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lunedì 29 dicembre 2008

The Spirit

Ho dovuto fare qualche ricerca su internet per meglio capire il personaggio protagonista di questo film, visto ieri sera al Savoy in compagnia del Cinefilante. Leggo appunto che il film è stato tratto da un personaggio dei fumetti di Will Eisner, fumettista di vecchio corso ma che personalmente non ho mai sentito nominare prima d'ora. The Spirit è una sorta di Batman che vive a Central City, grigia e lugubre come la più conosciuta Gotham City. E' la storia di un poliziotto scampato alla morte che risorto dal suo sepolcro si trasforma nel giustiziere in abito scuro, cravatta rosso magenta e maschera di Zorro sempre indosso, ingaggiando lotte furibonde con i banditi della città sguinzagliati dal cattivo di turno che si chiama Octopus, interpretato da Samuel L. Jackson. Osservando il protagonista durante la proiezione mi rendevo sempre più conto che sotto quella maschera si nasconde un sogghigno conosciuto. Il flashback mi ha riportato alle prime puntate del telefilm Sex & The City, il ragazzo amico di Carrie che aveva la mania di riprendere con la telecamera i suoi amplessi con le modelle che si rimorchiava. Si tratta di Gabriel Match, che può nascondersi il viso sotto qualunque maschera ma il cui sorrisetto da mascalzone è riconoscibile anche sotto quintali di cerone. L'inizio del film non è molto incoraggiante, perché animazione da fumetto e presa diretta si mischiavano come nei più temibili fumettoni ibridi per bambini. Invece, superati i primi 20 minuti, il film diventa completamente "normale" e la sceneggiatura si sviluppa anche piacevolmente, arricchita da inserti umoristici divertenti che stemperano le continue scariche di botte, sparatorie, bombe ed esplosioni. The Spirit è finalmente un eroe insolito, simpatico e un pò guascone, completamente diverso dal serioso Bruce Wayne/Batman che specie nell'ultima versione de "Il Cavaliere Oscuro" è anche piuttosto inquietante, con quella voce cavernosa e incomprensibile. In più The Spirit è circondato da protagoniste di una bellezza mozzafiato, come Eva Mendes nei panni (e che panni!) della prima fidanzatina di The Spirit in gioventù, poi ritornata a Central City più bona e arrabbiata che mai. Contraltare cattivo e ugualmente bellissima è Scarlett Johansson, addirittura divertente nei suoi camuffamenti. Un film che si lascia vedere piacevolmente, per nulla noioso e a tratti anche avvincente. Samuel L. Jackson è un cattivo di tutto rispetto, davvero una parte riuscitissima e che ruba un pò di scena al Joker di Ledger.

martedì 23 dicembre 2008

Natale a puntate: 3) La corsa al cibo

Fortunatamente, la fame in senso assoluto è un flagello che in Italia è stato debellato da decenni. Dovremmo aprire i libri di Storia per documentarci sui quelli che furono veri casi di denutrizione o malnutrizione, fatti di vesti lacere, visi scavati, giovani e vecchi denutriti o mal nutriti. Oggi, pur con tutte le difficoltà che molte persone incontrano per far quadrare i conti, si affronta semmai il problema contrario, ossia l'abbondanza e l'eccesso di consumo di cibo come elemento quotidiano della nostra vita. Bisogna premettere tutto questo per meglio capire quale sia il fenomeno socio-dinamico per il quale, una famiglia o un individuo, a ridosso delle feste canoniche come Natale o Pasqua, si spingano giù dal dirupo dell'eccesso, acquistando cibi e bevande in quantità pantagrueliche. Il tutto mirato all'obiettivo finale del famoso "cenone" o, per chi preferisce posticipare all'indomani, a quello del pranzo natalizio. Un rito totalmente fuori tempo, che aveva senso decenni fa quando il lavoro manuale e la scarsezza dei mezzi di trasporto individuali obbligavano ad una maggiore attività motoria. Il pranzo o il cenone di Natale di allora, preparato con abbondanza di pietanze molto spesso grasse e pesanti, costituiva l'eccezione da un'alimentazione quotidiana modesta e contenuta.

Benché da allora i tempi siano cambiati parecchio, in pieno 2008 assistiamo ancora al ripetersi ininterrotto del rituale: è Natale e bisogna dunque organizzare un pasto abbondante. Come se durante l'anno non ci si fosse dedicati alla medesima occupazione, in casa propria o nei sempre affollati ristoranti.  Uno dei luoghi prediletti dove si consuma lo scempio dell'acquisto forsennato al coscio d'abbacchio è sicuramente l'Annona della Città del Vaticano. L'Annona è il supermercato interno al piccolo Stato, cui si accede mediante tessera, le cui dimensioni sono pari al reparto surgelati di un qualsiasi ipermercato Panorama o Auchan. Molti, anzi moltissimi lo considerano un tempio del risparmio, alimentato dal mito incorruttibile che l'assenza dell'iva renda ogni cosa meno cara rispetto ai negozi nostrani. Sebbene questa convinzione sia del tutto fallace, legioni di persone affollano il piccolo supermercato, specie in questa stagione per l'acquisto delle materie prime da dedicare alla cena della vigilia, al pranzo di Natale, a quello di Santo Stefano fino al drammatico veglione di Capodanno. Ho visto con i miei occhi schiere di forsennati riempire i carrelli (si, al plurale! Perché molti riescono a prenderne e a riempirne più d'uno contemporaneamente) di pacchi e pacchi di tortellini, ravioli, agnolotti, lenticchie, fagioli, panettoni (questi ultimi anche a risme di 8 alla volta), torroni, panforti, bottiglie (vini, spumanti, champagne, rosòli, grappe, whiskey, cognac), zucchero e farina in quantità tali da riempire un capannone industriale. 

Un discorso a parte, invece meritano zamponi e cotechini. Più in generale: qualunque evoluzione e forma possa prendere la carne di maiale. In questo caso la quantità infilata a forza nei carrelli già esausti è pari a 12 zamponi, 27 cotechini, 12 coralline, 3 rotoli di coppa ed almeno 3 etti di prosciutto tagliato fino fino.
Ma del resto i commenti che gli acquirenti si scambiano alle casse la dicono lunga su come certi pregiudizi siano duri a morire: "Ah Signora mia! La carne di qui dentro è talmente buona che fuori non la trova mica, sa?" "E' proprio vero Marchesa, pensi che mio marito non mi mangia le cotolette se non le prendo qui!". Così, a furia di stramberie e luoghi comuni, tutti escono felicemente dalle porte automatiche convinti che mezzo chilo di macinato di maiale a 10 Euro valga, come Parigi, bene una Messa.
E' da un pò di tempo che non mi capita di osservare quello che succede nei consueti supermercati ed ipermercati, devo ripromettermi di tornarci presto per i dovuti confronti. Anche se qualcosa mi dice che sarà difficile trovare qualcosa di vagamente somigliante al Santo supermarket!

domenica 14 dicembre 2008

Natale a puntate: 2) La Folla


Prostrarsi al rito dello shopping natalizio presuppone un equipaggiamento di virtù non comuni. Coraggio, pazienza, determinazione, sprezzo del pericolo e del ridicolo sono doti fondamentali, di cui bisogna essere in possesso prima di cimentarsi in questa annuale avventura. Chiunque non ne sia dotato, ascolti il consiglio e rinunci in partenza. Compiere simili attività nei grandi centri abitati significa infatti esporsi ad ingorghi stradali, parcheggi introvabili, resse simili a sommosse popolari e stress da lavoro, cui sono sottoposti soltanto gli addetti ai martelli pneumatici nelle miniere di diamanti in Sud Africa. Molti individui compiono queste attività in modo ormai del tutto automatico. A me sono bastate soltanto due sortite fuori di casa per svegliarmi dall'ignavia dell'automatismo e pormi una drammatica domanda: ma perché lo sto facendo? Probabilmente, la mancata risposta a questa domanda è stata anche la spiegazione del perché sono tornato a casa a mani vuote. Ma riflettendoci più attentamente, forse non è stata soltanto la folla nelle strade e nei negozi a farmi desistere da ogni acquisto. Un ruolo subdolo ma determinante lo hanno svolto i negozi del centro città che, con pochissime eccezioni, sono tutti indistintamente brutti, tutti democraticamente squallidi e tutti parimenti privi di fantasia. Ne è un prova il fatto che, in ben quattro negozi diversi di cianfrusaglie, dal più piccolo al più grande, dall'anonimo al rinomanto, ho ritrovato gli stessi oggetti di rara bruttezza e di certa inutilità (persino estetica): salvadanai in lega di metallo cromatissimi a forma di ranocchia o porcellino, leziose scatole portagioie a forma di divano art-decò, borse per gli acquisti monocromatiche nelle varianti dell'arancione e del verde mela, orologi da tavolo a forma di zebra, penne e matite giganti impossibili da impugnare persino per un orango. 



