CERCA NEL BLOG!

giovedì 19 giugno 2008

Go Go Tales

Vedere un film in anteprima è sempre un'esperienza piacevole, ciò è innegabile. Riuscire a farlo in un cinema a Roma come l'Adriano, tra i miei preferiti, è ancora più piacevole. Poterci andare in compagnia del Cinefilante, a cui devo l'invito, è viatico di sicura beatitudine. Vedersi però catapultati in una rocambolesca corsa contro il tempo per riuscire ad arrivare puntuali è di per sé una sceneggiatura che meriterebbe di finire sugli schermi. Il povero Cinefilante ne sa qualcosa, di ritorno ieri sera dalla Toscana dopo un business trip e giunto in sala sul filo dei secondi. Fortunatamente, trattandosi di un anteprima con il cast del film e un capannello di pseudo vip le cui indifferenti vicende riempiono le avide pagine di periodici culturali come "Gente" o "Novella 3000", il tempo è stato sufficiente non solo per vedere il film dall'inizio ma anche - ahimé - per sorbirci il saluto del regista Abel Ferrara (lo ammetto, finora a me sconosciuto) sul palco antistante lo schermo insieme ai pochi attori (Wilem Defoe, Bob Hoskins) e tantissime attrici (?) come Asia Argento, Stefania Rocca e Justine Mattera. Preferisco omettere le pessime condizioni neurologiche di cui Ferrara è vittima, avrei voluto alzarmi e dirgli che dagli stupefacenti si può e si deve guarire. Gli sproloqui suoi e del cast cessano presto, si fa buio in sala, il film ha inizio. Nulla è lasciato al caso: se la purezza di alcuni avesse impedito di cogliere il senso, signore e signori ci troviamo in un locale di lap-dance. Ci si entra fin dall'inizio e vi si rimane dentro fino alla fine. Qualora non bastasse, tette e natiche vengono mostrate a profusione, in ogni forma e colore, per cui difficilmente si potrebbe credere di trovarsi alla ricerca del Quark sotto braccio a Piero Angela. Il locale è gestito da un impresario visionario, un pò matto e sognatore, gran sciagurato ma simpatico interpretato da un bravissimo Wilem Defoe, che dirige un gruppo di discinte ballerine, popolane e un pò volgari, indiavolate nere perchè non vedono la paga da giorni. Sebbene inviperite per la situazione, continuano a sollazzare gli avventori con languide danze intorno al palo, eseguendo sinuosi giù-e-sù, pomiciando anche il proprio cane se necessario (si, Asia Argento fa anche questo) e tirano avanti nella speranza di risolvere presto i loro guai. Sugar (Justine Mattera), malapena si intravede, ma sonoramente la si ascolta, per via del terrificante doppiaggio con la propria voce della caricatura di sé stessa. A me ha provocato un'orticaria doppia. Debby (Stefania Rocca) la più intelligente di tutte, mette a frutto il suo talento di sceneggiatrice e riesce a vendere la storia per un film ad un produttore infoiato a colpi di strip e strusci da anguilla. A rendere più colorito il tutto l'isterica padrona del locale Lilian (Silvia Miles), grintosa anziana inscatolata in tailleur, che inveisce contro tutto e tutti per reclamare l'affitto arrretrato e minacciare di dare il locale ad un supermercato. La più bella punta di ironia viene secondo me raggiunta con il classico pulman di turisti giapponesi che scendono in massa per entrare nel locale e, altrettanto velocemente, ne riescono perché preferiscono farsi una sana scorpacciata a base di granchio. Impagabili! Che si tratti di mangiare o di andare a mignotte, per il giapponese medio l'importante è farlo in gruppo. Possibilmente su un pulman granturismo.
Sul finale il film prende una piega quasi romantica, per nulla inteso come principio di storie d'amore, ma con una specie di ritorno all'innocenza, dove le go-go dancers non esibiscono più il loro corpo a suon di musica ma suonano il piano, fanno trucchi di prestigio e balletti di danza classica sulle punte. Insomma, un film mediocre girato con un cast che, salvando Defoe, sembra proprio sceso da reality e talk show. Ma quasi dimenticavo la stella più brillante del firmamento delle nullità: Scamarcio! Il film non sarebbe stato completo se non fosse stato per la doviziosa performance che ci ha regalato: sprofondato su un divanetto simulando giubilo di fronte a una ballerina, espresso con la fissità dell'ottuso ed alzando le braccia con la meccanicità di un bilanciere da palestra, giù giù fino alla scena madre dove l'acutissimo Scamarcio scopre che la debosciata che balla sul palco è quella sgualdrina di sua moglie. "Miiih!! Io sòno Italiano e sòno gelòsooò", si agita scimmiottando Aldo Giovanni e Giacomo. Sarebbe provvidenziale ricordargli che gli ortaggi, di cui si nutre a pranzo a cena, hanno bisogno di braccia come le sue per essere trasportati dai mercati generali a quelli rionali...

