
lunedì 8 febbraio 2010
Per le scale

Le scale sono, per così dire, un patrimonio comune che comporta una serie di diritti e di doveri per tutti gli utenti. Quali diritti? Solo uno: quello di passarci per entrare o uscire da casa. Quali doveri? Quello di passarci in modo educato, senza lasciare tracce (né visive, né olfattive, né acustiche). In altre parole:
Cosa non si deve fare
- Non si gettano sulle scale mozziconi di sigarette, pacchetti vuoti, carte di caramelle, sporcizie varie.
- Non si canta, non si fischia, non ci si chiama a voce alta, non si litiga e non si intrattengono conversazioni telefoniche al cellulare, magari ad alta voce.
- Non ci si intrattiene sui pianerottoli a fare conversazione coi fornitori (lattaio, panettiere, ecc.) o con altri inquilini (e si vieta alle proprie persone di servizio di farlo).
- Non si permette ai propri figli di giocare per le scale.
- Non si completa per le scale il proprio abbigliamento.
- Non si sorpassa precipitosamente chi cammina davanti a noi per le scale; o si aspetta con pazienza, oppure si chiede permesso con gentilezza Il più lento, comunque, dovrebbe spontaneamente affrettare il passo o spostarsi per lasciar passare il più svelto, soprattutto lungo i tapis-roulant degli aeroporti, dove qualcuno potrebbe avere molta più fretta di noi e viceversa.
Se l'uomo e la donna sono insieme, l'ordine di precedenza è diverso a seconda che si salga o si scenda. Salendo, l'uomo resterà dietro alla donna, scendendo la precederà : il tutto perché se la dama dovesse incespicare egli possa trarla a salvamento prima che precipiti fin in fondo alle scale.
Che cosa si deve fare
- Si salutano tutte le persone che si incontrano. Alla coinquilina con cui si hanno rapporti di vicinato diremo: "Buongiorno Signora X", se i rapporti non sono strettamente confidenziali. In caso contrario il saluto sarà fatto per nome e SEMPRE, in entrambi i casi, accompagnato da un sorriso. Le signore possono sostituire un cenno della testa al saluto nei confronti dei signori che non conoscono.
- Gli uomini devono cedere sempre il passo alle signore che incontrano o che li raggiungono sulle scale.
- Nell'incontrare una signora per le scale gli uomini dovrebbero togliersi il cappello o almeno toccare l'ala in segno di riguardo (siete avvisati anche voi che indossate berretti da baseball).
- Infine ci si deve ricordare, sempre, che le scale sono di tutti e che la reciproca discrezione e pazienza sono un vantaggio per ciascuno di noi.
venerdì 5 febbraio 2010
Minestre e Pasta: come destreggiarsi
Le minestre, asciutte o in bordo che siano, non sono certamente piatti speciali: nella maggior parte delle famiglie esse costituiscono, a colazione e a pranzo, il classico primo piatto; sembrerebbe quindi che il modo con cui mangiare le minestre fosse una cosa ovvia e non degna di essere esaminata in particolare. In realtà non è così: anche in questo campo esistono precise regole di galateo che crediamo opportuno farvi conoscere.
La minestra in brodo
La minestra in brodo viene servita nella scodella o piatto fondo. La si prende, naturalmente, col cucchiaio, osservando i semplici accorgimenti già suggeriti la volta scorsa. Se si vogliono raccogliere anche le ultime cucchiaiate di brodo, si può inclinare la scodella verso il centro della tavola. Proibito inclinarla verso di sé. Finita la minestra il cucchiaio si pone nella scodella, perpendicolarmente al bordo della tavola, per facilitare il servizio dei camerieri (o di chi ci sta servendo, se si tratta di un pasto casalingo).
Le minestre in tazza
Brodi, consommé, passati di verdura vengono serviti in tazza: questa si può portare alla bocca direttamente, servendosi di uno solo dei manici, il destro (le tazze da brodo ne hanno generalmente due). Se la tazza è accompagnata dal cucchiaio, questo serve per raccogliere i crostini o la pastina, se ci sono; altrimenti va usato per mescolare il brodo, ma non deve servire per sorbirlo. E' assolutamente scorretto soffiare sulla minestra, se è troppo calda; ciò non significa però che ci si debba scottare la lingua; basta attender un poco, in modo che possa raffreddarsi naturalmente.
Può capitare di vedere qualcuno che mette bocconcini di pane nella minestra, o addirittutra, se è troppo calda o salata, aggiunge dell'acqua: non imitatelo! La minestra si mangia così come ci viene servita, senza aggiungervi niente che non sia il sale se troppo insipida. Se la minestra non fosse di nostro gusto non andrà respinta con sdegno. Si attende piuttosto che il piatto ci venga ritirato dopo averne assaggiata almeno un pò. Starà al buon senso del commensale, se interrogato, di fornire spiegazioni sul rifiuto solo in un contesto famigliare o amicale: in questi casi una giustificazione ineccepibile da chiamare in causa è la pressione sanguigna (alta). Al ristorante, alle cerimonie, non bisogna dare spiegazioni a nessuno.
La pastasciutta
Gli spaghetti e le tagliatelle non si tagliano con il coltello, si arrotolano sulla forchetta e si portano alla bocca senza l'aiuto del cucchiaio. Attenzione a non raccoglierne troppi: fareste un boccone troppo grosso che non entrerebbe tutto in bocca, con conseguente, antiestetica caduta di pezzi di spaghetti nel piatto. Cercate di arrotolare del tutto gli spaghetti sulla forchetta per evitare che rimangano appendici pendenti. Se la manovra non vi riesce alla perfezione (sebbene tale goffaggine è comprensibile solo per uno straniero...) e nonostante ogni sforzo qualche estremità di spaghetto resta a fare capolino, non risucchiatela! Sistematela in bocca con qualche colpo di forchetta aggiuntivo e con molta disinvoltura, senza vergognarvi: se vi guardate in giro, vedrete che gli "artisti" degli spaghetti non sono poi molti. Arrotolando gli spaghetti, cercate di non spruzzare intorno la salsa; se, nonostante tutte le precauzioni, vi capitasse di farne cadere qualche goccia sulla tovaglia, non mostratevi troppo confusi: scusandovi non fareste altro che attirare l'attenzione su un incidente che poteva benissimo passare inosservato.
La pastasciutta di forma diversa (maccheroni, penne, tortellini, conchiglie, lasagne, ecc) si mangia con la sola forchetta, sempre evitando naturalmente di fare bocconi troppo grossi, per non imbrattarsi e fare smorfie.
Il risotto
Il risotto si mangia con la forchetta, non col cucchiaio, anche se è del tipo "morbido". Se scotta, non lo si spande a corona sugli orli del piatto, non lo si mescola e rimescola. Lo si appiana un pochino, rimuovendolo discretamente con la forchetta e si aspetta di poterlo mangiare senza scottarsi la lingua.
I ravioli asciutti
Si mangiano sempre con la forchetta. Se sono ravioloni, di quelli che tengono quasi mezza fondina ognuno,si spezzano con il lato della forchetta, non col coltello.
I cannelloni
Si spezzano e si portano alla bocca con l'aiuto della sola forchetta. Si eviti assolutamente di fare ispezioni all'interno del cannellone per vedere "com'è fatto il ripieno": lo sapremo quando l'avremo in bocca, non prima. Le ispezioni, a tavola, non si devono fare. Tradiscono diffidenza per il cibo che si mangia; diffidenza che potrebbe negativamente influire sull'appetito altrui, oltre che offendere gli eventuali padroni di casa.