Eppure, in questa delirante fiera della concitazione umana, molti erano quelli che si affannavano per aggiudicarsi gli orrori di cui sopra, trovando in essi l'unica via di uscita al rito dei regali di Natale. Riflettiamoci bene allora: è proprio necessario soggiacere a questo rito se tutto ciò che riportiamo a casa sono cose del genere? Sarà pure la dilagante crisi economica che infligge un altro colpo alle esangui finanze di tutti, ma vedendola da un ottica contraria la domanda è: 7Se ci fossero i soldi, varrebbe comunque la pena usarli per comprare una borsa Carpisa?8

lunedì 8 dicembre 2008

Natale a puntate: 1) I regali

Il fatidico 8 dicembre è arrivato, scandendo inesorabilmente per i tradizionalisti l'arrivo della stagione natalizia, con tutte le tematiche che ad esso sono legate. Una cosa rende questo periodo dell'anno unico nel suo genere: la ripetizione costante ed uniforme di comportamenti sempre uguali, destinati a ripetersi finché ci sarà vita sulla terra. Una posizione sovrana, all'interno di questa sequenza, è occupata indiscutibilmente dai regali. Fonte di gioia (ma non sempre...) per chi li riceve, preludio di smarrimento e disperazione per chi li fa. Con riguardo di questi ultimi, distinguiamo due universi umani tanto distinti quanto simili tra loro: quelli che decidono di pensarci per tempo, iniziando ricerche ed acquisti dal 20 settembre, ispirandosi forse agli ideali bellicosi garibaldini della presa di Roma e  coloro che, invece, si riducono all'ultimo momento, concentrandosi generalmente il 20 dicembre. Un comune denominatore unisce questi due universi: nessuno dei due sa mai cosa regalare. E' vero, come dice un vecchio proverbio, che "nulla è più necessario del superfluo". Ma il superfluo è davvero un pozzo senza fondo? Una risorsa inesauribile da sfruttare indiscriminatamente? Per taluni deve essere proprio così, altrimenti non si spiegherebbe come mai, nonostante il passare degli anni, si ostinino a regalare gli stessi oggetti ad ogni scadenza. Ma procediamo con ordine, cercando di comporre un elenco di carabattole che costituiscono gli ever-green ai piedi dell'abete decorato. Alzino dunque la mano coloro che, una volta o anche più di una, non si sono ritrovati a scartare nell'ordine:

- un set di sciarpa e guanti, generalmente filati in lana di vetro, ruvidi come la calce e pesanti come la Singer a pedale della nonna (i più solerti aggiungono anche un berretto realizzato con lo stesso materiale);
- un paio di guanti scamosciati, accessorio indiscusso degli anni '80 insieme all'Asti Cinzano, vera e propria passione di quegli irriducibili incuranti del tempo che passa;
- un set di bretelle e cravatta, generalmente confezionati in squallide e lugubri scatole nere con scritte dorate come "uomo-chic" e "class";
- una cinta, classica o sportiva, lunga e rigida come una rotaia, incapace di cingere anche i fianchi di una diga;
- un tagliacarte in plexiglas con placca d'argento bombata, generalmente pronta ad accogliere l'incisione del nome di colui a cui è destinato;
- una scatola portagioie (per le signore) realizzata al decoupage in compensato triplo strato, ingentilita con motivi country e destinate sempre a case arredate high-tech;
- chincaglieria d'argento di ogni specie (portatovaglioli, penna a biro, cornice, orologio da tavolo, accendino, rubrica telefonica, album, molletta fermacarta, portachiave, portapasticche, porta biglietti da visita, portapenne, porta documenti, porta cipria, porta rossetto e via "portando"...)
- i classici della narrativa italiana, incuranti se Svevo, Calvino o Ungaretti non andavano giù alle scuole superiori nemmeno con l'imbuto.

Un posto decisamente a parte occupano, invece, le confezioni regalo di profumeria. Ma si, avete capito bene. Quelle variopinte scatole che in genere invadono gli espositori dei negozi, o più spesso accatastate per terra come in un asta fallimentare. Benché la gamma a disposizione sia arrivata a soddisfare qualunque genere di persona, dalle confezioni Drakkar per gli uomini che non chiedono mai o dalle pochette Giorgio Armani con deodorante e tagliaunghie per i più raffinati, questo genere di regalo è forse quello che rimane più inviso, non fosse altro per la combinazione dei prodotti in esse contenuti e, più spesso, dai contenitori stessi. E' decisamente vero che, alla resa dei conti, queste confezioni costituiscono un segno dei tempi e, allo stesso tempo, una prova tangibile di come i costumi sociali siano cambiati. Se penso a non più di dieci-quindici anni fa, regalare confezioni di saponi e profumi generava sempre il sospetto che, dietro al bel gesto, si nascondesse un velato invito a lavarsi. Oggi, invece, questo pensiero dal sapore un pò meschino è stato spazzato via ben più pragmatiche domande: a cosa servirà mai un bagnoschiuma aromaterapia alle essenze di chiodo di garofano, paprika e vaniglia croccante? E soprattutto: perché i loro sacchetti, con la zip o col velcro, con i bottoni o con l'attaccatura collata, raramente vengono esibiti in occasioni di viaggi o spostamenti? Sarà forse che non fa più molto up-to-date estrarre dalla valigia uno di questi sacchetti con la scritta "Paco Rabanne"?

domenica 7 dicembre 2008

A corto di idee

Diciamo pure che non sto passando un momento di grande serenità. Questo, ahimè, si riflette anche sulla mia ispirazione, ridotta ad un cerino consumato invece del solito vulcano attivo. Sto cercando motiviazioni interiori e motivi dignitosi per pubblicare nuovi post. Domani 8 dicembre entreremo a pieno titolo nella stagione Natalizia, alcuni si accingeranno a fare l'albero, altri si daranno un gran daffare in giro per la città a caccia di regali "all'ultima convenienza". Vedo all'orizzonte profilarsi qualche idea sull'argomento...

domenica 23 novembre 2008

Grand Hotel

Sia pur con un pò di ritardo l'inverno è arrivato. Per i miei gusti, essendo io un noto freddoloso, poteva anche non presentarsi. Con il cielo plumbeo e la temperatura poco gradevole non ci è voluto molto per proporre al Cinefilante di organizzare, per ieri sera, una serata cineclub. Del resto sono in possesso del dvd di questo film già da dieci giorni, quando con molta fortuna sono riuscito a scovarlo in un negozio Mondadori. Ringrazio di cuore le case di produzione che a poco a poco stanno pubblicando i film Golden Age in dvd. Aggiungo inoltre che questi film d'antan vengono solitamente messi in vendita a prezzi proibitivi. Nel caso specifico di Grand Hotel sono stato invece più che fortunato: spesa contenuta sotto i dieci euro per un disco arricchito anche di contenuti speciali. Grand Hotel è un altro film che imparai ad apprezzare nel corso degli anni, quando veniva sempre proiettato abilmente in fascia ultranotturna ed era molto difficile riuscire a vederlo in orari umani. Il film si presenta già con un cast di glorie indiscusse: i fratelli Barrymore John e Lionel, Greta Garbo, Joan Crawford, Wallace Beery. Una produzione che si scopre essere costata 690.000 dollari del 1931, pari a 40 milioni di dollari del 2004, come ci spiegano i contenuti speciali del dvd. 
La storia è messa in scena a Berlino, in quello che è il suo lussuoso e costoso Grand Hotel, nella Germania prebellica e pre-nazista. In questo magnifico albergo, dove anche i portaceneri ai piani sono realizzati in rigoroso stile art-déco, si assiste ad un continuo via vai di avventori in tuba, marsina e bastoni per i gentiluomini e pellicce di ghepardo, cappelli a cloche ed occhioni sfavillanti per le signore. Nella raffinata confusione che regna all'ingresso e tra i piani dell'albergo incontriamo i protagonisti: lo spiantato barone Von Geigern (John Barrymore), la maliarda ballerina dell'imperial Opera Russa Madame Grusinskaya (Greta Garbo),  l'impiegato agli ultimi sgoccioli di vita Otto Kringelein (Lionel Barrymore), l'imprenditore arrogante e senza scrupoli Preysing (Wallace Beery), l'ambiziosa e scaltra dattilografa Fiamma (Joan Crawford).
Tutti entreranno in contatto fra di loro più o meno casualmente, anche se il vero ed unico filo conduttore che li lega tutti insieme è la drammatizzazione individuale della propria inadeguatezza e disperazione. Scopriamo presto, infatti, che il barone Von Geigern è in cerca di denaro disperatamente, per ripagare un debito di oltre cinquemila marchi con gli usurai. Quando uno di loro, vestito da autista,  si presenta in albergo ed avvicina il barone per minacciarlo di pagare, quest'ultimo reagisce con un sussulto di stizza aristocratica gridando: "Quante volte ti ho detto di non rivolgerti a me con la sigaretta accesa?", preoccupato più di essere visto parlare da pari verso una persona di rango inferiore, piuttosto che alla propria corteccia gravata dai debiti. Non potendo nobiltà e aristocrazia costringerlo ad un qualsivoglia lavoro, il barone si improvvisa ladro (o topo d'albergo), determinato a rubare i gioielli della ballerina russa Madame Grusinskaya. 
La Grusinskaya, capricciosa e volubile ballerina, ha già imboccato la strada della depressione quando capisce che la sua stella è oramai tramontata. Nonostante gli spettacoli ancora in cartellone a Berlino, il pubblico disposto a venirla a vedere è sempre meno. I gusti stanno cambiando e lei se ne accorge amaramente mentre danza dal palco. Troverà nuova linfa quando il barone inizierà a corteggiarla, dribblando sulla "trascurabile" circostanza di averlo trovato dentro la sua camera nascosto in un armadio e con una collana di perle in tasca.
Kringelein, convinto come è di essere rimasto con poche settimane di vita, prende una decisione estrema: morire in bellezza, circondato e coccolato dalla bellezza del Grand Hotel e del suo mondo. Ritira tutti i suoi risparmi e decide di spenderli tutti lì, esigendo di avere la stanza più costosa e dedicandosi a divertimenti e sollazzi finora mai provati. Sarà che la paura della morte (anche se non si capisce di cosa sia malato...) cancella ogni freno, Kringeleien si lancia anche nel gioco d'azzardo vincendo una notevole somma. Somma che il barone, entrato in buoni rapporti anche con lui, tenterà di rubare approfittando della sbronza di Kriengelein in stanza. Poi, però, quando si rende conto della disperazione di Kringelein che non trova il portafoglio con tutti i suoi averi, si intenerisce e con distratta eleganza glielo restituisce, fingendo un ritrovamento dietro un tavolo sul pavimento. Qualche stanza più in là c'è Preysing, imprenditore tessile cui si avverte la prossima bancarotta. Deve concludere un affare importante, ma affinché vada in porto è necessario che la sua ditta si unisca per fusione con un'altra in Inghilterra. Se l'unione non va in porto, per lui sarà la bancarotta che trascinerà non solo sé stesso ma anche la sua famiglia. In un estremo tentativo di bluff, Preysing tenta di convincere i suoi committenti che la fusione con la ditta Inglese è cosa fatta, ma il gioco non durerà a lungo. Il barone farà visita anche alla stanza di Preysing, che nel frattempo tenta di sedurre la bella dattilografa Fiamma, ingaggiata più per la sua bellezza che per la sua perizia. Nella stanza comunicante presa per la bella Fiamma, Preysing avverte rumori provenienti dalla sua. Entra e scopre il barone. Si agita, vuole denunciarlo, sfoga la sua rabbia per essere stato respinto da Fiamma scaraventando sul barone il pesante telefono. Sarà il modesto ma coraggioso impiegato Kringelein a scoprire il tutto insieme a Fiamma e a denunciare Preysing, suo datore di lavoro in altra città. 
Grusinskaya non saprà mai che il suo adorato barone è morto, partirà velocemente per Vienna dove l'aspetta un'altra tournée, speranzosa di trovarlo già lì ad attenderla. Preysing verrà portato via senza troppi complimenti e Fiamma con Kringelein inseguiranno il divertimento, ma questa volta al Grand Hotel di Parigi. Il dottore dell'albergo, Ottemschalg, chiude la scena con le stesse parole dell'inizio: "Grand Hotel, gente che viene, gente che va... non succede mai nulla". Benché lontani di qualche annetto tra di loro, trovo molte analogie tra Grand Hotel e Sunset Boulevard, probabilmente per quel sottile filo di decadenza e morte che percorre entrambe le sinopsi. Sicuramente è un film da vedere e da apprezzare per l'affettazione dei suoi interpreti (tutti provenienti dal cinema muto e, pertanto, abituati ad esasperare la mimica facciale), e per la cura impiegata nella realizzazione del film stesso, calcolando che il Grand Hotel non esiste fisicamente, ma fu ricostruito tutto interamente negli studi di Hollywood.

