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domenica 8 giugno 2008

New York, stanza 107


Venerdì sera a Roma, al teatro dei Contrari, è andato in scena "New York, stanza 107", dramma liberamente tratto dal libro "New York Blues" di Cornell Woolrich. Questa volta la partecipazione allo spettacolo aveva una marcia in più, cioè la presenza di una persona di mia conoscenza fra le attrici, che già da tempo si dedica al teatro dilettante e, dopo averla vista l'altra sera, devo constatare che lo fa con talento e rimarchevoli risultati.
Il dramma ambientato negli anni '60 si svolge, o meglio potremmo dire si consuma, in una stanza d'albergo di New York decoroso e ben frequentato, così come ci ricorda anche lo stesso protagonista: un uomo senza nome, chiuso lì da giorni con una macchina da scrivere, molto whiskey e una radiolina che trasmette continuamente musiche melliflue degli anni '40 e '50, inframezzate soltanto da notiziari sul traffico che si intuisce vengono dispacciati con regolare cadenza.
L'uomo senza nome non è del tutto solo nella sua stanza, vi sono i suoi pensieri che assumono forma umana, cinque fantasmi che lo rassicurano o lo tormentano e che diventano protagonisti con lui del dramma della sua fine. L'uomo senza nome sa di essere ricercato dalla polizia, anche se sembra non rammentare bene perché. La consapevolezza del supplizio, come le madelaine di Proust, irrompe prepotente quando ritrova una sciarpa insanguinata che lui accarezza come "un rosario delittuoso" che evoca la morte di una donna amata e quasi sicuramente uccisa da lui stesso. 
Il tempo è concentrato nell'arco di una sola notte, una notte che, come al finire dell'esistenza, fa scorrere prepotentemente e rapidamente tutto il film della propria vita, in cui l'uomo senza nome intravede più amarezze e rimpianti che gioie o soddisfazioni. Sono i suoi pensieri, i suoi cinque fantasmi a scandire il tempo di questo conto alla rovescia che culmina con l'autodistruzione. 
Alcune scene di questo dramma mi hanno ricordato molto due film degli anni '30, due capolavori firmati rispettivamente da George Cukor (Pranzo alle Otto) e da Edmund Goulding (Grand Hotel), nella scena in cui l'uomo senza nome dona i suoi preziosi gemelli al cameriere che gli ha portato da bere come John Barrymore nel film di Cukor, o la cameriera al piano a cui dona una banconota da cento dollari come Kringelein (Lionel Barrymore) in quello di Goulding.
Il cast, due attori  e quattro attrici, è stato molto ben diretto ed hanno dimostrato un talento e una tecnica decisamente di livello superiore per dei non professionisti. Potrei essere di parte, ma una menzione speciale va alla mia amica la cui voce ben impostata ha arricchito la sua interpretazione, specialmente in quei passaggi in cui evocava, riversandoli,  la dannazione e il senso di colpa dell'uomo senza nome.
Mi auguro che questo sia solo il primo dei complimenti dei molti a venire in futuro

3 commenti:

marlucche ha detto...

la raffinatissima recensione fa venire voglia di vedere lo spettacolo! complimenti!

raschiodan ha detto...

grazie per i complimenti
Per qualche foto basta guardare il sito di Dissolvenze

ciao
Cristiano "il suicida"

Ballestrero ha detto...

Complimenti meritati Cristiano, stanne pur certo!
Le foto sul sito sono molto belle. Attendo con piacere di vedervi nella prossima interpretazione. Qualche accenno sul vostro prossimo lavoro me l'ha sussurrato "Medea".... ;-)