è qualcosa che non va e lo intuisco vagamente dalla reazione scomposta dell'avventore seduto in macchina con me, piegato su sè stesso nel tentativo di soffocare uno scoppio di risate che tra l'altro, per mia vergogna, è giunto a scoppio ritardato dopo. Che voglia alludere ai negozi, forse? Proviamo.

Rispondo: 
"No, vado al supermercato"
"Ma guardi che la farmacia è chiusa"
 Quasi seccato ribatto:
"Appunto, io vado al supermercato..."
"Allora va agli spacci"

Ci rinuncio. Un dialogo tra sordi che ha fatto sganasciare il cretino che mi accompagnava, guardandosi bene dal venirmi in soccorso in qualche modo e preoccupandosi solo di soffocare i latrati delle sue risate. Beh oddio, forse anch'io nella stessa circostanza avrei fatto lo stesso. Dopo questa scenetta così folkloristica in puro stile "Totò e Peppino", riesco finalmente a raggiungere il supermercato per comprare l'unica cosa di cui avevo veramente bisogno, cioé il latte. Che era anche finito! Al minimo accenno che il bambacione potesse farsi una nuova risata su questa sciagura ho agito subito, conficcandogli in  bocca una risma da 5 di Kinder Pinguì!

domenica 20 luglio 2008

Le morti di Ian Stone

Incoraggiato dalla lettura della trama che mi era stata fatta nel pomeriggio, sono andato a vedere questo film ieri sera al cinema Giulio Cesare. Si sente che c'è aria di vacanza in giro, i primi ad averlo pensato credo che siano stati gli addetti alle pulizie, visto che la sala 3 dove ci trovavamo era piuttosto lurida. Chiudendo entrambi gli occhi sulla nequizia circostante, li ho spalancati sullo schermo per assistere alla seguente trama (mi sforzerò di non rivelala...): il protagonista è un giovanotto dagli ormoni incandescenti, che gioca ad hokey sul ghiaccio con i suoi compagni di università, per vincere un match che si percepisce importante per la squadra. Segna in rete agli ultimi 2 secondi dalla fine del tempo, ma l'arbitro glielo annulla. Per lui quei due secondi non c'erano. Sorpresa! Il tempo si è fermato! Qui la storia accende i motori e roboante si sviluppa frenetica: il giovanotto (ma come si chiamava? Mica me lo ricordo!) muore, violentemente, una prima volta. Altrettanto violentemente ne muore una seconda, una terza, una quarta e una quinta, in un susseguirsi che non sembra avere fine. Ohibò? Ma è davvero così sifgato il giovanotto? Nascere e morire per continuare sempre a patire? Sembra di si. La morte gli viene procurata da entità malvagie che si nutrono della paura che si prova nel momento del trapasso. Per loro è una droga di cui non si può fare a meno. Lo sciagurato giovanotto fa l'unica cosa che non dovrebbe, cioè ricordarsi delle sue esitenze precedenti, prendendo coscienza delle fini che gli hanno fatto fare. E più se le ricorda, più le entità lo ammazzano a ripetizione. Nel secondo tempo il film perde ogni velleità esoterica e si trasforma in un banalissimo, squallido splatter. Fanno ben mostra di sè organi umani, sangue schizzato ovunque, motoseghe, spuntoni, tridenti, viti, bulloni e forse anche qualcosa che assomigliava al Raid mosche&zanzare. Insomma un bel catastro-pastrocchio che però riesce ad avere un happy end adeguato all'assurdità della trama. Si scopre, sul finire, che l'apparentemente sfigato giovanotto ha in realtà molto a che spartire con i suoi persecutori, per oscure questioni pregresse che ci verranno spiegate da una di essi di nome Medea (il nome del personaggio è originale ed ogni riferimento è davvero casuale...). Insomma, l'ho trovato e lo trovo tuttora un film da tredicenne coi brufoli, il tatuaggio fatto con l'henné dalla donna tuareg dietro all'ortomercato, i calzoni alla zuava (sissignori! alla zuava!) a quadretti ed  i piedi fetenti imprigionati a pelle dentro le Reebok pump a fine luglio. Però peccato che in sala, un tipo così, non ce ne fosse nemmeno uno...