domenica 16 novembre 2008

Changeling

Nel panorama generale dei film in programmazione dell'ultima settimana, il nuovo lavoro di Clint Eastwood Changeling sembrava l'unico meritevole di uscire di casa sabato sera e affrontare un gelido vento della steppa alzatosi proprio al momento di mettere il piede sulla porta. In compagnia del Cinefilante ci siamo diretti al Barberini, dopo una secca bocciatura del cinema Odeon a piazza Jacini (Vigna Clara), sprovvisto di riscaldamento e maleodorante di muffa. Anche il Barberini non brilla per pulizia e modernità, ma almeno si è riscattato con due punti di vantaggio: sala riscaldata a dovere e schermo in sala 1 di notevoli dimensioni.
L'opening del film è suggestivo per l'ottima fotografia e il curato lavoro di ricostruzione della scenografia in cui il film è ambientato. Fin dall'inizio sappiamo che la trama è basata su una storia vera.  Ci troviamo a Los Angeles nel 1928, poche case intorno al municipio (collocato in quello che è oggi downtown L.A., in cui è meglio perdersi che trovarcisi al giorno d'oggi) dove vive la protagonista  Christine Collins (Angelina Jolie), giovane madre senza marito assieme a suo figlio Walter (Gattlin Griffith). Christine lavora al centralino della Pacific Bell, ma un sabato mattina le viene chiesto di fare un turno extra, costringendola a lasciare il figlio di 8 anni a casa da solo. Una volta rincasata, Christine non trova traccia di lui da nessuna parte, né dentro né fuori in giardino. Dopo le prime vane ricerche Christine chiama la polizia per denunciare la scomparsa di Walter, ricevendo le prime reazioni ostili da parte della forza pubblica che, in quegli anni, viveva un periodo di estrema corruzione, condita da abusi e violenze che molto ricorda il soggetto di un altro film (L.A. Confidential), ambientato negli anni 50. La polizia di occupa stancamente del caso, finché non viene pressata dalle continue reprimende radiofoniche del reverendo presbiteriano Gustav Briegleb, impegnato a denunciare il profondo stato di devianza e violenza della polizia di Los Angeles. Per contenere una simile pubblicità negativa, il capitano Jones (Jeffrey Donovan) decide di farla breve ed approfittare del ritrovamento di un bambino in Illinois per spacciarlo come il figlio di Christine scomparso - leggo infatti sul dizionario che "changeling" vuol dire "bambino rapito e sostituito dalle fate"-
Nonostante la ferma opposizione di Christine nell'affermare che quel bambino non è suo figlio, il capitano Jones la circuisce al punto tale da indurla a farle ammettere di non essere in grado di riconoscere suo figlio, per via dello shock emotivo cui era stata sottoposta nei cinque mesi di attesa. In realtà, quando Christine si rende conto dell'inganno subito, torna al dipartimento di polizia per chiedere di proseguire le indagini, ma per tutta risposta viene nuovamente raggirata da Jones  che arriva persino a mistificare la realtà costruendo una versione dei fatti fantastica e strumentale per sollevare la polizia da ogni responsabilità. L'insistenza di Christine la incoraggia a raccontare la storia ai giornali e la polizia, per tutta risposta, la fa arrestare e trasferire ipso facto in un manicomio, facendola passare per una povera pazza. Nei giorni passati tra orribili torture e intimidazioni in manicomio, viene alla luce un caso singolare: un ragazzino racconta di aver partecipato all'uccisione di 20 bambini insieme al suo aguzzino, Gordon Northcott (Jason Butler Humer), riconoscendo nelle foto dei fanciulli scomparsi anche Walter Collins, figlio di Christine. Quando la storia viene alla luce, il reverendo Briegleg si mette in azione rintracciando e liberando Christine dal manicomio dove la polizia la teneva prigioniera e portando il caso in Tribunale, dove verrà celebrato un doppio processo contemporaneamente: uno alla polizia di Los Angeles e l'altro al serial killer dei 20 bambini. Chrisine riuscirà così a vedere giustizia per le orrende sevizie morali e fisiche a cui è stata sottoposta, come se il dolore per la scomparsa del figlio non fosse stata già abbastanza. 
Changeling è un film davvero ben riuscito. In particolare, costituisce un pò il riscatto professionale di Angelina Jolie (così come commentato nel foyer dopo la proiezione con il Cinefilante), finora sempre impegnata in film di azione come Tom Raider, Mr. & Mrs. Smith o il tragico Alexander (si, proprio quello in cui si giocava il ruolo della madre di Alessandro con la passione delle biscie...). In Changeling la Jolie, ben diretta da Clint Eastwood, interpreta con bravura un ruolo drammatico forte e commovente. Unico neo da segnalare è quello del trucco anni 30 applicato sulle strabordanti labbra della Jolie: troppo grandi e troppo carnose per essere pitturate di un rosso pompeiano, tali da poter essere confuse con gli idranti dei pompieri all'angolo dei marciapiedi. Lungo i titoli di coda si scopre che le musiche sono state curate da Clint Eastwood stesso. Se si è trattato di una prima volta, bisogna riconoscere al vecchio Clint un buon gusto anche in questo campo.

giovedì 13 novembre 2008

Presto su questi schermi!