venerdì 13 giugno 2008

E venne il giorno

Sempre in compagnia dell'amica cinéfila e cinòfila sono andato ieri sera a vedere questo film, animato dall'ignavia più totale. Mi piace sperimentare, di solito non dico mai di no, il più delle volte mi va bene. Stavolta non è stata una di quelle. Prendo a prestito un espressione che lessi, tanto tempo fa, sul Charlotte Observer (giornale della North Carolina) che commentando il film "Alexander" con Colin Farell principiò: "where to begin dismanting this cinematic tower of Babel?" 
Beh, io direi di cominciare già dalla locandina che vedete qui accanto. L'immagine evoca desolazione, nubi che si addensano su una luce che si scorge in lontananza tutt'altro che rassicurante, la strada un'unica diritta lastra che taglia in due le immense campagne americane. C'è qualcosa che stona però, all'occhio attento non sfugge. Tra le auto abbandonate fa capolino una Fiat Punto, proprio lì a destra sul ciglio della strada. Ma che diavolo c'entra una Punto in Pensylvania? Come ci è arrivata? E' stata forse trasportata lì dall'Italia dal micidiale vento che uccide? Forse le Cadillac non sono più di moda? Meglio non indagare oltre. Stavolta non sarò breve con  la trama del film: a Central Park, una mattina di un giorno qualunque, si solleva un'insolita brezza. Giusto il tempo di udire le fronde degli alberi muoversi che, all'improvviso, tutti gli esseri umani si bloccano pietrificati in un fermo immagine di una manciata di secondi, riprendono il movimento e si uccidono nelle forme più truculente: donne che lo fanno conficcandosi una forcellona fermacapelli in gola, operai sui ponteggi dei palazzi che si lanciano nel vuoto per finire spiaccicati sull'asfalto della brulicante città fino ai più bravi che, per difesa o per servizio, si trovano ad avere una pistola in tasca e si sparano un colpo in testa come meglio gli riesce. Panico, isteria collettiva, fanatismo. I media di tutta la nazione non hanno dubbi: si tratta di un attacco terroristico o di un esperimento militare finito a schifìo. Il professor Elliot (docente di scienze di una scuola superiore interpretato - povero lui! - da Mark Wahlberg), raccatta velocemente la giovane consorte Alma (Zooey Deschanel) alla Grand Central e partono alla chetichella verso Boston a cercare salvezza. Con loro centinaia di altri atterriti disperati. Non ci vuole molto per capire che questa sindrome di suicidio collettivo si sta rapidamente espandendo in buona parte degli Stati dell'est. Il treno della speranza si ferma a metà strada, riversa in piena campagna gli sciagurati passeggeri, spiegando di non poter proseguire perchè alla stazione di arrivo sono già tutti schiattati. Si cerca di trovare salvezza nei campi, ma il vento si solleva nuovamente e fa nuove vittime. Il professore di scienze, sfigato e tormentato da pensieri puerili che si fanno barba della situazione di emergenza, si spreme le (poche) meningi e formula la sua teoria: ma quali terroristi e militari! Sono le piante che si stanno rivoltando contro quei cattivacci degli esseri umani, difendendosi con l'unica arma che riescono a produrre: una tossina psicotica che annulla le capacità cerebrali e spinge gli umani ad uccidersi. Da qui in poi assistiamo alle forme più raccapriccianti e fantasiose: gettandosi sotto le lame di falciatrici agricole, facendosi sbranare nella gabbia dei leoni allo zoo, prendendo a testate intere finestre lasciando che le schegge dei vetri facciano il loro dovere. Insomma un vero kamasutra del suicidio che, sono sicuro, fornirà benefica linfa a coloro che vorranno farla finita senza essere più prevedibili e banali. 
Inutile dirlo: i compagni di sventura del professore cadranno come mosche nella fuga verso la salvezza, lasciandolo intatto con la moglie Alma, dagli occhi cerulei eternamente sgranati, e la nipotina di chiare origini Sioux, figlia del fratello deceduto anch'esso con la di lui consorte. La situazione sarebbe sufficiente per ringraziare il Cielo di essere scampati a morte certa. Ma Elliot e Alma ritengono molto più importante, vista la situazione, scaricarsi la coscienza da rimorsi inenarrabili: 
"Caro, l'altro giorno ho preso un caffè al bar col mio collega Joey, lui mi tempesta di telefonate ma io non mi lascio sedurre! Volevo dirtelo perché penso di averti tradito!" 
"Oh mia cara, anch'io l'altro giorno ho visto una sventola per strada ed ho osato pensare che me la sarei fatta. Volevo dirtelo perchè penso di averti tradito"
"Oh caro!"
"Oh cara!"
Smack! Un bacio e la vita è una cosa meravigliosa.
La scena descritta è di per sè indisponente, ma assume toni offensivi verso  tutti quei poveri cristi e povere criste costretti a nascondersi negli armadi, sotto ai letti, sui cornicioni dei palazzi per sfuggire a mariti o mogli gelose. Costoro hanno il mio rispetto, almeno sono passati dalle parole ai fatti. Ma i due protagonisti di questa scialba pellicola no, loro proprio no!