venerdì 18 luglio 2008

L'ingorgo

Il pomeriggio di oggi l'ho dedicato alla visione di questo film, l'Ingorgo, il cui DVD acquistato tempo addietro giaceva lì ormai da troppo. L'avevo già visto molti anni fa quando ero ancora giovinetto, durante quella fase adolescenziale dove invece di crescere in altezza, mi crescevano a dismisura barba e brufoli. Un binomio killer che ha tenuto il suo gioco su di me dai 12 ai 21 anni, senza darmi tregua. All'epoca ricordo di non avergli dedicato molta attenzione, anzi credo che lo guardai con una certa indifferenza, cercando tra l'altro di cogliere una vena comica che oggi fatico davvero a trovare. Malgrado un cast di tutto rispetto, la presenza di Alberto Sordi non deve trarre in inganno. Se speriamo di trovare dei risvolti comici per il fatto che vi sia presente, siamo del tutto fuori strada. In questo film Sordi mostra l'altra faccia della sua medaglia, quella che riflette una delle immagini più riprovevoli dell'italiano cinico, calcolatore, arrivista e spregiudicato. La trama è tanto semplice quanto geniale: un ingorgo autostradale, un incolonnamento di auto che sembra destinato a durare per l'eternità. I malcapitati costretti ad una estenuante sosta senza ricevere alcun tipo di soccorso in un quadro desolato e squallido di raro effetto. Siamo sul finire degli anni '70, le automobili sono dure e scomode e assemblate principalmente di lamiere. Mi sembrano anni così lontani, eppure anche io da piccolo rimasi intrappolato in qualcosa del genere con la mia famiglia sulla Salerno-Reggio Calabria. Se accadesse oggi una cosa simile, sicuramente potremo resistere di più con le macchine moderne. In questa sosta forzosa osserviamo gli automobilisti, le cui storie non si intrecciano tra loro, ma si sviluppano individualmente all'interno di ogni auto. Ognuna di esse è un universo, di regola isolato dal resto del mondo, in cui vi abitano delle figure ben precise: la famiglia numerosa con disonorata incinta al seguito cui il padre incoraggia ad abortire con insistenza, il gruppuscolo ipocrita e codardo che fa vanto delle pistole indossate sotto la giacca, l'avvocato maneggione che disprezza le classi inferiori ma di cui ne replica le furbizie, il branco di figli di papà che stuprano una povera disgraziata in un furgone nell'indifferenza degli occupanti della macchina dietro e che si godono lo spettacolo perchè tanto non è figlia loro, "mia figlia non starebbe mai in giro come quella mignotta là". Ah! L'Italia dalla doppia morale. Che resiste ancora ben salda anche a distanza di trentanni dall'uscita di questo film. Un uomo (Ciccio Ingrassia) muore nell'ambulanza perché non riesce a raggiungere l'ospedale a causa dell'ingorgo: verrà benedetto da un "prete del dissenso", figura così tipica di quegli anni, che con poco breviario e un monte di seghe raccomanda al Cielo non il povero disgraziato, ma implora la salvezza dell'umanità dalla plastica, dal nucleare, dai potenti, dalle multinazionali, dalle marce militari e giù giù con sproloqui solidaristici, pacifistici, politicistici ed altre irritanti banalità. Anche se stiamo sempre nella finzione, queste figure risvegliano il Torquemada che è in me...
Concludendo: un film forte, che potrebbe addirittura infastidire gli animi più blandi. Nel complesso bello, onore al merito di Comencini. Non raccomandabile a coloro con poco vello sullo stomaco.

sabato 12 luglio 2008

Vado a comprarmi l' IPhon!

Stamattina, complice l'alzataccia per ricevere il medico, mi sono letto i primi commenti sul nuovo telefono della Apple, soprattutto quelli scritti come commento a margine nell'articolo del Corriere della Sera. Come prevedibile e nel più puro rispetto dell'italianità più becera, ci si è immediatamente divisi tra Guelfi e Ghibellini, partigianati in egual misura tra chi ne esalta le meraviglie e chi ne amplifica i maggiori difetti. Senza dubbio si tratta di un bell'oggetto (parlo del telefono, non della immagine ironica postata qua accanto, anche se devo confessare che possedere un phon della Apple mi appagherebbe non poco), ma con un difetto non da poco, almeno per chi come me ci vive: non ha il protocollo bluetooth. Io che vivo di auricolare non potrei mai usarlo. A meno che a breve non esca una versione riveduta e corretta. In America del bluetooth se ne sbattono altamente, vi giuro che in tutti i miei viaggi nel paese a stelle e strisce non ho mai - e dico mai - visto utilizzare un auricolare da parte loro. Soprattutto in macchina, dove sembra faccia ancora molto figo esibirsi al telefono mentre si sfreccia con sorpassi criss-cross sulle freeway (per la cronaca: in California il sorpasso del veicolo può avvenire sia a destra che a sinistra, per cui se vi capita di guidare lì fate attenzione!). Visto che l'auricolare, nemmeno quello col classico filo, è un oggetto tuttora sconosciuto dalle parti di Cupertino contea di Santa Clara stato della California, sembra normale che alla Apple non ci si sia posto minimamente il problema. Altra cosa che mi incuriosisce: perché con l'i-phone non è possibile "inoltrare" gli sms? Passi per gli Mms che non fa cui a me poco importa, non inviandone mai. Ma una funzione tanto banale quanto utile quale l'inoltro degli sms come mai non è prevista con questo apparecchio? Valli un pò a capire. Tra l'altro ritengo queste mie osservazioni genuine, visto che possedendo un Imac a casa, un Ibook in giro e un Ipod si può dire tranquillamente che "vado a letto con il nemico". Tutti questi prodotti sono da me utilizzati con grandissima soddisfazione, eppure malgrado tutto la smania dell'iphone non mi è attecchita. Non ancora. O forse chissà. Per ora certamente no, però attenderò con pazienza di vederlo in funzione nelle mani dei miei amici "Mac-caròli" così potrò farmi un'idea pià precisa.