Ai miei cari lettori: un periodo di intensa attività lavorativa mi ha fatto trascurare il blog. Prometto di tornare presto, non appena si calma la buriana!

sabato 1 novembre 2008

Tropic Thunder

Incoraggiato dal trailer visto al cinema in occasione di Zoahn, rallegrato dalla presenza di un cast di attori bravi e spassosi, gambe in spalla col Cinefilante siamo  andati a vederlo. Non ho ancora letto ciò che ha scritto il Cinefilante sul suo blog, ma sono sicuro che avrà dedicato impietosi commenti alla sala 4 del cinema Odeon a piazza Jacini. Non mi soffermo su questo particolare, Cinefilante è sicuramente più caustico e descrittivo di me. La difficoltà sopraggiunge ora. Dovrei parlare del film. Che strano,  non ci riesco!  Voglio dire: sarà che l'ossatura del film è comunque un comico. Sarà che ha un ritmo molto spesso concitato, sia in termini di azione che di velocità di battute. Eppure non posso fare a meno di pensare: ma come lo racconto? La trama non è poi così lineare, almeno ai mie occhi. Oppure occhi e orecchie, ieri sera, dovevano essere andati fuori servizio per over-tiredness. Orsù proviamoci: cinque attori di hollywood, sul ciglio del dimenticatoio per gli eccessivi sequel dei loro rispettivi film di serie c, sono impegnati nella realizzazione della pellicola che segnerà, come in un bivio, la loro rinascita o la definitiva catastrofe. Jeff, Tugg, Kevin girano le riprese di un film ambientato in Vietnam nel solito set hollywoodiano a cavallo tra cartone e realtà. Il film è indietro nei tempi di realizzazione, la produzione è infuriata (qui interpretata da un insolito e simpatico Tom Cruise, pelato e col culone). Questa storia, tratta da un libro scritto da un ex-combattente del Vietnam (Nick Nolte),  non ne vuole sapere di venire alla luce sugli schermi. L'ex combattente propone allora di immergersi in un sano realismo, traslocando gli attori in una foresta del Vietnam del sud, scaricandoli dall'elicottero. A loro insaputa, il mago degli effetti speciali ha piazzato tutto l'occorrente in bombe ed esplosivi per suscitare un maggiore realismo nell'interpretazione. Peccato che i poveretti non si rendano conto che sono stati scaricati nel bel mezzo di un territorio controllato dai trafficanti di droga, i quali ricambiano i petardi finti con proiettili veri. Ci vuole un pò alla cricca per capire che la finzione si è trasformata in realtà. Quasi mezzo film (quello visto da me in sala). Quando lo capiscono, stanno al gioco e si calano in una guerriglia vera e propria coi trafficanti. il bandito capo, un moccioso vietno-cinese, riconosce però in Tugg Speedman (Ben Stiller) il protagonista di uno dei suoi film preferiti, una specie di Forrest Gump mongoloide in chiave agreste, conosciuto col nome di "Sam il contadino". Il capo bandito grazia la vita di Tugg con l'obbligazione di interpretare ogni sera e a memoria il film a cui è devoto. Seguono rocamboleschi inseguimenti, rivelazioni epocali (come quella dello scrittore del libro che si scopre non avere mai partecipato alla guerra, nè di avere mai fatto il soldato ma solo l'addetto alle pulizie nella guardia costiera). Il film uscrià, per la gioia di tutti, registratro sulle avventure inconsapevolmente vissute da tutta la band.

Raccontando la trama così sembra che ci abbia capito tutto, ma in realtà io non ho capito un bel nulla. Al di fuori di qualche risata qua e là, ho trovato il film troppo arzigogolato, incartato su sè stesso e senza alcun messaggio intrinseco, benchè taluni ne vogliano ravvisare uno. Incomprensibilmente ai miei occhi, il tomatòmetro di rottentomatoes gli attribuisce un punteggio enorme. Non so davvero cosa ci abbiano trovato...

domenica 19 ottobre 2008

Zohan - Tutte le donne vengono al pettine

Ritorno sempre con piacere al cinema Adriano a Roma. Non so perché ma ho un particolare feeling con questa struttura, anche quando ti sbattono in piccionaia nelle ultime tre sale. La scelta del film di ieri non poteva essere più gradevole, con i due protagonisti di questo film Adam Sandler e John Turturro. Devo dire che l'idea di partire da un dualismo guerrigliero storico, come quello del conflitto israeliano-palestinese, e crearci sopra un cazzatone divertente come questo è fantastico. Tutto ha inizio nelle calde terre d'oriente dove Zohan (Adam Sandler), una specie di supereroe invulnerabile a percosse ed esplosivi, combatte per la sua Israele contro i palestinesi. Questi ultimi fanno altrettanto, dandosi la caccia per Tel Aviv e Gerusalemme, compiendo scorrerie che sembrano essere all'ordine del giorno. Zohan è assoldato con la milizia ebrea, ma il suo ruolo gli va stretto. Vorrebbe fare altro, piuttosto che combattere con il suo alter ego palestinese Phantom (John Turturro), confidando alla sua famiglia di volere abbandonare l'esercito per diventare un parrucchiere. Sia il padre che la madre non la prendono bene, lo chiamano addirittura "finotchky" (c'è da segnalare che tutto il doppiaggio è stato eseguito con una specie di pastrocchio tra italiano-arabo-ebraico, sperando di ottenere un aumentato effetto comico. In realtà a volte è addirittura incomprensibile e penalizza, invece di esaltare, le scene e le gag già divertenti di loro).  Non incontrando nemmeno l'approvazione della sua famiglia, decide di fingersi morto dopo una specie di scontro finale con Phantom e scappa in America per realizzarsi come parrucchiere. Si presenta da John Mitchell a New York, ma non viene ricevuto propriamente a braccia aperte. Allora decide di spostarsi qualche metro più in là, fino al quartiere dove la comunità israeliana e palestinese vivono in un clima di relativa convivenza, presso il "Rafaela's salon", gestito da una bellissima parrucchiera palestinese di nome Dalia (Emmanuelle Chriqui). Zohan non ha mai tagliato un capello in vita sua, tranne i suoi nel viaggio verso New York regalandosi un taglio "Avalon" decisamente anni '80. In compenso, oltre alla voglia di fare, porta con sé un fallo oversize, con cui sedurre le clienti del salone che, nel giro di pochi giorni, aumentano vertiginosamente per deliziarsi di tanta grazia tra una messa in piega e l'altra. Tranquilli, il cattivo non manca: un magnate senza scrupoli che vuole fare piazza pulita del quartiere occupato dagli emigrati per piantarci un bel centro commerciale. Per far questo non esita a creare disordini incendiando negozi, cercando di mettere gli uni contro gli altri. Ma sia Zohan che Phantom, che nel frattempo si è trasferito anche lui a New York per aprire una catena di fast food arabi, sapranno unire le forze per liberarsi di lui. Nonostante la scelta discutibile di "doppiare il doppiaggio", trasformando il dialogo nella caricatura di sé stesso, il film è pieno di momenti divertenti e spassosi. Adam Sandler è completamente a suo agio nel genere demenziale, così come siamo abituati a vederlo. Si esce dal cinema con la consapevolezza di aver guardato la classica scemenza, ma con lo spirito rinfrancato dalle tante risate fatte.

martedì 14 ottobre 2008

Le Signorine dello 04


Oramai sono determinato a scovare tutta quella serie di film che, in passato, ho sempre visto in terze e quarte visioni sulle tv locali, bellissimi film collocati in fasce orarie infami perché subivano l'onta del tempo. "Le signorine dello 04" del semi-sconosciuto regista Gianni Franciolini è stato un film involontariamente profetico. Infatti, benché datato 1955, si può considerare il progenitore assoluto di pellicole il cui soggetto è dedicato al fenomeno dei call center. Non a caso, mi sono permesso di metterlo in stretta correlazione con il film di Virzì "Tutta la vita davanti", cui presto dedicherò una recensione a parte. Sebbene siano due film strutturalmente diversi, le dinamiche di centralino e/o call center sono molto simili tra loro, come per esempio il personaggio del "coordinatore" che nel film in oggetto, almeno nel 1955, si chiamava "capoturno", interpretato dalla sempre brava Franca Valeri, intenta a controllare e rimproverare le risorse meno efficienti.

Anche qui il cast è formato da attori e attrici di lungo avvenire, come Marisa Merlini, la già citata Franca Valeri nella parte della capoturno, Peppino De Filippo, Tina Pica, Aldo Giuffré e Giovanna Ralli (allora giovanissima, aveva 20 anni). Il film si sviluppa su cinque di loro, ognuna con le proprie storie personali e vicissitudini: Vera Colasanti (Marisa Merlini), alle prese con il marito e collega di lavoro che la tradisce regolarmente, Bruna (Giovanna Ralli) continuamente in cerca di un fidanzato che non venga fatto scappare dai suoi fratelli un pò sciovinisti, Gabriella (Giulia Rubini) che salva da un - presunto - tentativo di suicidio un ragazzo che sentirà proprio al telefono e con cui si fidanzerà, Maria Teresa (Antonella Lualdi) che affronta dignitosamente le difficoltà di essere una ragazza madre negli anni '50 ed ultima, forse più amara e spassosa, Carla (Franca Valeri), zitellona che cerca di conquistare il suo vicino di casa rimasto vedovo da poco tempo. Le storie scorrono più o meno parallele, in un clima di generale simpatia e leggerezza, pur trattando degli argomenti decisamente scomodi per il contesto sociale degli anni '50 italiani in cui sono inseriti. 