giovedì 4 febbraio 2010
Soul Kitchen
Sabato sera non è certo il giorno della settimana ideale per andare al cinema, sia pure al secondo spettacolo. Eppure, dopo un'inaugurazione del negozio di un amico, che ha preso buona parte del tardo pomeriggio, non si poteva non proseguire la serata per andare a vedere questo film i cui trailer erano davvero molto promettenti. In effetti è giusto parlarne all'imperfetto, perché una volta visto ci si è resi conto che in effetti non si trattava di nulla di speciale.Amburgo ospita un mediocre chef greco, Zinos Kazantsakis, titolare di una tavola calda alla periferia della città, ritrovo affezionato di camionisti, operai, barboni, impiegati che non sanno resistere al gusto delle sue porcherie, tra cui un particolare merluzzo fritto con la panatura che si stacca, battezzando il locale col nome che gli si confà: Soul Kitchen - cibo per l'anima dirà qualcun altro in seguito. Una sera a cena in un ristorante d'Amburgo incontra lo chef ribelle Shayn Weiss, uomo dal temperamento pepato e dai modi gitani, dando il via ad un sodalizio che li porterà a rivoluzionare l'ex padiglione industriale in un locale alla moda. Al povero protagonista ne capitano di tutti i colori, naturalmente. Circondato da una fidanzata un pò mignotta che scappa in Cina con la scusa del lavoro e che se ne torna in compagnia di un altro, da un fratello ladruncolo e avanzo di galera col vizio del gioco, da un ex compagno di classe immobiliarista che non vede l'ora di mettere le mani sul cimicioso locale per demolirlo e lottizzarne il terreno, amici fricchettoni che suonano al suo locale in continuazione. Il tutto aggravato da un ernia del disco che progressivamente gli impedisce di camminare. Non potendosi permettere l'operazione perché sprovvisto di assicurazione medica e di servizio sanitario nazionale, Zinos viene condotto da un aruspice turco che pratica medicina alternativa. Con metodi spicci e strumenti rudimentali, procurandogli un dolore allucinante, riuscirà a raddrizzarne la schiena e a rimetterlo in piedi.
Difficile trovare un senso ad un film la cui trama è molto surreale e sicuramente divertente. Un difetto certo del flm è la sua lentezza. Il ritmo è lento per quasi i tre quarti della durata, salvo imprimere un colpo d'acceleratore sull'ultimo quarto accompagnando un minimo di azione ad una storia probabilmente non originale, ma di certo spiritosa e ben recitata. Tutti gli attori, protagonista compreso, se la cavano molto bene. Inutile dire che il personaggio che conquisterà di più gli spettatori sarà proprio lo chef Shayn: per simpatia, piglio decisionista, modi bruschi e mira d'acciaio (nessuno sa lanciare i coltelli come lui!)
lunedì 1 febbraio 2010
In auto: lui e lei

Doveri di lei
1) La signora ospite su una macchina altrui non da' consigli tecnici al guidatore, anche se è lei stessa un'automobilista; non critica i suoi metodi di guida; non lo spinge a sorpassare quando non ne ha voglia, non gli dice continuamente "Oh che spavento! Attento che arriva un camion; oh Dio, ma cosa fa?" eccetera: è il miglior sistema per spingere il guidatore, confuso ed esasperato, a spiaccicarsi contro un muro: lui, la macchina e la sua asfissiante compagna.
2) Non fuma se il proprietario non fuma e se non ci sono posacenere in vista; se i posacenere ci sono può fumare, ma solo dopo averne chiesto il permesso al proprietario.
3) Non pretende di tenere tutti i finestrini ermeticamente chiusi quando lui scoppia dal caldo; né tutti aperti quando lui ha freddo.
4) Non distrae il guidatore con manifestazioni d'affetto, o scene di gelosia, o discussioni troppo accese.
5) Se il suo compagno al volante ha il cattivo gusto, nonostante la sua presenza, di far discussioni col vigile, di litigare con gli altri automobilisti o coi pedoni, la signora non interviene per nessun motivo.
Doveri di lui
1) L'uomo che va in auto a prendere una signora, arrivato davanti al portone, non aspetta in macchina, ma scende e aspetta pazientemente sul marciapiedi. Restare in auto, oltre a suscitare un senso di circospezione, procura un salto di categoria verso il basso da cavaliere a tassista.
2) Aiuta la signora a salire, provvedendo ad aprire e chiudere lo sportello.
3) In macchina si assicura che la signora (o signorina) stia comoda, che non abbia borse o pacchi che le diano impiccio, se desidera il finestrino più o meno aperto o una regolazione dell'aria condizionata in sintonia con le sue richieste. La signora non approfitterà del suo status e della disponibilità dell'uomo e cercherà sempre un intesa riguardo sistemazioni dei sedili, temperatura a bordo e spazio disponibile.
4) Anche se è un asso al volante, non fa lo spericolato per impressionare la sua compagna; non tiene dissertazioni sulle virtù della sua macchina.
5) Per riguardo alla sua compagna, evita di discutere con gli altri automobilisti, anche se ha ragione; non insulta i pedoni e non impreca al traffico in genere.
6) Evita le brusche frenate, non fa partenze da pole position e non svetta su dossi e cuneette per magnificare le prodezze delle sospensioni.
7) Arrivato finalmente a destinazione, l'uomo scende, gira intorno alla macchina, si preoccupa di aiutare la signora a scendere. Se fra gli altri passeggeri ci fosse un altro uomo anche questo, veramente, non dovrebbe rimanere seduto quando una signora scende; ma è chiaro che, se per rispettare questa antica regola, deve disturbare altre signore, è meglio che resti dov'è, contentandosi di sollevarsi un poco dal sedile per salutare la signora che scende: almeno per dimostrare le buone intenzioni.
domenica 31 gennaio 2010
Oedipus on the top
Certo che riprendere la rubrica teatrale con quanto visto due sere fa al Teatro Vascello non è certamente incoraggiante. Soprattutto per chi scrive. Perché, in tutta onestà, non saprei da che parte cominciare. Siccome si tratta della rivisitazione in chiave post-moderna, post-atomica ed ultra indecente della tragedia di Sofocle "Edipo Re", risparmiamoci la gran fatica di ricordare quanto studiato controvoglia alle scuole medie e andiamo a rileggercela qui.Avete letto? Bene. Immaginate di non essere a Tebe, ma nel retro di un area industriale sporca, degradata e senza speranza i cui personaggi (Edipo, Giocasta, Creonte eccetera) sono dei barboni, dei senza tetto, degli homeless, dei bum, degli straccioni o scegliete voi il termine che più vi aggrada. Questi barboni non parlano. Il linguaggio non è parlato. Il linguaggio è figurativo. Come tale, i personaggi si esprimono con la sola mimica delle espressione e dei movimenti, accompagnata con dei grugniti. Risparmio lo svolgimento della storia e porrei l'accento su una circostanza che non dovrebbe mai accadere quando in scena sono allestite delle tragedie: renderle, inconsapevolmente, delle esilaranti commedie dell'assurdo. I primi dieci minuti scorrono con l'introduzione di una voce narrante dalle corde vocali estroflesse, segue un fracasso di batteria e chitarra elettrica suonato in diretta e che farà da colonna sonora a tutta la storia, dopodichè vediamo spiegarsi i personaggi che non trovano nulla di meglio da fare che accoppiarsi tra di loro nella piena promiscuità. Poco importa chi capita sotto, Laio non risparmia nessuna/o. Tra scene boccaccesche, sequenze assurde e un agitazione di fondo che portava gli attori anche fuori del palco per girovagare nella platea, non si finisce più di ridere. A crepapelle. Inutile dire che ogni gesto, ogni interpretazione, anche un semplice sguardo era sufficiente a far scattare nel pubblico una battuta salace seguita da risate incontrollabili. Comprese quelle del sottoscritto, imbarazzato ma non più in grado di contenersi, tra l'osservazione degli attori e quanto le orecchie recepivano dal pubblico. Al culmine del pathos, quando il barbone-indovino Tiresia, seduto sopra un copertone, invita Edipo a sedersi sulle sue gambe con un gesto inequivocabile, dal pubblico si ode sommesso un: "mo' so' cazzi tuoi..." che fa ridere me ed i seduti in prima fila fino alle lacrime. Del resto, dopo gli amplessi promiscui, fino a quello di Edipo e Giocasta interpretato dai due attori completamente nudi, ci si poteva davvero aspettare di tutto.
Raccomandatissimo se ci si trova con l'umore sotto le scarpe. Si uscirà inebriati di divertimento. Al Teatro Vascello fino al 7 febbraio.
sabato 30 gennaio 2010
A tavola: cosa fare e non

Il perfetto commensale si rivela prima ancora di sedersi a tavola: infatti la prima prova delle sue buone maniere egli la da' arrivando puntuale. Aggiungiamo che non è neppure corretto andarsene subito dopo la fine del pranzo: qualcuno potrebbe pensare che abbiamo accettato l'invito solo per sfamarci.