mercoledì 9 luglio 2008

Saturno Contro


Povero Ozpetek! Immagino come sia stata amara la sua infanzia, afflitta da genitori spilorci che probabilmente gli avevano regalato una sola formina per fare le costruzioni di sabbia, con la raccomandazione di farsela bastare fino ai diciotto anni. Quella formina ha segnato la sua vita inesorabilmente se ora si è ridotto a fare film in serie, sempre uguali a loro stessi, superando ogni confine del lecito. Per essere veramente originali e stravaganti - deve aver pensato... - non copiamo pari pari le Fate Ignoranti, usiamo anche lo stesso cast. Economicamente ci risparmio e psicologicamente mi sento confortato! Voilà: rieccoli tutti qui, più o meno ritirati a lucido dopo un breve passaggio alla Carrozzeria Fratelli Catena di via Ostiense: Margherita Buy, Stefano Accorsi, Serra Yilmaz. Ah dimenticavo! C'era anche Isabella Ferrari, cui la stessa carrozzeria le ha sistemato sia le labbra che il parafango della Smart.  Se gli attori non cambiano, la cornice non è da meno: di nuovo la solita kasbah marocchina pansessuale in cui dentro ci vanno tutti: etero, gay, bisex (strano! stavolta manca la trans...) tutti più o meno complessati, tormentati, affettati e strutturati. Sempre a disposizione il mega appartamento pronto ad accoglierli con un'affluenza pari solo ai porti di Genova e Napoli messi insieme, in cui ritrovarsi per celebrare insieme qualunque frivolezza. Non è un caso che finora non abbia nemmeno accennato alla trama, perché stavolta mi viene davvero difficile farlo visto che, secondo me non c'era. Se per trama dobbiamo intendere l'intrecciarsi di vicissitudini che si svolgono a compartimenti stagni tra due persone e la bega che fa da collante tra di loro, capirete bene che non è semplice. Proviamoci: Lorenzo e Davide, doviziosa coppia gay, vivono felici e contenti la loro storia d'amore condividendola con gli amici di sempre nel loro lussuoso appartamento che per grazia celeste non sembra collocato nel tragico triangolo Via Ostiense-Via dei Magazzini Generali-Via del Porto Fluviale tanto caro al regista (non sarà mica perché ci abita? noooo....). Si banchetta insieme, si canta e si cazzeggia in allegria, ma sarà per poco: Lorenzo stramazza sulla sedia della cucina pensando che le luci si fossero affievolite all'improvviso. Indigestione? Ma no! Molto meglio! Una bella aneurisma cerebrale fulminante, naturalmente di quelle che non danno scampo. Ma dico io Ozpetek, si può essere così crudeli? Il sadismo non ti abbandona mai, nemmeno quando decidesti di giustiziare non da una ma da ben due macchine il fidanzato di Accorsi nelle "Fate Ignoranti"? Perché non ti leggi qualche bel trattato di Criminologia? Sai gli spunti originali che troveresti per sterminare le persone? Che razza di guastafeste! Trasportato all'ospedale Lorenzo passerà lì i suoi ultimi giorni di vita vegetativa, consentendo così al film di svolgersi per buoni quaranta minuti nella corsia dell'ospedale dove la sgangherata sarabanda si ritroverà quotidianamente a confrontarsi con le reciproche beghe. La bega sovrana che scorre come una rotaia sotto tutto il film è la solita: gli amici Antonio (Accorsi)  e Angelica (Buy), coppia sposata, è alle prese con la solita incomunicabilità che si traduce in corna "sognate" da lei e corna "realizzate" dal più pragmatico lui. Capisco finalmente che per il regista il sesso è una specie di detersivo simile all' "Emulsio Superfacile": si stende con una sola passata e tutto risplende. Tant'è che quando Lorenzo defunge, Antonio esprime immediatamente il suo lutto trottando a passo di carica dalla sua amante fioraia, la per nulla attraente Laura (Isabella Ferrari), improvvisando un amplesso nel magazzino tra begonie e rododendri. Non ho visto uccelli del paradiso svolazzare in quella serra, ma immagino che Accorsi liberando il suo non volesse concorrenza attorno.  