Tra un sorriso e una risata, infatti, non si può fare a meno di notare le tematiche della solitudine femminile che, superata un'età relativamente giovane e non essendo ancora sposate, subisce un malcelato compianto da parte della società di allora (Carla, la capoturno), ponendola in uno stato di palese apartheid. Il tradimento coniugale (Vera), dove il perdono ad oltranza del fedifrago viene incoraggiato in nome di una continuità ideale più sociale che religiosa. La maternità extra matrimoniale (Maria Teresa), poco decorosa se non quasi oltraggiosa per gli standard dell'epoca. I fidanzamenti rapidi e puerili (Gabriella), a cui basta un semplice gesto di aiuto per salvare il presunto suicida ed una stretta di mano, per ritrovarsi tutti a tavola a consumare il pranzo di fidanzamento tra le rispettive famiglie pochi istanti dopo. L'alcolismo tenuto nascosto tra le mura domestiche di zia Vittoria (Tina Pica), dove la preoccupazione dei famigliari é più orientata al "non far sapere", piuttosto che adoperarsi per aiutare a superare il disagio della malcapitata. L'ingerenza famigliare nelle scelte sentimentali (Bruna), dove i fratelli perpetuano la figura del pater familias imponendo decisioni e scelte di vita che nulla hanno a che fare con i desideri e le reali aspirazioni di lei. Il film terminerà in un contesto lieto, di nuovo tutte riunite dietro gli enormi catafalchi dei centralini dell'epoca, alle prese quotidianamente con le vicissitudini lavorative e gli aneddoti personali. In "Tutta la vita davanti" vengono invece affrontate tematiche più legate ai nostri giorni, ma che secondo me hanno una comune matrice con quelle ritratte da "Le Signorine dello 04". Per chi vorrà vedere le "Signorine dello 04", posso semplicemente suggerire di andare a caccia del titolo anche solo in vhs, in qualche videoteca particolarmente fornita. Non credo che sia disponibile già in dvd, ma spero di essere smentito, perché la visione di questo fim costituisce senza dubbio un must-to see!


venerdì 10 ottobre 2008

La Nonna Sabella


Che peccato non riuscire a trovare una locandina su internet che abbia una risoluzione migliore. Del resto, non è nemmeno facile quando si hanno per le mani dei film come questo - che personalmente considero dei capolavori in miniatura - e che l'impietosità del tempo ha relegato nel dimenticatoio. Sicuramente è per questo che nessuno si prende la briga di caricare la locandina originale del film, mettendola nei propri archivi. Solo pochi fissati (per non dire peggio...) come me sono in grado di dare la caccia a queste pellicole. Quando faccio di queste cose mi sento un pò come il personaggio di Max in "Pranzo alle 8", disperato agente di un attore fallito che veniva chiamato da impresari e registi "Max - the grave snatcher" (il dissotteratore). Eppure, se di riesumazione si tratta, posso però dire di averla compiuta specialmente nella mia memoria. "La nonna Sabella" è un film che ricordo da ragazzino, quando non esistevano i supporti video e informatici di oggi. Bisognava affidarsi alla Dea Fortuna per riuscire a rivedere questo tipo di film, principalmente sulle TV locali e trasmessi in orari infami, unicamente (penso) per coprire buchi di palinsesto. Inutile dire che malgrado una presenza di attori decisamente nutrita dal punto di vista di notorietà, come Paolo Stoppa, Dolores Palumbo, Peppino De Filippo, Sylva Koscina e Renato Salvatori, è la protagonista Tina Pica a dare il meglio di sé, in un ruolo che sembra essere scritto appositamente per lei: la vecchietta burbera, dispotica, combattiva ma in fondo dal cuore d'oro.
 Donna Sabella Renzullo è la nonna di Raffaele - Rafiluccio, come lo chiama lei - che vive in un paesino della provincia di Salerno, Pòllena, assieme alla sorella Carmelina (Dolores Palumbo), matura zitellona non per sua scelta, ma per la ferrea volontà di Sabella, che ha sempre ostacolato ed impedito il matrimonio con Emilio (Peppino De Filippo), storico spasimante di Carmelina a cui l'arzilla vegliarda ha sempre dedicato sonore fucilate. Il ritorno, dopo la laurea a Napoli, del nipote Raffaele, dà il via al piano di Sabella: farlo sposare alla ragazza più ricca del paese Evelina Mancuso, per accaparrarsene la dote, risollevare le esangui finanze dei Renzullo ed andare tutti insieme a Roma in pellegrinaggio sul Gianicolo. Sabella è una fedele garibaldina: nei suoi piani, oltre a rendere omaggio agli eroi del Risorgimento, i cui busti troneggiano sul Gianicolo, c'è anche il lezioso desiderio di farsi un bagno nella fontana di Trevi: "Io voglio fare un bagno nella fontana di Trevi, baganrmi, sciacquarmi... come una naiade!" - chissà se Fellini ha preso da qui l'idea del bagno nella fontana di Anita Ekberg per la sua "Dolce Vita". La nonna Sabella è del 1957, la Dolce Vita è del 1960. Secondo me il sospetto è legittimo... -
Viene combinato l'incontro con la giovane fanciulla Evelina Mancuso, tanto ricca quanto demente, ed i suoi genitori presso il circolo sociale del paese. Subito nascono i battibecchi tra la combattiva Sabella e la vacca marina - come la chiama lei - Donna Clotilde, matrigna della promessa sposa ed ex lavandaia bolognese, abituata adesso a darsi arie da gran signora. Le bellicose invettive di Sabella provocano un malore a Donna Clotilde, dando già origine ad una delle più belle battute di Tina Pica: "Curatevi Donna Clotilde, l'asma è una brutta malattia... Io avevo un cagnolino... Si chiamava Bixio... Ebbe l'asma da bambino e morì fulminato!" I piani matrimoniali non sembrano però andare per il verso giusto: Raffaele sembra molto più interessato alla bella postina Lucia (Sylva Koscina), Don Emilio cerca invano di frequentare Carmelina e il paese assiste alle consuete fucilate che Sabella infligge al povero spasimante. Raffaele ed Evelina non arriveranno a sposarsi, perché Raffaele pende (ricambiato) per Lucia la postina. In compenso, saranno Carmelina ed Emilio a di sposarsi all'insaputa di Sabella, nel cuore della notte e con la complicità del parroco don Gregorio (Renato Rascel). A seguire, anche i giovani Raffaele e Lucia si sposeranno e partiranno per il viaggio di nozze a Roma. Ma non saranno soli: ad accompagnarli ci sarà la granitica nonna Sabella, che affacciata dal finestrino del treno sul finale del film grida: "O Roma, o morte!" Attorno a questa trama molto semplice, si consumano delle gag e delle battute veramente spassose. Tina Pica in grandissima forma, nel suo ruolo di bellicosa e fiera garibaldina. Un contrasto questo, garibaldina e meridionale, che salta subito all'occhio perché sarebbe come imbattersi in un altro ossimoro, come ad esempio "nazista ebreo" o "casta prostituta", ma che in questo film non prende nessuna piega o allusione politica. Anzi, rendono il tutto ancora più esilarante. Ignoro se il film sia disponibile su Dvd, ma se anche dovesse essere trasmesso in qualche teca Rai o Valigia dei Sogni di La7 raccomando a tutti di vederlo!


La signora gioca bene a scopa?

Complice la mia immobilità post-operatoria, ho deciso di dedicare il riposo forzato alla visione della ormai corposa filmoteca che si sta accumulando sul mio computer. Sul titolo in questione, però, devo chiarire subito che non sono affatto prevenuto sui cosiddetti B-movie, o trash-movie che dir si voglia. Invero, ne sono stato sempre un gran consumatore quand'anche non un grande fan, al punto di conoscere perfettamente a memoria interi film dall'inizio alla fine (mi viene in mente... così tanto per... tutta la saga di Tomas Milian). Inoltre, tendo a dimostrare il mio apprezzamento verso un film che mi è piaciuto rivedendolo, quando possibile, almeno una decina di volte. Di solito riservo questo trattamento molto più a questo genere di film che non a quelli, diciamo così, più ordinari. Perché attraverso le visioni multiple riesco a cogliere dei dettagli, spesso esilarantisssimi, che talora passano inosservati.
Questa premessa è dunque strumentale per spiegare come mai questo film, oramai entrato - di diritto o di soppiatto -  nell'albo d'oro del trash anni '70, non mi sia piaciuto affatto, nonostante un cast di attori e attrici ammirevole. Sulla trama spenderei davvero poche parole: Michele (Carlo Giuffré), meridionale trapiantato a Parma col vizio del gioco e del dongiovanni, trovandosi in bolletta e ricolmo di debiti, si ricicla come amministratore e geisha al maschile di due sorelle, tardone e zitelle, Monica (Didi Perego) e Giulia (Franca Valeri) che lo mantengono degnamente. Fanno poi capolino la strana coppia formata dal fratello delle mature maliarde Alberto (Oreste Lionello) e sua moglie tedesca Eva (Edwige Fenech). Il gallo cedrone Michele deve soddisfare sia le sorelle, nonché il proprio orgoglio di virilastro del sud nel conquistare a tutti i costi Eva. Tutto sembra andare bene, finché a spodestare il suo primato di amante non arriva il brutto cameriere Tonino (Carlo Delle Piane), equipaggiato però con numeri da pornodivo ed eletto come  favorito dalla combriccola di assatanate. Doppi sensi, strafalcioni linguistici in chiave italo-tedesca della Fenech per consentire allusioni piccanti, finale col morto e lisciata di baffo del compiaciuto Michele, che ritorna nuovamente sul trono di casa delle attempate ninfomani. Come è possibile che con un simile cast esca fuori un orrore di questo genere? Poteva essere davvero una creazione divertente, invece si è rivelata stupida, mal sceneggiata e ridicolmente interpretata. Non una risata, non un flebile sorriso, nemmeno una smorfia a mezza bocca. Vedere e sentire poi Franca Valeri in un ruolo dove ammicca su particolari pecorecci mi ha dato lo stesso effetto di una martellata sulla Pietà di Michelangelo. Lei, impareggiabile Cesarina ne "Il Segno di Venere" o irraggiungibile Elvira ne "Il vedovo", come ha potuto accettare una parte così lontana dalla sua innata signorilità? Forse sono ancora in tempo a chiederglielo, visto che alla sua età calca ancora degnamente il palco del teatro.

martedì 7 ottobre 2008

Mamma Mia!