Dal momento in cui si entra in casa dei nostri ospiti (l'ospite è colui che riceve. Coloro che partecipano sono gli invitati. L'uso improprio della parola "ospite" ne ha stravolto il significato al giorno d'oggi per cui è giusto ricordarne la versa dizione- ndr), dobbiamo dimenticare il nostro orologio e regolarci, idealmente, su quello dei padroni di casa. La padrona di casa (userò questo termine per convenzione) si sederà a tavola per prima, mentre è vietato agli altri commensali di precederla. E sarà ancora lei (o chiunque ricopra il ruolo di titolare del ménage domestico) a dare il via all'inizio del pranzo.
Alla fine del pranzo nessuno dovrà alzarsi prima che l'abbia fatto la padrona di casa , la quale d'altra parte aspetterà che tutti i suoi ospiti abbaino finito di mangiare.
Dopo questa premessa, il galateo del perfetto commensale si può riassumere in diversi punti, alcuni all'insegna delle buone maniere, altri all'insegna della discrezione.
Le buone maniere
- Non si tengono i gomiti sulla tavola, non si allungano le gambe, non ci si rannicchia sulla sedia.
- Non si fuma tra una portata e l'altra, neanche se i padroni di casa lo fanno; è una mancanza di riguardo, da parte loro, che non dobbiamo imitare. si può fumare alla fine del pranzo, ma prima di accendere la sigaretta se ne chiede il permesso.
- Non si posa la cenere nel bicchiere o sul piatto o nella tazzina del caffè, ma solo nel posacenere; se questo non è sulla tavola, lo si chiede alla persona di servizio (se c'è) altrimenti semplicemente ai padroni di casa, offrendosi di andare a prenderlo personalmente. Pipa e sigari a tavola sono rigorosamente vietati.
- Non si soffia sulla minestra che scotta: si aspetta si raffreddi spontaneamente. Non moriremo di inedia nel frattempo ed eviteremo di apparire impazienti.
- Non si raccoglie, di regola, salse sughi e intingoli rimasti nel piatto.
- Non si riempie esageratamente il proprio piatto e non si lasciano avanzi visti, ma neanche si pretende di far sparire anche l'ultima briciola o goccia di sugo.
- Non ci si accanisce sulle ossa de pollo come se spolparle fosse un punto d'onore.
- Non si fanno bocconi troppo grossi, né se ne introduce uno prima di avere inghiottito l'altro; non si sgranocchia rumorosamente.
- Non si sorbisce il brodo con risucchi e sibili vari.
- Non si assapora il vino con mimiche da intenditore, magari rovesciando il capo all'indietro, come se fossimo attaccati a un fiasco. Si evita di fare "glu-glu" deglutendo.
- Non si schiocca mai la lingua dopo aver bevuto.
- Non ci si dedica masticando a operazioni di interesse generale (condire l'insalata, versare il caffè, tagliare un dolce, ecc.)
- Non si prende il sale col coltello, anche se difficilmente potrebbe venire servito in ciotole rispetto ai più comuni macina sale.
- Non si addenta il pane, né lo si taglia col coltello, ma ci si limita a spezzarlo con le mani, senza spargere troppe briciole, né sulla tovaglia né per terra.
- Non si appoggia il pane sul piatto che si ha davanti, non si preparano bocconcini preventivi, se ne stacca di volta in volta la quantità necessaria preoccupandosi di non lasciare avanzi.
La discrezione
- Non si chiede sospettosamente come è stato cucinato un piatto prima di servirsi: si tratta di una indelicatezza irrecuperabile.
- Non si toccano i cibi né con le mani né con le posate, prima di decidere quale prendere. Non si palpa la frutta per sentire se è matura.
- Non si tagliano le pietanze sul piatto di portata.
- Non si porta niente alla bocca direttamente dal piatto di portata. Ogni cosa va prima posata nel proprio piatto e di lì portata alla bocca.
- Non si guarda nel piatto degli altri, né si spia il loro modo di mangiare.
- Non si fanno troppi complimenti, non si insiste; non si rifiuta di servirsi prima dei padroni di casa se questi hanno proprio deciso così.
- Non si rivoltano i piatti per vedere di che marca sono, né si guardano i bicchieri contro luce, fosse pure per ammirarne le bellezze;
- Non si monopolizza la conversazione; non si parla a voce troppo alta e non si ride fragorosamente.
- Non si intascano o si impacchettano dolci o frutti o altre delizie con l'idea commovente, ma non elegante, di farli assaggiare al nipotino.
- Non si mostra mai di aver fretta, cominciando magari a mangiare pane o a versarsi da bere in attesa di essere serviti; non si danno segni di impazienza tra una portata e l'altra, ma nemmeno si continua a chiacchierare invece di mangiare una volta serviti.
- Il piatto vuoto non si sposta nervosamente a destra o a sinistra: si aspetta che venga tolto dalla padrona di casa o dalla persona di servizio.
domenica 24 gennaio 2010
Come si usano i bicchieri

L'utilizzo dei bicchieri può sembrare la cosa più semplice e scontata che possa esistere a tavola. Eppure dimostreremo con con poche e chiare regole che non è così e di quanto sia importante badare ai dettagli.
Innanzitutto, come devono essere i bicchieri? Di che tipo e in che materiale. Diciamo che potenzialmente ogni strada è aperta, soprattutto alla luce delle nuove alternative fornite dall'odierno design. Tuttavia l'impostazione classica vuole i bicchieri in semplici vetro per la tavola di tutti giorni ed in prezioso cristallo per le occasioni importanti. Nell'uno o nell'altro caso hanno comunque una funzione decisiva per l'eleganza della tavola: quella di "legare" tutti gli altri elementi, creando un effetto armonico. Per ottenere questo, tuttavia, non basta averli scelti con criteri di razionalità e di buon gusto; occorre anche saperli disporre con garbo e sapersene servire con proprietà.
Come si dispongono - Per prima cosa un consiglio: non cedete alla tentazione di esibire sulla tavola l'intero servizio; davanti ad ogni commensale devono trovarsi due bicchieri, al massimo tre, se si tratta di un pranzo importante: uno grande per l'acqua, uno medio per il vino, eventualmente un terzo pure da vino, quando si prevede di servirne due qualità, rosso e bianco. Il bicchiere per il vino rosso sarà più grande di quello per il vino bianco. Si dispongono davanti al piatto e in ordine decrescente: il più alto a sinistra, il più basso a destra, perché non siano d'impaccio a chi deve servire.
Tipo e colore - La tavola classica prevede che tutti i bicchieri appartengano a uno stesso servizio, cioè che siano uguali per forma e colore. Tuttavia nulla vieta di accostare due o più tipi, purché l'accostamento sia armonioso e non appaia casuale. Anche in certi servizi completi, del resto, i bicchieri da vino o quelli da dessert sono "a sé", se non come stile come colore: qualche volta sono colorati a differenza di quelli da acqua, rigorosamente trasparenti. L'importante è che tutti i bicchieri da acqua siano uguali tra loro come tipo e colore, e così quelli da vino e da dessert e così via.
Come si usano - Il bicchiere senza stelo si prende sempre dalla parte più bassa; i bicchieri a calice e le coppe non si prendono per il gambo, ma si sollevano reggendo con la mano il recipiente. Diffidate di chiunque vi dica il contrario, fosse anche un pluri-patentato Sommelier. A nessuno è permesso, in un pranzo conviviale, di trasformare la degustazione del vino in un controllo qualità con metodi da laboratori chimico: tenere il calice per il gambo impedisce che il calore della mano alteri l'aroma e/o il sapore del vino, e via elencando altre stravaganze. La perizia dei degustatori e le loro tecniche troveranno spazio più appropriato in altri luoghi e momenti, come ad esempio l'acquisto di botti o di barili presso le opportune aziende vinicole.
Non si va incontro col bicchiere a chi versa il vino (o l'acqua). Non si copre mai il bicchiere col palmo della mano per significare " basta". Tanto meno lo si capovolge in segno di preventiva e assoluta astinenza. E' più che sufficiente dire: " No grazie, non bevo" o "Basta, grazie" senza ricorrere a questi esasperati gesti di difesa, quasi si temesse di venire ubriacati per forza.
Non si prende mai il bicchiere dei vicini di posto, per versarle o farle versare da bere.
Non si beve mai a bocca piena e non si accostano le labbra al bicchiere senza averle prima pulite col tovagliolo.
Non si vuota il bicchiere tutto d'un fiato come se si fosse terribilmente assetati.