Angelica sa, ma fa finta di non sapere. Ah! Le bravi moglie Italiane! Non ne fanno più così. Ma siamo in Italia, dove è rinomato che nessuno si fa i cazzi suoi: se Angelica nicchia sul prendere in mano la situazione (niente malizia!), ci pensa l'insopportabile, petulante turca Neval (Yilmaz) cui il Creatore l'ha punita forgiandole un corpo a forma di pila Duracell e posandole una parrucca biondo platino in testa per non disperdere la carica. La turcaccia ficcanaso si presenta all'improvviso dalla fioraia e le esprime tutta la sua riprovazione in "fa" minore, l'unica nota che la sua gola riesce a produrre, invitandola a lasciare perdere l'amante Antonio suo amico, perché é sposato. La fioraia replica, la turca fa quadrato e rivendica il diritto al farsi i cazzi suoi sulla base di una filosofia che ha mietuto più vittime nell'umanità che tutte le sue guerre: se lei ama una persona deve sapere tutto di essa. Vaglielo a spiegare che quando ad un essere umano violi anche l'ultimo anfratto della sua personalità hai compiuto un atto di violenza pari soltanto all'omicidio.
A raccogliere le spoglie del defunto Lorenzo si presentano poi il padre e la matrigna. Passi per la matrigna (Lunetta Savino) anima semplice e frivola, ma non si capisce perché il padre insista nel visitare l'appartamento dove viveva il figlio, fingendo all'inizio di non capire che ci viveva con Davide, chiedendo un elenco dettagliato a quest'ultimo, povero diavolo privato bruscamente del fidanzato, di quali suppellettili fossero del figlio e quali no, quali abiti, se avessero conti bancari cointestati-si-ricordi-imputato-che-è-sotto-giuramento! ed altre grettezze. E' vero che al cinismo non c'è confine, ma già lo viviamo abbondantemente nella vita quotidiana, perché doverselo sorbire anche al cinematografo? Forse in Turchia funziona così, vero Ozpetek? In questo circo equestre delle assurdità l'unico che prende una decisione risoluta è proprio il povero diavolo Davide che, meditando seriamente il suicidio, si rifugia nel suo buen retiro di campagna di 12-stanze-12-con-piscina-a-picco-sul-mare. Voleva stare per i cavoli suoi per meditare il lutto ed eventualmente suicidarsi quando all'improvviso chi ti vede piombare? Tutti gli "amici" che, preoccupati per la sua scomparsa, sono stati raccattati dal suo ex Sergio (Ennio Fantastichini) e costì portati nell'auspicio di fargli un favore. "Eh no! Questo è troppo! Adesso passo dalle intenzioni ai fatti" dice Davide che nottetempo esce di casa, percorre il bosco e si piazza sulla cima di un dirupo, deciso a farla finita. Guarda giù, vede il mare, gli vengono i lucciconi, si lascia andare ad un piatto dirotto e si accascia al suolo. Deve averci ripensato. Torna a casa, gli importuni guastafeste man mano si svegliano nelle prime ore del mattino, Davide resta appoggiato al tavolo da ping-pong e Antonio pensa di scuoterlo prendendolo a pallate con la racchetta. Sogghigno sornione, accenno di risata del malmenato, si finisce tutti intorno ad improvvisare un doppio misto mentre la moka, messo sul fuoco un'ora prima, deve essere schizzata su Marte. 
Fade out.
Si conclude così il delirio post-traumatico di Ozpetek. Che si congeda reglandoci le seguenti allucinanti morali:
  1. l'amore è sofferenza
  2. l'amore tra omossessuali è tragedia assicurata, gay di tutto il mondo se non vi siete ancora ammazzati fatelo, del resto Ozpetek vi invita a farlo approvando il suicidio;
  3. ci hai le corna? Rassegnati, fa parte del gioco ma finché c'è l'ignoranza stai bene di mente, de core e de panza.
Povero Ozpetek. Una prece +

venerdì 4 luglio 2008





Voglio scusarmi con i miei lettori che in questi giorni non hanno visto aggiornato questo blog. Malauguratamente ci siamo "acciaccati" in due: io e il mio Mac. Ho qualche noia di salute che sto risolvendo, ma che influisce negativamente (almeno per ora...) sulle capacità creative. Siccome il mio laptop prova un amore empatico verso il suo padrone - cioè il sottoscritto - ha deciso di ammalarsi pure lui procurandosi una cecità totale spegnendo completamente il video. Adesso è un non vedente a tutti gli effetti: si muove, si fa girare i dischi, si agita tutto, ma non vede. Attualmente è ricoverato presso l'Apple Center più vicino. Io invece continuo col mio ricorvero casalingo, nell'attesa di migliorare e tornare a scrivere abitualmente.

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