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domenica 5 luglio 2009

Amore e altri crimini

Quando sono stato invitato a vedere questo film ieri sera, anticipandomi che si trattava di un film serbo, non nascondo di essermi sentito come Fantozzi col dottor Riccardelli, quello dei film cecoslovacchi coi sottotitoli in tedesco. Fortunatamente il film non era in bianco e nero e non era sottotitolato. Malgrado ciò è riuscito pienamente a dimostrare quanto gli est-europei debbano stare il più lontano possibile dalla macchina da presa. Quasi due ore di noia mortale, una finestra sullo squallore della periferia di Belgrado celebrata non solo dalla città stessa, ma anche da chi la abita. Uno spaccato di malaffare e malavita in salsa serba condita con tutto il gelo che il clima ostile di quelle terre può regalarti. I personaggi naturalmente ricalcano in pieno le caratteristiche del territorio: freddi, taciturni, modi spicci e tristezza slava. Si sbadiglia infastiditi di fronte a fermo-immagine interminabili su casermoni socialisti di cemento armato, costellati di antenne paraboliche precarie e ruggine diffusa, volti di ghiaccio con gli sguardi rivolti fuori dalla finestra a guardare un infinito stagliato su finestre chiuse e incapsulate nel cemento. Il tutto per rappresentare il desiderio di fuggire di una donna cresciuta nel degrado di una criminalità stracciona e miserabile, che racimola qualche dinaro chiedendo il pizzo a chioschi di cibo fetido arrugginiti. Storia inconsistente, attori stralunati, fine morale devastante: ci si fa quasi vanto della condizione di desolazione e tristezza che si ritiene giusto perpetuare, in barba alla Storia che ha chiuso il capitolo Milosevic, liberando il marchio di paesi oltrecortina satelliti di una Russia che non c'è più.
Non dedico una riga di più a questo orrore. La nota più dolente è che bisognerebbe andare a Belgrado per incontrare il regista e farsi restituire i soldi del biglietto. Ma forse l'unica forma di risarcimento che se ne potrebbe ricavare è un vomitevole panino fritto al formaggio, piatto di punta dei citati chioschi arrugginiti dove il regista sembra essersi alimentato per molto, forse troppo tempo.

sabato 20 giugno 2009

Cronache Smeralde - Griffe, Digitali e Ciabattoni

Con questo post le "cronache smeralde" giungono al termine. Ho trovato perciò giusto celebrare l'epilogo scrivendolo non più dal portico di casa (che fa molto Ennio Flaiano o Dacia Maraini quando scrivevano come forsennati con la macchina da scrivere nelle loro ville a Sabaudia), ma dal dehors del Prince Cafè di Porto Cervo, comodamente adagiato sui bianchi divani oversize. Il coctkail è arrivato proprio adesso - so che una mia frequente lettrice, amica e blogger mi lancerà una valanga di insulti per una simile rivelazione.

L'ispirazione di scrivere da qui l'ho avuta nel tardo pomeriggio, quando dal ritorno dal mare mi sono portato nella cittadina per servirmi di un bancomat che scoprirò essere fuori servizio. Tanta seccatura però non ha reso vana la discesa in città. Nell'orario compreso tra le 19 e le 20 passeggiare per Porto Cervo riserva delle sorprese impagabili per quel tesoro inestimabile di fauna ominide che si rivela davanti ai tuoi occhi a profusione. Protagonisti incontrastati di questo magico orario sono i ciabattoni, ossia quelle forme umane generalmente strutturate in coppia o in agglomerato famgiliare, come uno sgangherato esercito senza ranghi e senza mostrine, ma dotato di un armamentario bellico ben nutrito: macchina fotografica digitale e videocamera. Vestiti di tutto punto, anche se con gusto discutibile, calzano solo ciabatte scomode, rumorose e con tendenza allo strascicamento lungo il selciato. Riconoscibilissimi non solo da questi segni distintivi, ma specialmente dalla loro abilità a farsi fotografare davanti ogni negozio dal nome altisonante. Una buzzicona in ciabatte, con pantaloni neri alla pescatora attillati e una vistosa quanto oscena borsa da cui pendevano mille specchietti, sorride estasiata accanto alla vetrina di Malo mentre si fa fotografare dal suo fidanzato extralarge, malgrado il ferro di cavallo in bocca per raddrizzargli la dentatura riflettesse intemerato la luce del flash. Una giovane coppia con due bambini e 16 ciabatte (due a testa più quattro per il passeggino) indugia di fronte a un laccatissimo negozio di abbigliamento per bambini, questionando sui massimi sistemi del perché un golfino di cotone debba costare così tanto, quasi fosse fatto d'oro, ma non rinunciano alla foto ricordo davanti alla vetrina patinata. Una coppia matura, con poca dimestichezza di elettronica e assai meno di macchinette usa e getta, discute animatamente sull'angolazione di ripresa affinché sullo sfondo si potessero vedere quanti più negozi d'alto lignaggio possibile. Altri arrivano persino a posare nell'atto di varcare la soglia, per farsi immortalare nell'atto di uno shopping che non possono permettersi e che non faranno mai.