Non si indugia con le labbra sul bordo del bicchiere.
Non si solleva il mignolo per aggiungere grazia all'operazione.
Si beve e basta. Senza rumori. Senza gesti inutili. E soprattutto senza risucchi od insopportabili schiocchi di lingua.
giovedì 21 gennaio 2010
I doveri dell'invitato a pranzo

Innanzitutto, chiariamo subito ogni possibile frainteso. Per "pranzo" si intende sempre il pasto consumato alle ore 20. Quello che comunemente viene definito pranzo, consumato invece a metà giornata, è propriamente la "seconda colazione". La "cena" è invece il pasto consumato dopo le 22. Questa distinzione, forse un pò scolastica e sicuramente passata fuori uso, serve a comprendere meglio il significato della parola pranzo, soprattutto nella sua dizione intrinseca di "pasto importante". Vediamo dunque quali sono le semplici regole a cui l'invitato deve attenersi.
1) Chi è invitato a un pranzo è innanzitutto tenuto a dare una risposta sicura e definitiva entro ventiquattro ore; per scritto, se l'invito è scritto (pensiamo agli sms o alle email), se ha occasione di incontrare chi l'ha invitato, altrimenti per telefono.
2) Deve arrivare in orario: possibilmente con un anticipo di cinque o dieci minuti (ma non di più) sull'ora esattamente indicata dai padroni di casa. Se è costretto a ritardare avvertirà per telefono, spiegando il motivo del ritardo. Se non avrà neanche la possibilità di avvertire (poniamo un incidente o un ingombro nel traffico), tanto più vive dovranno essere le sue scuse all'arrivo. Se prevede che il ritardo supererà la mezzora (per ragioni che dovranno essere comunque plausibili), telefonerà sinceramente dispiaciuto comunicando di rinunciare a partecipare al pranzo per non disturbare tutti col suo ritardo; solo se il padrone/la padrona di casa insisterà si presenterà carico di scuse e costernazione per tutti.
3) A meno che non sia molto in confidenza con la signora, l'invitato non porta i fiori con sè; glieli invia circa un'ora prima accompagnati da un biglietto da visita, con una frase di ringraziamento anticipato; oppure il mattino dopo, con un biglietto in cui si congratula per la perfetta riuscita del pranzo; con sé invece può portare, se è abbastanza in confidenza con gli ospiti, una scatola di cioccolatini o altri dolci.
4) Avviandosi a tavola, non chieder subito: "Dov'è il mio posto?", ma aspetterà che il padrone/la padrona di casa glielo indichi e, prima di accomodarsi, che si siano sedute tutte le donne. Se l'invitato è una signora, potrà sedersi dopo che si sarà seduta la padrona di casa; se al contrario è una ragazza, lascerà che prendano prima posto tute le donne più anziane di lei.
5) L'invitato non incomincerà a mangiare appena servito, ma lo farà solo dopo che si saranno serviti altri due o tre commensali (e tutte le signore, padrona di casa compresa). Inoltre mostrerà di gradire tutto quello che gli viene offerto, senza però fare la parte del leone; se qualcosa proprio non gli va, non la rifiuterà con orrore o con aria colpevole, ma brevemente, con un sorriso di scusa e senza tirare in causa dettagliate descrizioni sui capricci del proprio fegato, poco interessanti per gli altri e decisamente fuori luogo.
6) Ogni invitato ha poi il preciso dovere, di cortesia e di gratitudine, verso chi lo ha invitato, di fare il suo meglio per contribuire alla buona riuscita del pranzo. Aiuterà a far passare i piatti di portata (se non c'è servitù) servirà (se è un uomo) il vino a entrambe le sue vicine; converserà amabilmente (se è una donna) con i suoi vicini; non con uno solo di essi, ignorando completamente l'altro, non troppo poco, non troppo, stordendoli e impedendo loro di mangiare.
7) Finito il pranzo ognuno attenderà per alzarsi un cenno d'invito che verrà dato dal padrone/ padrona di casa. Alzarsi da tavola senza un segno di velato permesso da parte dell'ospite è scortese: si darebbe l'impressione che l'invito è stato accettato solo per riempirsi lo stomaco, prima ancora che per il piacere della compagnia.
lunedì 18 gennaio 2010
Avatar
In un pianeta dal nome poco beneaugurante - Pandora - sperduto in un galassia che non c'è, accanto ad una nebulosa sconosciuta, nell'anno 2150 del non si sa quale Signore, vive un popolo di zebrati Watussi blu con grandi occhi gialli e coi centri del piacere piazzati nella lunga coda sfrangiata. Inconsapevoli di camminare sopra i giacimenti di un minerale preziosissimo, valutato 20 milioni di dollari al chilo sui banchi del mercato del pianeta Terra, il popolo dei Watussi zebrati di blu riceve la sgradita visita dei terrestri, armati di un arsenale bellico spaventoso, intenzionati a conquistare quelle terre coi sottosuoli ricchi del prezioso minerale. Prima di far parlare le armi, gli scienziati tentano un approccio col popolo indigeno attraverso la creazione degli Avatar, creature costruite attraverso un mix di cellule umane e watussiane, simili in tutto e per tutto agli indigeni ma comandati da un pilota terrestre attraverso un sarcofago che collega il sistema nervoso loro con quello del loro avatar. In questo modo si inizia a studiare il popolo dei Watussi blu, imparandone la lingua ed il folklore locale. Questi esseri vivono in simbiosi con la natura, fatta di una flora e di una fauna molto similare a quella preistorica terrestre. Cavalcano pterodattili a quattro ali e si difendono da ogni attacco con arco e frecce avvelenate. Gli avatar, comandati da remoto dai militari terrestri, si mischieranno con gli indigeni per cercare di convincerli educatamente a farsi da parte e a lasciar spazio alle gigantesche ruspe terrestri, affamate del succulento minerale depositato nel sottosuolo.
Uno dei piloti degli avatar ha il cattivo gusto di morire a inizio missione, ponendo in seri guai gli scienziati per trovare un degno sostituto. Scoveranno il fratello gemello Jake Sully (Sam Worthington), di professione marine e costretto sulla sedia a rotelle da grande invalido di tutte le guerre, perché il suo dna è identico a quello del deceduto. Il ragazzo, ribelle per antonomasia, spavaldo per natura e ottuso per contratto, infischiandosene delle rigide procedure prenderà l'iniziativa fomentato dal solito colonnello-cattivissimo-tutto-di-un-pezzo MIles (Stephen Lang) che non vede l'ora di giocare ai soldati, scagliando sulle povere zebre blu tonnellate di bombe e di proiettili. Chi vincerà la guerra dei mondi? I soliti terrestri tecnologici e affamati di risorse energetiche o le naturiste zebre watusse blu con sexy tanga a coprire delle pudenda che non ci sono? Non c'è che andarlo a vedere.
La visione è stata in 3D. James Cameron non era ancora soddisfatto della grande macchina da guerra di effetti speciali che mise su per Titanic. Ha voluto strafare e per certi versi ci è riuscito. Con alcune riserve: la durata del film è oggettivamente eccessiva per una visione a tre dimensioni continua. Allo scadere della seconda ora il cervello umano comincia a perdere i colpi e non riesce più a decifrare tutto il tridimensionale che gli viene sparato attraverso l'occhio. In più la riuscita dell'effetto, occhialetti a parte, è fortemente condizionato dalla sala cinema che deve essere di dimensioni adeguate soprattutto in larghezza, più che in altezza. La scelta del cinema, per una visione davvero godibile, deve essere ben ponderata. Altrimenti meglio ripiegare sulla normale visione in 2D comunque disponibile. Naturalmente sarebbe il caso di bilanciare meglio, per il futuro, l'equilibrio tra effetti visivi e sceneggiatura (quest'ultima davvero debole e scialba, ma avranno pensato che gli effetti speciali e la grafica computerizzata potesse supplire adeguatamente). Un film da vedere. Bello senza dubbio. Ma non rivoluzionario così come era stato presentato.
domenica 17 gennaio 2010
Posate e Stuzzicadenti
L'uso corretto delle posate è senz'altro uno dei punti fondamentali del galateo della tavola, quello che meglio di ogni altro distingue la persona disinvolta e ben educata. Parleremo del loro uso in generale: dedicheremo alcuni prossimi interventi all'uso corretto delle posate con pietanze particolari. Le posate non si impugnano come martelli ma si tengono tra le dita il più scioltamente possibile, dalla parte alta del manico, senza mai allungare l'indice sul dorso della lama sui denti della forchetta e senza sollevare leziosamente il mignolo. Non si gesticola con le posate in pugno e neppure si giocherella con le posate per passare il tempo o darsi un contegno. Non si introducono né si appoggiano mai le posate sul piatto di portata. Quando si smette per un momento di mangiare, le posate si appoggiano sul proprio piatto, con il manico sul bordo e le punte sul centro. Quando si è terminato di mangiare, le posate si pongono parallele sul piatto, coni manici rivolti a sé. Se vi cade una posata non lanciatevi a raccoglierla (a meno che manchi la persona di servizio), e soprattutto non usatela, ma aspettate che vi sia sostituita.