Iniziamo col darci un pò di arie... "Mamma Mia", il musical, io l'ho visto l'anno scorso a Las Vegas, al teatro interno dell'albergo Mandalay Bay, dove è stato in pianta stabile per svariati annetti. Per accedere alla visione, fu necessario prenotare i biglietti via internet con circa 4 mesi di anticipo. Ricordo ancora, non senza una vena di sadica soddisfazione, che il biglietto da circa 70 dollari me lo sono più che ripagato prima ancora di entrare in sala. Arrivato con i miei amici all'ingresso del teatro con un discreto anticipo, indugio a passare il tempo giocando alle slot da 5 centesimi a tiro. Pochi colpi ed ho vinto 130 dollari. Un saggio disse: "nessuno è più fortunato di colui che crede nella sua fortuna", e mai come quella sera fui convinto di ciò. Lo spettacolo fu bellissimo sotto ogni punto di vista, dai costumi alle coerografie, dalla musica alle scenografie. Si usciva dal Mandalay Bay piuttosto inebriati, dopo 2 ore di canzoni degli Abba che risuonavano in testa incessantemente, portandosi a casa un poco di quel senso di entusiasmo che lo spettacolo trasmetteva. Una storia semplice, allegra e a tratti spiritosa: una giovane ragazza, all'indomani delle sue nozze in un isola greca, all'insaputa di sua madre, invita  tre uomini che della genitrice sono stati i suoi - diciamo così - fidanzati, nella speranza di poter identificare fra i tre il suo vero padre. La ragazza, cresciuta unicamente dalla madre, si strugge e si danna per capire chi fra i tre possa essere il vero papà, per chiedergli di accompagnarla all'altare. Si scoprirà? Fra salti, balli, assoli e Abba a profusione? Chissà....

Era naturale, pertanto,  precipitarsi a vedere il film interpretato da Meryl Streep, Pierce Brosnan, Amanda Seyfried, Colin Firth e Stellan Skarskard. Ero ben curioso di scoprire se la trasposizione del musical dal teatro al cinema avrebbe mantenuto il suo fascino oppure no. Ebbene, il fascino si è decisamente perso un pò lungo la strada. Benché la fedeltà alla sceneggiatura teatrale sia stata anche fin troppo fedele (vi invito a restare fino alla fine, ben oltre i titoli di coda, per sentire Meryl Streep/Donna Sheridan che dopo l'ultima canzone chiede se vogliamo ascoltarne un'altra.... esattamente come a teatro e, tra l'altro, la stessa medesima canzone), si notano senza dubbio notevoli smagliature. A cominciare da Meryl Streep, straordinaria interprete di film indimenticabili, che si ritrova a 60 anni suonati a recitare nei panni di una sfiorita ex figlia dei fiori, che si lancia in spaccate aeree saltando sul letto al ritmo di "Dancing Queen", quando non anche vestita in lustrini, zeppe e paillettes anni '70 mentre intrattiene gli isolani accorsi sotto il palco per ascoltarla cantare "Super Trouper". Nonostante il trucco e l'abbigliamento vistoso, l'ho trovata fuori età per quella parte. Serviva si un'attrice brava, ma con 10 anni di meno (oso proporre Meg Ryan). Malgrado ciò, la Streep dimostra di avere un gran talento anche come cantante. Gli assoli da lei interpretati erano ben intonati e sostenuti da un'ottima voce. Peccato non poter dire lo stesso di Pierce Brosnan, che nel canto è una vera frana. Quando l'accento irlandese si unisce in matrimonio con una campana rotta, la prole si chiama Pierce Brosnan. Nella parte di uno dei presunti padri è stato anche bravino, ma fa ancora fatica a staccarsi di dosso quello sguardo di tre quarti puntato a sud est, con cui spera ancora di rivendersi come maliardo seduttore.

Bravo e simpatico Colin Firth nella parte del trittico dei padri. Mi spiace per gli occhiali da sole che indossava. Non gli stavano bene e somigliavano stranamente a quelli di Cybill Shepherd nel primo episodio di "Moonlighting". Fondi di magazzino? Insomma, un filmetto godibile e piacevole, con le canzoni degli Abba che, con la loro bellezza, coprivano caritatevolmente alcune brutture, come ad esempio il corpo di ballo con troppi eccessi femminei. Bellissimo - va riconosciuto - il balletto sul pontile dei ragazzi eseguito con le pinne indosso!
















domenica 21 settembre 2008

Pranzo di ferragosto

Nella solita ricerca di un bel film da andare a vedere, ieri sera la scelta è caduta su quello di Gianni Di Gregorio intitolato "Pranzo di Ferragosto". E' stato decisamente un bene che questo film si stagliasse nel mezzo di una lista davvero poco invitante dell'attuale programmazione, in altri tempi probabilmente non lo avrei nemmeno considerato (sbagliando!).
L'ambientazione del film, la settimana di ferragosto nel cuore di Trastevere, con le
 sue strade desolate, i negozi chiusi e i pochi turisti a passeggio, mi ha portato subito alla mente "Un sacco Bello" di Carlo Verdone, film di quasi trenta anni fa (correva il 1980), nell'episodio di Leo che in pieno agosto deve raggiungere la madre a Ladispoli, imbattendosi poi in Marisol con le conseguenze che tutti ricordiamo.
In "Pranzo di Ferragosto" la storia si svolge nello stesso quartiere, in un appartamento nei pressi di viale Glorioso, dove il protagonista Gianni vive con l'anziana madre, Donna Valeria (Valeria De Franciscis), accudendola e prendendosi cura di lei dall'alba al tramonto. Un vero e proprio lavoro per Gianni, che non gli consente di fare altro se non dedicare le stesse attenzioni alla bottiglia di vino, dove cerca di trarre consolazione dall'ingrata occupazione e per distogliere il pensiero dalle ristrettezze economiche in cui lui e l'anziana genitrice sono oramai costretti. Si capisce, infatti, che entrambi devono aver conosciuto tempi migliori, ciò si desume anche
 dai modi un pò leziosi e dagli schemi quasi aristocratici seguiti dalla madre. Di ritorno dal consueto giro di spesa al mercato, Gianni riceve la visita dell'amministratore di condominio, che lo mette alle strette sulle pendenze che ha nei confronti delle spese comuni che si trascinano ormai da due anni. L'amministratore si impegna a depennare alcuni debiti se Gianni accetta di ospitare l'anziana madre sua nei giorni a cavallo di ferragosto. Obtorto collo Gianni accetta e, l'indomani, si ritrova in casa non una, ma ben due anziane signore rispettivamente la madre e la zia dell'amministratore Alfonso. Vengono accolte in casa da donna Valeria con molte cerimonie, non prima ovviamente di essersi messa in "alta uniforme" per il ricevimento: parruccatissima, truccatissima, tanti gioielli e leziosi orecchini. Proprio quando sembrava che tutto si concludesse lì, Gianni chiama il suo medico per farsi visitare, convinto come era di avere un ernia. Il dottore non solo esclude ernie in circolo, ma si spinge a chiedere il favore a Gianni di tenerle la madre per la giornata e la notte di ferragosto, perchè lui sarebbe stato di turno in ospedale proprio quella sera. Desideroso di rifiutare, ma troppo indigente per farlo e con il ritorno di visite specialistiche gratuite, Gianni accoglie in casa anche la terza anziana, la signora Grazia, mansueta e bonaria donnina con un programma giornaliero di pillole da prendere piuttosto impegnativo.
Per cena Gianni ha preparato una buona pasta al forno, proibita per la signora Grazia che non può cibarsi di formaggi e derivati. Il divieto però ci regala una scena divertentissima quando Grazia viene sorpresa di notte da Gianni mentre aveva trafugato la teglia
 dal forno e se l'era portata a letto per divorarla.
L'appartamento di Gianni e sua madre è diventato piuttosto movimentato e soprattutto, la mattina di ferragosto, donna Valeria incoraggia il figlio a organizzare un pranzo come si deve per festeggiare degnamente il Ferragosto. Cosa non facile per il povero Gianni, avvilito innanzitutto dalle scarsa pecunia a sua disposizione e per la chiusura pressoché totale dei negozi del quartiere. Al primo problema provvede una delle anziane ospiti, la signora Marina (arzilla e volitiva) finanziando il pranzo. Al secondo problema provvede invece un amico di sbronza di Gianni, accompagnandolo a comprare il pesce pescato sotto i muraglioni di Lungotevere e che sarà presente anch'esso al pranzo. La giornata volge a concludersi ma poi....
Lascio il finale sospeso, come anche alcuni altri particolari decisamente esilaranti. Il film è piacevole e genialmente strutturato per l'argomento: riuscire a trattare il tema della vecchiaia, con tutti i problemi ad essa legati, col sorriso sulla bocca e con generose iniezioni di ironia attribuisce allo sceneggiatore/regista un merito ragguardevole. Un film che diverte e fa riflettere allo stesso tempo, la cui visione è sicuramente raccomandata a tutti.