martedì 10 giugno 2008

Enciclopedia della donna

Era da tempo che volevo scrivere di questa enciclopedia, i cui pochi volumi che possiedo troneggiano da quasi quarant'anni nella  mia libreria. E' una raccolta che iniziò mia madre negli anni '60 e che da poco ho scoperto essere composta di 20 volumi, e non di 9 quanti effettivamente ne ho io.  Ero già pronto a descrivere questo insolito reperto bibliografico quando, controllando su internet, ho scoperto che Natalia Aspesi vi ha dedicato un articolo su Repubblica piuttosto polemico, inserito non a torto sotto la voce "femminismo", in cui la scrittrice stronca senza rimorso alcuno questa opera omnia dedicata alla donna che viveva nel suo tempo (appunto, gli anni 60). Invitando tutti a leggere l'articolo di Natalia Aspesi per la dovizia di particolari con cui descrive questa insolita enciclopedia. Benchè la Aspesi ne abbia dedotto lo spunto per una polemica socio-politica, io continuo ancora a considerare questa raccolta una specie di manuale didattico molto utile: le rubriche spaziavano, oltre che sulle consuete e noiose materie di economia domestica, anche sulla storia, sulla letteratura, sul galateo, sull'arte, fornendo una infarinatura culturale molto dettagliata e ben ramificata. La Aspesi avrà anche tutte le ragioni del mondo, ma se l'equivalente della formazione educativa dei giorni nostri è affidata a riviste come "Donna Moderna", "Io Donna" o il tragico "Confidenze" (a proposito, ma lo pubblicano ancora "Confidenze" Chi sa, parli!), questa enciclopedia assume il valore di una Divina Commedia in confronto. Tra l'altro, io - uomo -  l'ho letta e tutt'oggi continuo a sfogliarla ogni tanto, poiché ci trovo una serie di indicazioni che si sono rivelate utili, quando non proprio preziose. Ad esempio, è da questa enciclopedia che ho scoperto le regole dello stare a tavola in modo composto e decoroso, a saper destreggiare bicchieri e posate, ma soprattutto ad osservare una serie di regole di condotta che al giorno d'oggi sono considerate "medievali", con la ripugnante conseguenza che oggi gli essere umani (uomini e donne parimenti) conoscono una sola forma di condotta, quella becera, che applicano democraticamente in ogni situazione conviviale, dal pranzo di tutti i giorni al lavoro a quello con gli amici, a quello di nozze e alle cene di gala, dove è tutto un trionfo di teste prone nei piatti, di masticazioni a bocca aperta, di aperture alari di gomiti inferiori solo agli aeroplani, di dita tra i denti e via ancora  con un elenco di lordure ben più lunghe. La Aspesi vede solo un manuale di indottrinamento per mogli devote, casalinghe inedefesse, madri instancabili e collaboratrici famigliari capaci soltanto di lavare, stirare, cucire, ricamare, obbedire sempre e comunque al padre/marito/figlio/nipote e avulse da qualsiasi sentimento di emancipazione. Ma allora, se davvero fosse così, perché dedicare ampie sezioni a materie che nulla hanno a che fare con il manuale dello schiavo,  come ad esempio i riassunti (spiegati) dei libri di autori famosi (Manzoni, Tolstoj, Dostoevskij, tanto per citarne alcuni..), le biografie di personaggi storici, le rubriche dedicate al Teatro, i consigli medici  e di Costume? Non sarà che per quanto "di parte" e forse anche un pò maschilista, questa enciclopedia si preoccupasse anche di fornire una istruzione di base a quelle legioni di donne il cui livello scolastico, specialmente in quegli anni, non era così elevato? Le donne degli anni '60, più ancora degli uomini, raramente riuscivano a raggiungere le scuole superiori, per non parlare dell'università. Non sono dati di fantasia, essi mi vengono riferiti dai miei stessi genitori, entrambi nati negli anni '30, quindi testimoni diretti di quel decennio a cui l'enciclopedia si rivolgeva. D'accordo, alcune delle rubriche erano un pò leziose, quando non proprio irritanti, come ad esempio - cito testualmente - "La pulizia dei lampadari", "Belle anche con gli occhiali", fino al capolavoro: "Come si organizza una giornata all'aria aperta - parte seconda" (accidenti! In che volume starà  mai la prima parte??). Tuttavia, opportunamente filtrato, lo ritengo ancora un buono strumento per insegnare oggi a uomini e donne, nessuno escluso, il piacere della buon gusto e dell'educazione che sembrano essere realtà sempre più rare ultimamente.