Vediamo ora come devono essere manovrate le posate una per una.
Coltello
Il coltello si usa per tagliare, mai per portare il cibo alla bocca e si usa sempre insieme alla forchetta; la forchetta sta nella mano sinistra e trattiene il pezzo da tagliare; il coltello viene tenuto con la destra. Col coltello si tagliano solo i cibi che lo richiedono, non quelli che possono essere spezzati o raccolti con la forchetta o il cucchiaio. Il coltello si usa da solo in rarissimi casi: ad esempio per spalmare il burro e formaggio sul pane. Non si usa il coltello per prendere il sale. Se si deve porgere il coltello a qualcuno lo si fa tenendolo nel punto in cui la lama si congiunge col manico e rivolgendo il manico verso l'altra persona.
Forchetta
La forchetta serve per portare il cibo alla bocca e per trattenerlo quando deve essere tagliato. Va tenuta con la destra quando si tratta di vivande che non richiedono l'uso del coltello, con la sinistra quando la destra è occupata dal coltello, del quale ci si può servire per adattare sulla forchetta i vari bocconi; si tiene con l'indice appoggiato sulla parte posteriore del manico, verso l'inizio dei denti. Quando si è tagliato il cibo si preme leggermente la forchetta nel boccone e lo si porta così alla bocca; nel caso di cibi morbidi (come il purè, il budino o il paté) la forchetta verrà usata "a cucchiaio", cioè staccando o raccogliendo il cibo, con un movimento che va dal entro del piatto verso di noi.
Cucchiaio
Il cucchiaio va usato solo per le vivande liquide o semi liquide come le minestre o i dolci alla crema. Ricordiamo però che il brodo servito in tazza deve essere sorbito direttamente dalla tazza stesa, senza l'aiuto del cucchiaio (molti sono ancora convinti del contrario...). Il cucchiaio va tenuto tra pollice e indice e appoggiato sul medio. Non va riempito attirandolo dal bordo del piatto verso di noi, ma in senso inverso, cioè con un movimento che va dal bordo della tavola verso il centro. Il galateo di una volta voleva che il cucchiaio fosse portato in bocca non di punta, ma di lato. Oggi questa regola è scaduta. Naturalmente non si può continuare a usarlo di lato se si è abituati così e se lo si sa fare alla perfezione, senza risucchi e senza sbrodolamenti; altrimenti è molto meglio infilarlo in bocca dalla punta, seguendo un sistema più attuale. Non si introduce troppo profondamente in bocca il cucchiaio, né si consuma il contenuto del cucchiaio a rate, ma tutto in in una volta, ecco perché non bisognerebbe mai riempire la capacità del cucchiaio oltre il consentito.
Stuzzicadenti
Questa voce merita una trattazione a parte, visto che fortunatamente se ne è perso l'uso comune già da molto tempo. Peccato però che lo strumento sia stato sostituito da abitudini poco graziose, come quello di usare le dita per compiere ciò che prima si delegava allo strumento. Ci limiteremo a dire che la pulizia dei denti, immediatamente dopo il pasto con lo stuzzicadenti, non va fatto assolutamente a tavola. Neanche riparandosi con civetteria dietro la mano aperta a ventaglio o con ridicolo pudore dietro il tovagliolo, il che non migliora la situazione, anzi la peggiora, rendendola ancora più evidente. Si consiglia quindi di allontanarsi dal tavolo per pochi istanti a compiere l'operazione di rimozione detriti dalla bocca, possibilmente in bagno. Lo stuzzicadenti presentato a tavola non costituisce un invito ad usarlo in quel luogo, serve soprattutto da monito verso quelle persone che sarebbero capaci di infilarsi le mani in bocca fino al gomito.
Solo in casi eccezionali (lisca di pesce conficcata in una gengiva) sarà lecito servirsi dello stuzzicadenti, ma si dovrà farlo con rapidità, semplicità e discrezione, senza complicare l'operazione con illusori paraventi.
Casi estremi
Anche questi succedono. Come al sottoscritto molti anni fa nel corso di un pranzo di matrimonio. L'antipasto era fatto di un trancio di pescespada. Durante la masticazione un invisibile quanto lunghissima lisca si era andata a conficcare in una tonsilla, rendendo quasi impossibile richiudere la bocca. Soffocato anche dal nodo della cravatta, consumai tutte le energie per minimizzare l'accaduto, alzandomi elegantemente da tavola e con la bocca semi aperta recarmi in bagno. In queste situazioni e si prende il coraggio a due braccia : conficcai la mano in profondità fino a raggiungere la tonsilla estraendo il corpo estraneo. Esperienza non edificante, ma vissuta lontano dagli sguardi dei commensali.
venerdì 15 gennaio 2010
E' in arrivo una nuova rubrica!
Di fronte al dilagare degli orrendevoli modi della nostra società, insozzata sia nel linguaggio che nei costumi, ho deciso di aprire la sezione Bon Ton e Galateo. Complice una poderosa documentazione ritrovata fra gli scaffali delle mie librerie. La signora fotografata qui accanto, per quanto possa sembrare paradossale, sarebbe considerata la quintessenza del buon gusto secondo alcuni canoni americani di provincia. Tutto è esagerato in lei: la parrucca bionda cotonata, il tailleur con le applicazioni di raso e paillettes in un azzurro troppo forte ed un filo di perle dozzinali e sintetiche. Eppure il suo sguardo e l'espressione sprizzano dignità senza uguali. Se intuite il profondo meccanismo di questo paradosso, allora siete pronti a consultare anche i prossimi articoli che usciranno sull'argomento!Buone maniere a tutti!
mercoledì 6 gennaio 2010
A serious man
In questo periodo dell'anno il cinematografo stenta a riprendersi, influenzato ancora com'è da cinepanettoni confezionati dai soliti noti nei posti del mondo più strampalati. Il mio input di recarmi comunque in sala è stato raccolto dall'amica Cinefilante, proponendomi di andare a visionare il nuovo film dei fratelli Coen (mi chiedo se i suddetti fratelli non si siano persi una "h" nel cognome, ma questa è tutt'altra storia...). L'inizio della storia non promette bene, anzi sembra annunciarsi una piuttosto noioso per la lentezza con cui si svolge ed il contesto ambientale in cui è inserita. Si viene catapultati in qualche sperduta landa del Minnesota alla fine degli anni '60, dove il protagonista professor Gopnik insegna stancamente fisica nella locale università. La sua vita procederebbe pedantemente tranquilla, se non venisse travolto da una serie di eventi in chiave yddish che porterebbero al suicidio perfino il più stoico dei fedeli. Gopnik scopre che la moglie vuole divorziare da lui per sposare un vecchio amante, il figlio maschio che deve prepararsi al barmivza è dedito alla cannabis mentre la figlia si preoccupa solamente di lavarsi i capelli in continuazione e di potersi, un giorno, rifare il naso.A rischio è anche il suo stesso posto di lavoro, che ai giorni d'oggi potremmo definire "precario" ma che negli anni '60 in cui è ambientato si definiva come "aspirante al ruolo", dove il consiglio di facoltà non sembra convinto di volerlo prendere definitivamente, visto le poco lusinghiere voci che corrono sul suo conto, sebbene del tutto prive di fondamento. Il povero professore, subisce gli eventi con una passività allucinante, convinto com'è che tutti i guai che sta passando sono prove inviategli da Dio per testare la sua fede. Per verificare se davvero si tratta di questo e spinto dagli ottusi suggerimenti dei membri della sua comunità, Gopnik si decide ad incontrare tre diversi rabbini, uno dopo l'altro, secondo una scala gerarchica che somiglia molto a quella cattolica. Ognuno di essi fornirà un sermone più strampalato dell'altro, senza fornire un vero aiuto al povero diavolo tormentato da come leggere ed interpretare gli eventi che sta vivendo. Anche se non si riuscirà a superare tutto, il barmivza di Danny si farà, tutti saranno contenti e la vita riprende il suo solito iter, esattamente da dove era partito il racconto, cioè dalla scuola ebraica domenicale - equivalente al nostro catechismo. Sembra tutto risolto, ma il finale è confezionato a maglia con un dritto ed un deciso rovescio.