giovedì 11 settembre 2008

X Files - Voglio crederci

Prima di parlare del film in sè stesso occorre fare una premessa fondamentale. X-Files è stata una serie televisiva di grande successo, con un grande seguito di pubblico e con un notevole numero di stagioni al suo attivo. Personalmente, la considero la naturale evoluzione di Twin Peaks, primo telefilm in assoluto ad affrontare il tema del paranormale, sapientemente assemblato tra thriller, horror e noir. Alcuni episodi sono stati poi dei piccoli capolavori, per l'originalità dei temi trattati, per la sceneggiatura e l'impiego di effetti speciali affascinanti. Dal film non mi aspettavo una "conclusione", così come per esempio è stato per Sex & The City. Mi aspettavo tuttavia qualcosa di avvincente, una storia che più o meno riprendesse quelli che sono stati i punti salienti del telefilm, come ad esempio un colpo di scena sulla sorella di Mulder, presumibilmente rapita dagli alieni come lui ha sempre sostenuto. Oppure qualche intrigo legato alle oscure trame interne al F.b.i. In poche parole, mi sarei aspettato qualcosa di originale. Invece no. A parte il richiamo al rapimento della sorella di Mulder, accennato unicamente come causa prima delle sue ossessioni, il continuo riferimento allo scetticismo di Scully, mitigato però dall'esperienza accumulata negli anni che lo hanno fatto vacillare di fronte ad episodi inspiegabili, il film dedicato alla serie si rivela essere un banale episodio, tra l'altro nemmeno tra i più riusciti. Dal film apprendiamo intanto alcune novità: Mulder è stato cacciato dal F.b.i. con un monte di accuse per le quali si intuisce che stia anche sotto processo. Scully ha lasciato il servizio e si è messa a fare il medico a tempo pieno in un ospedale cattolico (Nostra Signora dei Dolori, mai nome fu più azzeccato...). I due vengono però richiamati in servizio, più o meno ufficioso, quando scompare in circostanze misteriose un agente del f.b.i., una donna, nel ridente Stato della Virginia. Sarà stata la stagione sbagliata, ma dalla proiezione sembrava di essere in Alaska: ghiaccio ovunque e nevicate interminabili. 

Mulder e Scully, coordinati dal solito manipolo di ufficiali negri perennemente incazzati e da altrettante colleghe bianche più maschie di Rambo, vengono messi al seguito di  un sensitivo, che poi si saprà essere un ex sacerdote pedofilo che si è "infilzato 37 chirichetti" - parole di Scully - nel corso della sua carriera pastorale. Il prete sciamano  sostiene di avere delle visioni sull'agente scomparso, anche se non sarà mai in grado di trovarla. Eppure, ad ogni visione, il sensitivo arriva in punti ricoperti di ghiaccio dove sotto si scoprono cadaveri e resti umani. Nessuno di essi riconducibile all'agente scomparso. Allora c'è qualcosa sotto! Tra i sussulti di Mulder, che comunque vuole crederci, alle reazioni glaciali di Scully, che inframezza le sue indagini con il lavoro in ospedale, prendendo a cuore il caso di un bambino con malattia incurabile a cui dedica un accanimento terapeutico simile a quello di Fonzie per la sua moto, si comincia a delineare una strana cornice: qui ci sta un traffico illecito di organi umani. Cosa se ne faranno mai? Si scoprirà presto quando nel corso di un inseguimento dentro il cantiere di un grattacielo, Mulder insegue uno dei cattivi (il solito russo naturalmente, chi altri sennò? Sempre mostrato come uno straccione sdentato, maleodorante e spietato). Standogli addosso come un molosso, Mulder potrà finalmente arrivare al capanno di lamiere, in mezzo ai ghiacci della Virginia, dove un manipolo di medici russi (sempre straccioni, sdentati, maleodoranti e spietati) compiono esperimenti di alta macelleria per salvare un loro amico (sempre russo, straccione sdentato e maleodorante) a cui promettono di donargli un corpo nuovo, liberandosi del suo malandato e putrefatto. Chissà quanto sarà felice il russo moribondo quando si ritroverà si in un corpo nuovo, ma provvisto di tette grosse e tonde, dotazione di serie delle precedente proprietaria rapita per riciclarne la carcassa. "Fermi tutti! F.B.I. !!". Slow curtain, the end (fine, giù il sipario). 

In realtà il film non finisce proprio così, ci vengono regalati altri dieci minuti di scemenze, ma preferisco non menzionarle non certo a salvaguardia della trama, ma a tutela della decenza. 

Insomma, qui di paranormale non c'è nulla. L'unica scena vagamente paranormale è attribuibile al prete pedofilo che, come la Madonna di Civitavecchia, inizia a piangere lacrime di sangue. Voglio pensare che soffrisse di capillari fragili e fosse sotto efffetto di anticoagulanti.  Qui il paranormale assume la sua forma compiuta nel gossip: scopriamo che tra Mulder e Scully c'è stato più di un freddo rapporto professionale, appagando così tutti quei curiosoni che volevano il risvolto pruriginoso. Non si sa come, non si sa quando, ma è successo. Probabilmente questo fatto deve essere legato all'ultima stagione che non ho visto.  E si parla pure di un discendente, scomparso pure lui mi sembra ovvio. Pur senza avervi riposto alcuna velleità, queste sono le conclusioni a cui arrivo dopo la visione del film. Non oso immaginare se mi fossi presentato in sala ricolmo di speranze. Questa recensione sarebbe stata davvero esplosiva. 

lunedì 1 settembre 2008

Un amore splendido - An affair to remember

Il Cineclub sta portando alla luce titoli sempre più storici. Un Amore Splendido è senz'altro uno di essi. Una gloria intramontabile per gli inguaribili romanticoni, una sciagura ai limiti del sopportabile per gli altri. Questa volta sono io il primo a dire che per quanto possa essere intriso di epica, questo film è oramai inguardabile. Nonostante i modi eleganti e simpatici di Cary Grant, nonostante i sussulti di Debora Kerr, nonosante.... nonostante tutto! Soprattutto quando a fare da base al tutto è questa trama, inflazionatissima e riciclata per centinaia di film.
Due persone, un uomo e una donna, in vacanza di piacere su un piroscafo, fidanzati ai rispettivi partner, si innamorano follemente e non riescono a fare a meno l'uno dell'altra.
Ecco riassunta in tre righe la sostanza del film, descritta parafrasando l'incipit di un banalissimo romanzo Harmony.  Lo scheletro della trama viene arricchito, naturalmente, da dettagli brillanti (pochi), melodrammatici (abbastanza) e tragici (molti). Nickie Ferrante (Grant) e Terry Mckay  (Kerr) sono due personaggi alquanto tipici: il primo un impenitente scapolone, dongiovanni e godereccio intento a concludere la sua carriera di playboy sposando una ricca ed insipiente ereditiera. La seconda una specie di signora di mondo, fidanzata senza troppi entusiasmi ad un benestante gentiluomo che la preferisce docile, colta e quieta come si confà ad una brava geisha. Dopo una conoscenza fortuita lungo i ponti della nave, i due iniziano a conoscersi meglio, innescando una serie di scenette rocambolesche per evitare di essere visti insieme troppo spesso, visto che lui finisce sovente sulle pagine della "cronaca mondana" - termine che ripristinerei immediatamente, al posto del ruvido e cafone "gossip" - e una foto al momento sbagliato avrebbe fatto correre seri rischi alle reciproche relazioni. Scesi dalla nave più innamorati che mai, dopo una breve sosta lungo la costa francese per fare visita alla gallica nonna del maturo farfallone Ferrante, si promettono di lasciare i rispettivi fidanzati e consacrare il loro amore sulla cima dell'Empire State Building a New York. Tralascio volutamente la sosta presso la vegliarda francese per gli inutili chilometri di pellicola sprecati per la scena. L'orologio va avanti per buoni venti minuti, ma si rimane mummificati dentro la casa della nonnetta, persi in scambi di cortesie, tè delle cinque fra trine e merletti, un passaggio interminabile  al pianoforte dell'ottuagenaria, cui personalmente mi auguravo le cascassero le dita affinchè il supplizio finisse. Purtroppo all'appuntamento presso l'Empire State la povera Terry non arriverà mai. Le costa caro attraversare la strada senza guardare, presa dalla foga di raggiungere Nickie. Viene investita, non muore ma perde l'uso delle gambe.
Da questo punto in poi dichiaro la mia sconfitta: il sonno mi ha fatto perdere i sensi e non ricordo più che piega ha preso il film e come è finito. Credo di avere intravisto qualcosa mentre ero ancora  in stato di trance, ma non saprei dirlo con certezza. Poteva essere il finale del film come pure un esercito di Tommyknockers.
Un Amore Splendido si colloca sicuramente nella Golden Age hollywoodiana, per il cast utilizzato e per il grande successo di pubblico che ebbe dalla sua proiezione nel 1957 fino agli anni a seguire. Tuttavia è un opera chiusa nel suo tempo, che forse ha fatto il suo tempo, che non riesce a proiettarsi nel futuro e a rendersi immortale. E questo, credo, è il suo più grande paradosso: pur trattando una fattispecie così eterna e così umana come l'amore, non riesce a proiettarsi ai giorni nostri. Se Paolo e Francesca descritti da Dante Alighieri sono sempre attuali, perché Nickie e Terry non lo sono? Se lo sceneggiatore si fosse posto questa domanda credo che avremmo potuto celebrare il film come un capolavoro!