domenica 8 giugno 2008

New York, stanza 107


Venerdì sera a Roma, al teatro dei Contrari, è andato in scena "New York, stanza 107", dramma liberamente tratto dal libro "New York Blues" di Cornell Woolrich. Questa volta la partecipazione allo spettacolo aveva una marcia in più, cioè la presenza di una persona di mia conoscenza fra le attrici, che già da tempo si dedica al teatro dilettante e, dopo averla vista l'altra sera, devo constatare che lo fa con talento e rimarchevoli risultati.
Il dramma ambientato negli anni '60 si svolge, o meglio potremmo dire si consuma, in una stanza d'albergo di New York decoroso e ben frequentato, così come ci ricorda anche lo stesso protagonista: un uomo senza nome, chiuso lì da giorni con una macchina da scrivere, molto whiskey e una radiolina che trasmette continuamente musiche melliflue degli anni '40 e '50, inframezzate soltanto da notiziari sul traffico che si intuisce vengono dispacciati con regolare cadenza.
L'uomo senza nome non è del tutto solo nella sua stanza, vi sono i suoi pensieri che assumono forma umana, cinque fantasmi che lo rassicurano o lo tormentano e che diventano protagonisti con lui del dramma della sua fine. L'uomo senza nome sa di essere ricercato dalla polizia, anche se sembra non rammentare bene perché. La consapevolezza del supplizio, come le madelaine di Proust, irrompe prepotente quando ritrova una sciarpa insanguinata che lui accarezza come "un rosario delittuoso" che evoca la morte di una donna amata e quasi sicuramente uccisa da lui stesso. 
Il tempo è concentrato nell'arco di una sola notte, una notte che, come al finire dell'esistenza, fa scorrere prepotentemente e rapidamente tutto il film della propria vita, in cui l'uomo senza nome intravede più amarezze e rimpianti che gioie o soddisfazioni. Sono i suoi pensieri, i suoi cinque fantasmi a scandire il tempo di questo conto alla rovescia che culmina con l'autodistruzione. 
Alcune scene di questo dramma mi hanno ricordato molto due film degli anni '30, due capolavori firmati rispettivamente da George Cukor (Pranzo alle Otto) e da Edmund Goulding (Grand Hotel), nella scena in cui l'uomo senza nome dona i suoi preziosi gemelli al cameriere che gli ha portato da bere come John Barrymore nel film di Cukor, o la cameriera al piano a cui dona una banconota da cento dollari come Kringelein (Lionel Barrymore) in quello di Goulding.
Il cast, due attori  e quattro attrici, è stato molto ben diretto ed hanno dimostrato un talento e una tecnica decisamente di livello superiore per dei non professionisti. Potrei essere di parte, ma una menzione speciale va alla mia amica la cui voce ben impostata ha arricchito la sua interpretazione, specialmente in quei passaggi in cui evocava, riversandoli,  la dannazione e il senso di colpa dell'uomo senza nome.
Mi auguro che questo sia solo il primo dei complimenti dei molti a venire in futuro