Se non fosse per la costante ironia su cui è ispirato e le esilaranti interpretazioni degli attori, capaci spesso di farti ridere con una sola espressione od un motto arguto, il "fondo oculare" della storia è davvero surreale. Una proiezione a tutto tondo della comunità ebrea intesa in senso nucleare. Non vi sono contaminazioni esterne, gli ebrei di questa storia vivono tra di loro senza alcuna interazione con membri diversi dalla loro Fede, sia pure abitanti nello stesso quartiere. Le uniche eccezioni sono rappresentate da due vicini di casa, rispettivamente una donna ed un padre e figlio, dipinti e rappresentati in chiave fortemente denigrativa in quanto non israeliti: la vicina di casa come una procace moglie insoddisfatta, simbolo di perdizione e lussuria. Il padre e figlio come due caricature nazistoidi che arrivano a sparare ad un ebreo, il fratello del professore, seppure in una scena soltanto sognata dal protagonista. Non trova alcun senso invece l'apertura del film su un corto in chiave yddish polacca, in cui nel gelo delle lande intorno a Cracovia, ascoltiamo i racconti di un pastore che torna a casa raccontando alla moglie di essere stato aiutato da un rabbino che lei sapeva essere morto tre anni prima e che, con tutta certezza, doveva trattarsi del fantasma di un'anima dannata. Molto carino. Ma che diavolo c'entrava col film? Per me un beato nulla. Ma non ditelo in giro. Potrei disturbare il coro di chi ancora intona: "Capolaavooroooo!".
giovedì 24 dicembre 2009
Natale 2009
Buon Natale a chi mi legge e mi segue. Buon Natale a chi si è avvicinato da poco a questo blog e a quelli che si avvicineranno. Buon Natale agli amici di sempre. Buon Natale a quelli nuovi. Buon Natale ai film visti quest'anno. Buon Natale alle situazioni viste vissute e commentate in questo anno.Insomma buon Natale a tutti. E soprattutto a me!
sabato 28 novembre 2009
2012
**** SPOILER: IL FILM VIENE RACCONTATO DALL'INIZIO DALLA FINE. PERCHE' NON C'E' NULLA DA TENERE CELATO ***Per il genere catastrofista pensavo che si fosse ormai dato fondo a qualunque risorsa di fantasia. La fine del mondo è stata vaticinata nelle forme più diverse: con gli alieni cattivi di Indipendence Day, con la Natura matrigna e crudele che ti ghiaccia il culo di The Day After Tomorrow, con i macigni formato gigante di Asteroid. Nel film in questione grandi fette di popolazione terrestre ed enormi porzioni geografiche vengono disintegrate da qualcosa che i Maya, con geniale intuizione, previdero senza ombra di dubbio essendo essi stessi gran scienziati: il forno a microonde. Forse non arrivarono a tanto, fantasticando di una scatola col piatto rotante, ma in linea di principio ci si avvicinarono molto. Il sole del resto ne produce di suo di microonde. Ma quando esagera, potremmo tutti ritrovarci (se la scampiamo...) a sciare ai Caraibi e a ciondolare col pedalò sull'Himalaya. La tragedia segue comunque un suo ordine, ed i fatti si svolgono più o meno così: in una ex miniera di rame in India, conficcata a 4000 metri di profondità, si trova un centro di astrofisica dove gli straccioni scienziati indiani sono costretti al refrigerio immergendo i piedi in capienti secchi riempiti di cubetti di ghiaccio. L'aria condizionata sembra essere un sogno proibito. L'astrofisico al curry Satnam Tsurutani chiama inquieto il suo collega americano al ketchup e color mogano Adrian Helmsley che si precipita a vedere con i suoi occhi un fenomeno assai preoccupante: nella cisterna d'acqua dell'ex miniera puoi anche cuocerci i bucatini per quanto bolle l'acqua. Ora, qualunque persona dotata di buonsenso penserebbe che a 4000 metri sotto terra ed a distanza così ravvicinata con Belzebù, il fuoco è il minimo che puoi trovarci. Ma l'astrofisico al curry mostra le prove: l'acqua per i bucatini si è scaldata per colpa delle microonde sprigionate dalle reazioni atomiche del sole e che nelle prossime ore ridurranno la terra in un enorme rollè di vitella. Scatta subito la battuta che nessuno si aspetterebbe mai: "Bisogna avvertire subito il Presidente!". Affannosa corsa alla Casa Bianca dove un Presidente nero coperto di rughe e con la faccia di Denny Glover è lì ad aspettarti serafico con una sola domanda che gli frulla per la testa: quando devo andare a scegliermi la bara? Parallelamente, nei pizzi dello Yosemite Park si trastulla l'eroe della nostra pellicola: uno scrittorino fallito Jackson Curtis (John Cusack), lasciato dalla moglie perché il suo libro ha venduto solo 460 copie, rimbeccato da un figlio piccolo maschio e stronzo che gli ricorda sempre quanto sia più simpatico il nuovo boyfriend della madre rispetto a lui. Qualche consolazione gliela regala la petulante figlioletta, confortandolo a mitraglia con l'unica battuta che si ricorda: "Ti voglio bene papà! Ti voglio bene papà! Ti voglio bene papà! [...]". Il disprezzato Jackson vuole mostrare alla discendenza quel bel praticello col laghetto all'interno del parco Yosemite dove andava a "campeggiare" (un allusione bella e buona visto che parlava a dei minori) con la loro madre. Sorpresa: il lago è sparito, gli animali son tutti morti e come comitato di benvenuto ci trovano l'esercito al completo che, per un semplice divieto d'accesso, è capace di scagliare addosso ai malcapitati 15 truppe d'assalto, 12 elicotteri, 4 autoblindi e 7 mortai. E' lì che Jackson incontra anche il solito hippy, paranoico e fulminato, che gli dona la rivelazione: il Governo sa ma non lo vuole dire a nessuno. La fine del mondo è vicina! Grattati le palle e corri subito a comprarti un astronave, che qui tra poco finiamo tutti con le chiappe alla piastra. Lì per lì non ci crede, ma poi quando accompagna un rozzo e bieco russo arricchito con i suoi pargoli gemelli, obesi, riccioluti e sudati all'aeroporto, il povero Jackson mangia la foglia: questi stanno dandosela a gambe perché si sono comprati un posto in paradiso. Torna di corsa a casa, prende di forza ex moglie figli e attuale compagno, scatta la fuga disperata in macchina tra le strade di Los Angeles mentre tutto crolla intorno a te, la terra viene a mancarti sotto i piedi, lapilli incandescenti lambiscono le ruote ed interi viadotti di autostrade ti crollano sulle corna. Giunti all'aeroporto scappano con un biplano turboelica che l'amante della moglie sa guidare benissimo (e qui lascio spazio a tutta la retorica di cui sono capace, perché sembra essere considerata una capacità scontata che ogni americano sa pilotare un aereo quanto un Italiano di cantare l'Opera). Volano via mentre il mondo gli casca in testa, ma Jackson ricorda che l'hippy fulminato gli rivelò che da qualche parte nel mondo stavano costruendo le modernissime arche di Noè che avrebbero messo in salvo umani paganti (biglietto ad 1 miliardo di Euro a persona, poi si lagnano del low-cost...) ed animali gratis. "Presto! Corriamo alle navi! Lesti! Ma dove stanno? Come...? In Cina... ? E vabbé andiamo in Ciina! Presto! Lesti!" Qui però il messaggio è chiaro: occidentali, nella manifattura non valete un cazzo! Solo i Cinesi sono in grado di costruirti in pochi mesi 7 arche di Noé a forma di ferro da stiro e grandi ognuna come l'intera isola di Manhattan. I nostri sfigati giungono nei pressi della Grande Muraglia grazie ad un aereo cargo messo a disposizione dal mafioso russo, proprietario dei gemelli obesi di cui sopra, orgoglioso che quel vecchio rottame fosse di fabbricazione russa. A bordo dell'avio-cargo Antonov carica di auto di gran lusso che il laido moscovita si era portato come necessaire da tutti i giorni, la sgangherata combriccola fa un atterraggio di emergenza sull'Himalaya che non si aspettavano di trovare così lontano, visto che l'asse terrestre si è spostato di parecchi gradi. Risultato? Non basta la benzina e sono costretti ad atterrare sulla neve, sbucando fuori dal retro dell'aeroplano in atterraggio a bordo di una Bentley mentre il pilota, russo anch'esso e rimasto solo a pilotare lo scassone, riesce a frenare sul classico picco sopra il dirupo. Grandi bestemmie di ringraziamento in cirillico per aver salvato la buccia, ma durerà poco. La roccia cede pochi secondi dopo sotto il peso dell'aereo, schiantandosi col russo che fino a poco prima rideva giù in un crepaccio. Gli improvvisati occupanti della Bentley, cioè Jackson l'ex moglie i figli il boyfriend il russo coi gemelli obesi al seguito e la sua sgualdrina col cagnolino in braccio -caspita quanto posto nella Bentley! Domani me la compro pure io!