sabato 23 agosto 2008

Eva contro Eva - All about Eve

Non è facile parlare di un film come "Eva contro Eva". Un capolavoro come pochi sanno essere. Un opera immortale, sempre giovane, ispirata all'essere umano, alle sue debolezze, ai suoi lati più oscuri costellati di arrivismo, avidità di successo e smania di affermazione. Caratteristiche così tipiche e intrinseche al genere umano che rendono questo film, per le tematiche trattate, un ever-green.
Forse non è un caso che possiamo considerare quest'opera quasi gemellata con Sunset Boulevard, essendo usciti tutti e due nel 1950 avendo a soggetto un tema sociale, anch'esso di stampo perenne. Un'altra analogia che rende entrambi i film imparentati tra loro è sulla dinamica della formazione del cast: in Sunset Boulevard la parte arriva a Gloria Swanson dopo che altre attrici, famose quanto lei, rifiutarono. In Eva contro Eva, come ci racconta la stessa Bette Davis in una intervista contenuta negli specials del dvd, la parte della protagonista sarebbe dovuta spettare a Claudette Colbert prima di lei, che parimenti rifiutò. La Davis fu una cosiddetta "seconda scelta", ma a gusto personale non credo che per questa parte avrei potuto preferire un'attrice diversa da lei. Altro punto in comune è nella costruzione della trama: la tecnica del flashback, ossia di partire dalla fine per raccontare l'intera storia, in Eva contro Eva è la medesima di Susnet Boulevard.
Eve Harrington (Anne Baxter) è una giovane e sconosciuta attrice amatoriale che giunge a New York per seguire il suo idolo, Margo Channing (Bette Davis), famosa e affermata attrice teatrale cui vorrebbe somigliare un giorno. Non perde una replica dello spettacolo in cartellone Aged in Wood e, tutte le sere a spettacolo finito, si mette ad attendere dall'ingresso degli artisti l'uscita di Margo per poterla ammirare più da vicino. In questi suoi appostamenti, viene notata dalla migliore amica di Margo, Karen Richards (Celeste Holm), che fermandosi a parlare con lei e vedendola così timida e leziosa, decide di presentarla a Margo per ricompensare la sua fedeltà di fan. Margo all'inizio, come ogni star, si dimostra infastidita e riluttante a conoscerla ma, con le insistenze di Karen, cede e acconsente a farla entrare nel suo camerino. Eve parla di sè, della sua vita e delle sue vicissitudini: si presenta come una vedova, sola al mondo senza famiglia e senza amici, senza un posto dove stare e devota unicamente al teatro. Margo si commuove, rimane colpita dalle sciagure e dalla passione di Eve, e la invita a seguirla a casa con lei. E' fatta. Da quel momento in poi Eve diventa per Margo la sua assistente, procuratrice, confidente e factotum. All'inizio tutto ciò viene interpretato come una forma di riconoscenza di Eve per avere degli amici ed un tetto sulla testa. Invece a poco a poco l'angelo indifeso, devoto e lezioso, rivela il suo vero volto di crudele profittatrice, insidiandosi nella vita di Margo per prendere il suo posto sulla scena, cercare di rubarle il fidanzato Bill (Gary Merrill), noto regista teatrale, fino al punto di ordire una subola macchinazione per ottenere, riuscendoci, la parte di protagonista nella nuova commedia scritta dal commediografo Lloyd Richards (Hug Marlowe), inizialmente prevista proprio per Margo. Eve intepreterà la parte di Cora, otterrà un grandioso successo, anche con l'aiuto del potente critico teatrale Addison DeWitt (George Sanders) e le verrà attribuito il premio Oscar del Teatro, il Sarah Siddons Award. Al termine della premiazione Eve tornerà a casa, dove si sta preparando a partire per Hollywood per fare un film. Ma una volta entrata troverà una ragazza, addormentata sulla poltrona, che si era intrufolata dentro in sua assenza: Phoebe. Lei sarà la nuova Eve. E la storia si ripeterà.

Nel descrivere la trama ho volutamente omesso i particolari più belli e pregnanti, per non togliere nulla al piacere di chi vorrà vederlo. Il tema trattato, la conquista del successo nello showbusiness, ha ispirato numerosi altri film che lo hanno mostrato nelle sue più ampie sfaccettature. Se prima si tentava di raggiungere il successo con intrighi e colpi ben assestati, oggi per esempio tutto ruota sul sesso. Concedersi al produttore/regista di turno vale più di mille talenti.
Anche se la copertina in foto è a colori, la pellicola è rigorosamente in bianco e nero.
Visione raccomandatissima, disponibile tra l'altro in dvd pressoché ovunque. A volte si dice che i classici non muoiono mai, ma qui non è una storia ad essere tramandata ai posteri: è un modo di essere. Che, come tale, sarà sempre presente finché il genere umano popolerà la Terra.

giovedì 21 agosto 2008

Identikit di un delitto - The Flock

Il tempo passa per tutti. Anche per Richard Gere. Da sex-symbol degli anni 80, appeso a testa in giù da un asta voluttuoso e sudato in "American Gigolò", ad ingrigito commendatore dallo sguardo marpione, che procura brividi lungo i cateteri di vegliarde sue fan. Fa un pò effetto ritrovarselo in questo film, visto ieri sera al cinema Barberini, se lo abbiamo visto pochi minuti prima sornione e buddista nella pubblicità della Lancia Delta. In "Identikit di un delitto" Richard Gere-agente Babbage interpreta il ruolo di un funzionario di sorveglianza, addetto al controllo di soggetti maniaci e criminali che si sono macchiati di reati a sfondo sessuale. Siamo naturalmente in America, in qualche oscura provincia del West tra Joshua trees e autostrade deserte ai confini del mare - Antonello Venditti mi perdonerà...

Sembra che tutti i reietti a stelle e strisce siano concentrati lì. L'agente Babbage in questo film mi ricorda distintamente la sterminata serie dei film di Charles Bronson, il giustiziere della notte che riporta i conti a paro con la giustizia, occupandosi dei farabutti fuori dall'orario di lavoro. Qui il novello Bronson, agente Babbage (un gioco di parole per dire "babbeo"?), si fa strada in mezzo a maniaci sessuali con la passione della bassa macelleria, mutilando le proprie vittime in rituali para-erotici. L'agente Babbage è un personaggio scomodo in quell'ufficio, viene costretto ad pensionarsi in tre settimane, durante le quali dovrà istruire colei che lo sostituirà, cioè Allison Lowry (Claire Danes). La nuova agente non sembra avere il pelo sullo stomaco sufficiente per affrontare questo sudicio lavoro; ci farà capire lei stessa, nel corso del film, che la violenza ha intaccato anche lei in gioventù. Alla dichiarazione commovente e strappalacrime della povera Allison l'agente Babbeo... ohps! Babbage le risponde impietoso: "Si, lo sapevo già...". A riprova che della privacy ci si può fare anche la polenta. Nella cittadina senza nome sparisce la classica ragazza di buona famiglia bionda come il miele, burrosa e zuccherosa. La Polizia, con formula da cronaca nera, "brancola nel buio", ma sarà proprio l'agente Babbage a mettersi alle calcagna dei farabutti, sebbene sprovvisto di poteri ufficiali di Polizia. Lui ha una marcia in più: conosce a memoria tutte le vittime degli ultimi trentanni ed abbraccia il suo lavoro come una Fede, al punto che anche le donne che provano a rimorchiarselo in un bar si sentono chiedere "Lei ha cambiato nome o identità negli ultimi sei mesi?". Schifata, la poverina si alza e se ne va. Nel corso delle indagini l'agente Babbage e la sua discente Allison danno il benvenuto al giovane pervertito che si è da poco trasferito nella cittadina, che si accompagna ad una biondona scema e truccatissima (si, è proprio lei: Avril Lavigne) con gli incisivi superiori sbeccati a pugni dal romanticissimo ragazzo. Anche lui è coinvolto nella sparizione della ragazza-di-buona-famiglia-bionda, insieme ad altri oscuri e sadici malfattori appassionati di sesso e mutilazioni, con l'eccezione di una parrucchiera dall'apparenza docile e tranquilla che ci regalerà il colpo di scena finale. La ragazza-di-buona-famiglia-bionda se la caverà senza uscire priva di arti. Un film pesante, brutto, reso ancora più indigesto da un pubblico in sala da sopprimere con iniezione letale per via dei continui commenti ad alta voce durante la proiezione, risposte al cellulare - e che risposte: "Si sono al cinema, sto vedendo il film ma dimmi pure...." - e un macchinista alla cinepresa con idee tutte sue sulla durata dei titoli di coda.

A Richard Gere consigliamo ruoli geriatrici


a Claire Danes di non farsi fotografare a Las Vegas
(vedi
foto dietro di lei)