lunedì 2 giugno 2008

Il paradosso del sex symbol

Diciamocelo: in questi ultimi anni i media ci hanno abituato ad una figura piuttosto stereotipata del sex symbol maschile, propinata continuamente sulle televisioni, nelle riviste, nelle pubblicità. La figura del  conquistatore o tombeur des femmes degli scorsi decenni, che trovava la sua massima espressione in uomini come Marcello Mastroianni, è tramontata per sempre lasciando il posto agli animali da palestra, ai miracolati della chirurgia plastica e ad ogni altro buzzurro cui il Creatore è stato di manica larga sulla carrozzeria ed ha lesinato invece sulla dotazione mentale. Malgrado ciò, la vita quotidiana mi ha fatto osservare che in realtà le cose non sono poi così nette e draconiane, bensì che tra queste due estremità esiste un mondo fatto di persone di tutti i giorni che, per disgrazia o per fortuna, pur non possedendo le tipiche caratteristiche del "bello" o del "fascinoso", conquista un successo lusinghiero nelle relazioni fisico-amorose con l'altra metà del cielo.

Quanto premesso resterebbe in un ambito strettamente ideale se non avessi la fortuna di avere tra le mani un esempio ben calato nella realtà. La persona che conosco ha tutte le caratteristiche della ripugnanza, sia fisica che intellettuale, eppure questo status-quo è inversamente proporzionale al suo successo con le donne. Lo cercano, lo ammirano, forse arrivano anche a venerarlo.  Unico punto positivo, che non si può non riconoscergli, è il fisico di cui è dotato: armonioso e ben strutturato. Tutto il resto farebbe fatica ad entrare anche nei centri smaltimento rifiuti.

Naturalmente il primo istinto che suscita nel prossimo, per via di quanto sopra, è di irritazione e rifiuto: non è facile accettare una simile realtà, che non a caso ho chiamato paradosso, perché il gioco degli opposti ci dimostra chiaramente come un individuo dalle peculiarità così scarse possa poi avere grande successo come se non di più di un modello di Grigio Perla. Signori, prendiamone atto. Del resto siamo rimasti in pochi ad avere un concetto della bellezza in senso assoluto. Il relativismo ha invaso prepotentemente anche questo campo, partorendo la conosciutissima teoria del "non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace". Potrebbe essere così, ma voglio ancora conoscere qualcuno  che forte di questa teoria possa avere l'ardire di estenderla anche a casi irrecuperabili, come l'ex marito di Julia Roberts Lyle Lovett che, come esempio di bruttezza assoluta, secondo me è ancora imbattuto.

P.S.

Questo pezzo è liberamente ispirato ad una persona di mia conoscenza ma di cui non posso fare il nome per ovvie ragioni.