- escono intonsi dall'auto e passeggiando per i ghiacci vengono raccolti dagli elicotteri dell'esercito cinese che senza batter ciglio gli chiedono subito se hanno il biglietto per l'arca della salvezza. Il laido russo, sniffando protervia da ogni poro, mostra quello valevole per sé ed i suoi figli obesi. La sgualdrina russa di 40 anni più giovane e la famigliola americana "allargata", per lui, possono anche sprofondare in mezzo alla neve. Il russo e gli obesi salgono a bordo dell'elicottero. Loro restano lì. Ma la fortuna vuole che un monaco tibetano col suo scassato furgone passi da quelle parti e li raccatti. La mafia funziona sempre, non vi dico quella cinese, che riesce a far imbarcare dalla stiva tutti quanti su una di queste arche di Noè e dove riescono pure a fare il guaio. Passando dal ponte levatoio della nave, infatti, gli casca un cavo che va negli ingranaggi e che non fa chiudere il portellone. Se il portellone non si chiude, il motore non si accende. Se il motore non si accende, quando arriva lo tsunami alto 1500 metri son cazzi per tutti. Il motore NON si accende, lo tsunami ARRIVA, l'arca sabotata dai clandestini rischia di andare a schiantarsi addosso all'Everest. L'eroico scrittorucolo decide di rimediare al danno e si tuffa dentro gli ingranaggi pieni d'acqua che filtrava dal portellone semi aperto, per rimuovere il cavo che lui stesso aveva fatto cascare. Ci riesce, il motore parte, macchine indietro tutta, rotta verso la felicità. All'alba del nuovo giorno e a casino terminato i superstiti riazzerano il tempo terrestre facendolo partire dall'inizio e puntando la prua verso il capo di buona speranza.
Ecco ve l'ho raccontato tutto, con mio sommo spregio del pericolo ma vi avevo avvisato ad inizio post.
In sintesi: per gli effetti speciali è sicuramente un film da vedere. La catastrofe l'appaga in pieno e fornisce davvero molte soddisfazioni. La trama è un orpello che a tratti può anche essere irritante, ma che diventa superabile godendosi il film con gli occhi e tenendo le dita ben piantate nelle orecchie. Il pubblico avanti con gli anni in sala ha assistito alla proiezione provando sinistri presagi sul poco tempo rimasto a loro disposizione...
giovedì 19 novembre 2009
L'anima del Commercio - Parte III
Penserete oramai che la mia sia diventata una fissazione. In giro come un vecchio e polveroso piedipiatti, alla ricerca dei manichini più strampalati, assurdi, o forse semplicemente osceni. In verità, a differenza delle precedenti puntate, questa foto è stata riesumata dallo scorso anno. Ricordo ancora quando la feci. Ero in macchina, costretto all' immobilità forzata dal traffico. Lo sguardo comincia a cercare distrazioni intorno a me, fino a cadere sulla vetrina in questione dove un particolare non tornava proprio. Si trattava infatti della pupazza centrale. Rimango impressionato. Quelle gambe, tanto magre, troppo magre, rachitiche. No, non sono le calze nere e tutte le leggende metropolitane associate a quel colore e alla sua capacità di "sfinare". Nossignori. Qui la manichina è stata resa intenzionalmente per quello che è: un'anoressica. Premesso che, in linea generale, non concordo con la teoria dell'emulazione che vorrebbe l'essere umano compiere gesti assurdi solo per imitare il suo simile. Se l'individuo compie gesti o fa scelte sciagurate la molla non scatta per l'emulazione finché, naturalmente, le rotelle cerebrali sono a posto. Nel campo della moda, del look, dell'effimero in generale potrei però avere delle riserve ed ammettere che lo spirito di emulazione invece la fa da padrone. Da ragazzino mi ricordo bene le mie compagne di scuola e le giovinette in giro per Roma, incedere con passo sicuro e un pò sgangherato scopiazzando Madonna (la cantante) truccandosi e vestendosi più o meno come lei (per cui giù a coprirsi le mani anzi, la mano, col guanto di pizzo possibilmente bianco, ad appendersi più croci addosso al collo e sulle orecchie come solo un cimitero militare può contenerne, sovrapporre calzini corti su collant, minigonne di jeans cinte borchiate - scusate, mi sono lasciato andare sulla scia dei ricordi).Riprendo dunque il pensiero: se l'emulazione esercita un potere diabolico quando si tratta di look e abbigliamento, questo manichino anoressico deve proprio esere opera del demonio stesso. In pratica, attraverso di esso, si comunica in maniera eloquente alla sventurata di turno che, se vuole piacere, se vuole entrare in un cappotto taglia 42, se vuole essere "cool", insomma deve raggiungere la consistenza corporea di una bacchetta di Shanghai. Poi ci si stupisce se l'adolescente di turno si ritrova esanime e denutrita in ospedale, mentre stringe tra le mani l'ultimo numero di Diva & Donna. Se la colpa, in questo caso, è equamente distribuita tra un carattere fragile della vittima di turno e la ricerca ossessiva della bellezza in queste forme ai limiti del tribale, non v'è dubbio alcuno invece che espositori a forma di pupazze anoressiche come questa del negozio di via Salaria possano mietere più vittime tra le donne di quanto riuscirebbe a fare un carrarmato in Pakistan. Ragazze, a forma di stecco non piacete a nessuno! Noi siamo golosi e ci piacciono le ragazze fatte "a sfere", come una mia cara amica ama definire se stessa. Esattamente come un suo amico, uomo, l'ha definita.
martedì 17 novembre 2009
L'anima del Commercio - parte II
Se pensavate che tutto finisse alla manichina del post precedente, vi sbagliavate. Grazie alla perizia e allo spirito investigativo dell'amica Cinefilante adesso possiamo contare, nel generale panorama di squallore umano, anche sulla manichina bocciuta. Dopo la manichina in posa osè, non poteva mancare anche quella maggiorata. Difatti eccola qua, che mette in mostra tanta grazia in poliuretano espanso soffocata da un giacchino di molte misure inferiore alle dotazioni. Sarà scontato pensare che questo manichino, ripreso nella posa più tipica del bagascione sguaiato, possa mostrare abitucci dozzinali per un negozio di qualche perifieria degradata. Ebbene no. Questo pupazzo ha travalicato i confini cittadini per andare a collocarsi in quei luoghi più confacenti allo spirito provinciale: la pupazza è domiciliata in Avezzano. Ci troviamo nuovamente di fronte all'ennesimo scacco della provincia sulla città. L'opulenza, rappresentata indirettamente dalle tornite bocce della mannequin, trova il suo habitat naturale nei contesti semi rurali piuttosto che nelle caotiche e soffocate città. Dallo sfondo che spicca dietro le sue spalle intuisco esserci una bancarella allestita piuttosto di un vero e proprio negozio. Se così fosse, la scelta di questo attrezzo espositivo a forma di donna è quanto di più geniale si possa trovare. Riuscirà infatti tanta plastica a distogliere l'attenzione del padre annoiato che tiene l'orecchio incollato alla radiolina coi risultati delle partite, strappandogli un sussulto di erotismo offerta gratuitamente da un essere inanimato ma con la 7° di reggiseno? Signori all'ascolto, interrogatevi...
giovedì 12 novembre 2009
Temporary out of order
Mi accorgo solo ora di quanto ho dimenticato il mio povero blog. In realtà non è un accorgersi improvvisato... E' da un mese che le cose da fare sono aumentate ed io non trovo le energie per dedicarmici come dovrei. Voglio dunque rassicurare i miei pochi ma fedelissimi lettori che tra poco riprenderò le mie pubblicazioni, possibilmente con una frequenza maggiore. Con la promessa di allargare anche i campi di trattazione per poter abbracciare più argomenti da discutere anche con voi. Trovo che l'immagine qui accanto mostri bene, come uno specchio dai contorni sfumati, il momento di stagnazione intellettuale che sto passando. Ma non preoccupatevi. Ballestrero torna sempre su questi schermi! Senza annoiarvi coi "consigli per gli acquisti".
lunedì 19 ottobre 2009
L'anima del Commercio
Dicono che la pubblicità sia appunto "l'anima del commercio". E negli anni si può dire che siamo stati abituati un pò a tutto. Dalle sobrie e gentili storielle di Carosello, alle già leggendarie pubblicità degli anni '80, come quella dei rubinetti Fratelli Zucchetti. Ve la ricordate? "Si chiama Zucchetti... la libertà, di fare con l'acqua tutto quel che ti va!", un'immagine che da sola basta a fotografare lo stile «Milano da bere» che in quegli anni imperversava. Siamo riusciti anche a passare indenni sulle vetrine degli anni '90, quelle dove facevano capolino le vite basse e le misure ridotte per scoprire un pò. Ma l'uomo si sa, non conosce limiti alla sua creatività. E non si pone nemmeno limiti se, per alimentare la fantasia, debba andare a scavare nel torbido o trarre ispirazione dagli istinti più beceri. Questa fantasia tramutata in amara realtà può sorprenderti all'improvviso, senza premeditazione e colpire il pubblico quando è impegnato a sbrigare distrattamente una faccenda banale come quella di recarsi dal fornaio a comprare il pane. Questo è ciò che accaduto al sottoscritto, una settimana fa, quando si è imbattuto in questo coso. Ripresomi da un misto di stupore e di allegro ribrezzo, non mi sono perso d'animo e l'ho fotografato col cellulare:

Che cos'è? O Signur! Ma un manichino ragazzi! Un manichino di una ragazza che in posa sconcia, forse più per l'abito che la rende tale che per altro, ti ammicca e ti tenta ad entrare in un negozietto di stracci in fibra di ryon, dove forse una ragazza non troverà l'abito dei suoi sogni, ma sicuramente l'uomo che l'acco
mpagna troverà una fellatio garantita. Eh già, perchè se non lo avete ancora intuito dalla posa, il cordiale manichino sembra proporre proprio quella al posto del dozzinale abituccio, messo su giusto per non rischiare una multa per oltraggio al pudore.
Mi sembra doveroso fornire a questo punto uno scatto più ravvicinato che non può dar adito a fraintesi:
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«Amò! Amò [amore per i non romani..ndr], che disci? Er viola va ancora? Ce penzi che figata quanno quee stronze d'aamiche mie mo o vedono? Scioé seconno me sc'ianno proprio da rosicà! »
«Amò! Amò! Mo je chiedo se me venneno [vendono] 'sto manichino, troppo figaa, co' sta faccia da bo"ch#!in@raa!!»
Ripresomi subito da un simile shock ho affrettato il passo e mi sono allontanato dalla vetrina, nella paura che il Cielo potesse tramutare in realtà questo dialogo immaginifico partorito dalla mia fantasia, costringendomi ad un reale contatto plebeo cui volentieri rinuncio.
L'unica cosa davvero spiacevole è quella di non poter pubblicare, per ragioni di eleganza, la risposta dell'amica Cinefilante al mio mms con la foto del manichino in oggetto. Raramente si sono toccati così alti vertici di ilarità! Con buona pace del buon gusto, è vero. Ma ragazzi, che risate!
giovedì 1 ottobre 2009
Prove Generali - Teatro Sistina
Come potevo perdermi la visione di questo spettacolo? Quando il Cinefilante pochi giorni fa mi ha esteso l'invito da parte di una amica in comune non potevo certamente rinunciare. Siamo infatti ai limiti della sfida quando il Sistina viene aperto per mettere in azione uno spettacolo composto da ventuno attori non professionisti. Ancora più sensazionale era l'età dei protagonisti: tutti compresi tra i 7 e i 9 anni! Prendeteli tutti e 21 quanti erano e fateli mettere in scena le prove generali di "Biancaneve e i Sette Nani" e lasciate che i loro talento e la bravura di chi li dirige faccia il resto. Uno spettacolo di rara bellezza, curato nei minimi particolari e congeniato nel pieno rispetto delle capacità di tutti i bambini. Pur dimostrando una bravura da professionisti, il particolare più commovente è che nessuno sia sul palco che off-stage ha perso un grammo dell'innocenza della loro età, rendendo anche le piccole e inevitabili gaffe, sia pure rare, dei momenti di una tenerezza molto delicata soprattutto negli scambi di suggerimenti vicendevoli quando qualcuno non si ricordava la propria battuta. Uno spettacolo oltre lo spettacolo, uno spaccato di bravura lealtà e grazia che si rifletteva sia in scena che dietro le quinte. L'unica nota, davvero dolente, è che la serata era unica e non prevedeva repliche. Si sottrae alla visione del pubblico uno spettacolo cui molti adulti dovrebbero assistere e prendere esempio prima di lanciarsi negli scivolosi meandri della sperimentazione.
martedì 29 settembre 2009
Dammi la parola chiave e ti dirò chi sei...
Se c'è una cosa al mondo che ti permette di osservare la società che ti circonda come da un oblò - come cantava qualcuno... - è dare un'occhiata al sito che tiene la statistica degli accessi alle pagine internet. Nel mio caso il mio blog è costantemente monitorato da "google analytic" che, giorno dopo giorno, mi regala sorprese a volte bizzarre a volte assurde. Talvolta addirittura lusighiere. Oggi per esempio leggo con una punta di onore (o di pena, a seconda dei casi...) che il mio blog è stato visto/letto da un utente di Vadodara in India, città di ben 1.360.000 abitanti come indicato dalla fonte di inattendibilità per eccellenza - Wikipedia - e per ben due volte! Mi sono immediatamente chiesto quale istinto, basato sulla noia o sulla pura ricerca spicciola, lo abbia portato fino a me. Ancora più curioso però è il caso di 19 utenti concentrati nel profondo sud del Brasile, rispettivamente a Barueri e a Pelotas. Quest'ultima città mi incute qualche sospetto: sarà mica che vanno a leggersi il mio blog proprio perché si fanno "due pelotas" così? Speriamo di no! Se fosse così perderei ogni stimolo alla scrittura, già penosa di per sè.Potrei poi dedicare una sezione a parte proprio sulle "parole chiave", ossia quella serie di combinazioni verbali messe sui motori di ricerca, generalmente su Google, attraverso le quali stimati sconosciuti piombano sul mio blog. Si va dalle più insulse, piatte e inconcludenti fino al pornografico spinto. Per il fatto che il blog è scritto in italiano, è facile intuire che tutti i web-surfer che arrivano sulla mia pagina siano italiani: questo spiega ampiamente come l'italica ossessione pornografica si sia spostata dalle riviste osé vendute nel retrovetrina degli edicolanti alle infinite risorse che la rete mondiale offre. Le risorse sono infinite e questo è fuor di dubbio. Ciononostante gli internauti riescono a travalicare i confini della fantasia, superando di gran lunga quello che anche per internet è impossibile prevedere. Come si possono infatti immaginare amplessi tra la Nonna Sabella e il nipote? Vi ricordo che la Nonna Sabella è interpretata da una Tina Pica d'annata, simpatica quanto volete ma ripugnante sotto ogni punto di vista. Eppure hanno cercato pure lei con questa combinazione. Che dire poi di"Milian Tomas che scopa"? Ma chi l'avrà cercato mai? Probabilmente qualcuno che lavora all'anagrafe, se è abituato a cercare i nominativi prima per cognome e poi per nome.
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