domenica 1 giugno 2008

L'ospite inquietante

Finalmente sono giunto a conclusione con questo libro, regalatomi un paio di mesi fa. I miei ringraziamenti vanno ancora a Ilaria che dopo avermene parlato me ne ha fatto subito dono in corrispondenza del mio compleanno.
Diciamo subito col dire che, dato l'autore, ci si aspetterebbe un trattato esclusivo per gli addetti ai lavori. Galimberti è un filosofo, Ilaria pure, magari tra di loro si capiscono benissimo, io che di filosofia ne so quanto di pesca del merluzzo in Norvegia, ho preso la cosa con molta cautela. 
Felicemente mi sono reso conto che il libro non è così difficile, anzi! Per la materia che tratta e per come la tratta devo dire che la lettura scorre piuttosto agevolmente. L'autore ha sicuramente un grande merito: avere affrontato un argomento di triste attualità, analizzato con la filosofia ma raccontato con un linguaggio scorrevole, quasi didattico, sicuramente alla portata di tutti (ad esclusione di analfabeti e zotici per orgogliosa autoproclamazione). 
E' una disamina sul mondo giovanile piuttosto forte, molto verosimile e dai tratti decisi. Ne si analizza il comportamento, i malesseri, le dinamiche, ma soprattutto i "perché" che stanno alla base di essi. L'analisi che ne scaturisce è talmente ben fatta che più volte, nel corso della lettura, ho sottolineato i passi che più mi colpivano per la loro magnifica capacità di sintesi, per i precisi e disarmanti ritratti di persone, personaggi e situazioni. Insomma, un'opera che decisamente non incoraggia allo svago, ma spero che ciò sia chiaro a chiunque voglia acquistarlo.
Cito un passo, a proposito della pubblicizzazione dell'intimità: "Per esserci, bisogna dunque apparire. E chi non ha nulla da mettere in mostra, non una merce, non un corpo, non un'abilità, non un messaggio, pur di apparire e uscire dall'anonimato mette in mostra la propria ineriorità, dove è custodita quella riserva di sensazioni, sentimenti, significati "propri" che resistono all' omologazione, che, nella nostra società di massa, è ciò a cui il potere tende per una più comoda gestione degli individui. Il Grande Fratello o l'Isola dei Famosi sono stati ideati fondamentalmente per questo, ma falliscono lo scopo, perchè quando una dozzina di persone sono chiuse in uno spazio ristretto o relegate in un'isola remota, senza libri né giornali, con nulla da fare per tutto il giorno, quello che mostreranno non sarà assolutamente la loro normalità, ma loro patologia. Sviscereranno quanto più di contorto c'è nella loro anima, senza la possibilità di contenerla, come facciamo noi nella vita reale con le occupazioni e il lavoro. Spettacolo della pazzia quindi, e non della  normalità"
Solo per questo passo vale la pena di leggere tutto il libro, non credete?

Max Gericke al Teatro Vascello

Una premessa: da circa due anni a questa parte il teatro è entrato a far parte delle mie frequentazioni mensili, attraverso amicizie che spesso mi consentono di andarci usufruendo di sensibili sconti al botteghino. Quest'occasione ha fatto si che potessi vedere svariati spettacoli, dai classici a quelli di avanguardia, principalmente al Teatro Vascello e al Teatro Belli

Ieri sera però, dopo un amabile discussione tra i miei accompagnatori (definizione quanto mai strana, poichè spesso tra di noi non si riesce a distinguere l'accompagnatore dall'accompagnato...), ci siamo convinti nel rivedere la nostra agenda e a valutare meglio ciò che si va a vedere.

Ho pensato solo oggi a scrivere due parole sullo spettacolo che comunque ho visto quasi due mesi fa. A rigor di memoria, quella dovrebbe essere stata l'ultima volta che sono stato al Vascello. Tra l'altro, lo spettacolo non è stato nemmeno allestito nella sala principale, dove finora ho sempre assistito anche a spettacoli molto belli, ma in quella sotterranea, che ha la metratura della mia cantina. Se da una parte questo spazio favorisce la coesione attore-pubblico, dall'altro incorri in una serie di limitazioni non da poco: non puoi commentare sottovoce col tuo vicino, perché la distanza fra te e il proscenio è praticamente nulla. Impossibile alzarsi per andare in bagno, semmai ce ne fosse bisogno, poiché si rischierebbe di passare sul proscenio, probabilmente interpretando la parte dello "spettatore incontinente".

Tornando allo spettacolo, vi dico subito che era intitolato Max Gericke, tradotto diretto e interpretato da Sabrina Venezia. Lo spettacolo è dunque una reinterpretazione di un pezzo che potremmo definire oramai classico di Manfred Karge, attore e regista tedesco.

Un lungo, e a volte anche tedioso, monologo di una donna che durante il Nazismo assume le fattezze di suo marito, fingendosi lui, morto in un cantiere dove lavorava come operatore di gru e scampare alle persecuzioni. Non vorrei sbagliare, ma questa lei-che-diventa-lui dovrebbe essere ebrea. L'idea è certamente originale, però stando alle mie ultime frequentazioni teatrali soprattutto sperimentali, è ora di cambiare un pò genere: quando i temi di Comunismo, Fascismo o Nazismo non sono quelli principali dell'opera teatrale, vengono comunque richiamati ad ogni piè sospinto, col risultato che questo gioco della memoria soffoca (secondo me) l'ispirazione e il talento creativo.

Un esempio di spettacolo a tema che però, per la carica drammatica ho trovato bellissimo, è stato "Prima della Pensione", recitato lo scorso ottobre al Vascello di cui conservo ancora un ottimo ricordo. Credo che vi dedicherò un post a questo spettacolo.

Max Gericke, invece, nonostante gli sforzi, non sono proprio riuscito ad apprezzarlo...