Ecco quindi che la foto, o la ripresa video opportunamente fermata al momento giusto, va a celebrare in pieno il dettato del "vorrei ma non posso". Siccome questa figura retorica spiega sé stessa senza bisogno di aggiungere, ci si domanda proprio questo: se lo shopping di alto livello non è alla propria portata, che senso ha autoinfliggersi l'umiliazione facendosi fotografare o addirittura riprendere davanti alle vetrine di Gucci, Hermes, De Crisogono e via elencando? Forse la domanda è anche malposta, perché obiettivamente non dovrebbe essere motivo di umiliazione o vergogna non potersi permettere questo genere di articoli. E' vergognoso piuttosto che si possa pensare il contrario. Ma se sono lì a farsi fotografare e riprendere, evidentemente la sottile linea rossa che divide dignità e miseria non deve essere molto ben delineata. Su questo finale lascio che discenda qualche brillantino del vestito a sottoveste ricolmo di lustrini di Valeria Marini che, in questo momento è passata sopra di me salendo la scala alle mie spalle, facendosi precedere dalla sua irritante voce spocchiosa che berciava contro il suo accompagnatore eunuco.

venerdì 19 giugno 2009

Cronache Smeralde - La scolara petulante

La bellissima spiaggia di Petra Manna, conosciuta anche come la Celvia, non è un luogo accessibile a tutti. Per accedere a tanta bellezza bisogna farsi un discreto percorso a piedi, nonché lottare per un posto al sole in quel lembo di spiaggia rimasto dagli scippi selvaggi perpetrati dalle ville dei cosiddetti Vip, che da anni si sono riservati generose porzioni di spiaggia privata. Come se non bastasse, l'apprendimento di una lingua straniera nazionale, come ad esempio il brianzolo, tornerebbe di sicuro vantaggio allo sprovveduto avventore che volesse trascorrere la sua giornata qui. In questa poca sabbia si concentrano prevalentemente famigliole dell'alta provincia lombarda. Può accadere altrimenti di imbattersi in un prototipo di queste, formate di madre e padre e due fanciulle di otto e dieci anni, comodamente adagiati su solide sedie telescopiche (!) e doversi sorbire per ore, in un crescendo interminabile, il saggio di lettura della fanciulla di 10 anni. La poveretta, inconsapevole strumento dei suoi aguzzini camuffati da genitori, costretta a leggere pagine e pagine di un insulso libro per ragazzi, è riuscita ad andare avanti per ore senza nemmeno uno stop per un sorso d'acqua. Con perfetta dizione ambrosiana, fatta di vocali rigorosamente chiuse, un timbro di voce sempre fermo sulla stessa nota (re), ha reso partecipe i suoi vicini d'ombrellone - tra cui il sottoscritto, vien da sè - delle sue capacità narrative sotto la melensa claque di mamma e papà che la incoraggiavano ad andare avanti senza fermarsi. Dopo un ora e un quarto di questo inquinamento acustico la mia sopportazione ha ceduto, spingendo le mani a frugare velocemente in borsa per accendere l'ipod e isolarmi da quel martirio. La scena a cui ho assistito è solo in apparenza banale. In realtà va a sfatare uno dei più diffusi e beceri luoghi comuni che vuole che "i ragazzini di oggi siano più svegli di come eravamo noi!". Ma come può essere più sveglia una poveraccia costretta a leggere un libro dai contenuti ridicoli, dimostrando di non capire affatto quello che sta leggendo e per il puro piacere di compiacere mamma e papà che ascoltano estasiati che la figlia è capace di leggere stentatamente e senza intonazione, quando alla sua età dovrebbe già declamare il X canto dell'Inferno senza incertezze? Mah! Misteri sconosciuti dell'alta Brianza.

martedì 16 giugno 2009

Cronache Smeralde - Giù dai monti del Tirolo

Aveva ragione la signora Covelli in Vacanze di Natale. "Se i Torpigna, dopo averci invaso piazza di Spagna, ci invadono anche Cortina, allora non lo so... vendiamoci la casa!". Solo che da queste parti il prototipo in questione non somiglia affatto allo scanzonato modello romano, persino gradevole nella sua genuina semplicità. Qui i loro cugini non vengono dalle periferie popolari delle grandi città. Sono soliti discendere dalla sub-provincia settentrionale, quella fatta di frazioni dove persino la toponomastica non gli assegna un indirizzo più decoroso di quello di "case sparse". Questa remota umanità, una volta giunta nei luoghi che hanno visto sulle riviste di viaggio nella sala d'attesa del medico condotto, inizia a far di tutto per sentirsi "all'altezza", inaugurando comportamenti e modi che rivelano chiaramente le loro origini plebee. Oggi il mare, generoso come nessuno mai, ne ha spiaggiati alcuni di essi, come pezzi di relitti affondati da chissà quanto. Per me é valso più del ritrovamento di un forziere dei pirati! Giovani ganassa che leggono Milano-Finanza e dicono di "fare il marketing" con la loro bottega (pardon! azienda) di profilati d'alluminio. Villici sfiancati da un inverno di palestra ma orgogliosi di esibire il frutto delle loro fatiche in spiaggia, al punto di riesumare il costume da nuotatore a slip con una taglia più corta per mettere in evidenza le meraviglie - ma più spesso le imperizie - del Creatore. Uno di loro, accompagnato da fanciulla del tipo "mi te amo Bbépi, son passa de ti" ha persino offerto al pubblico un saggio di ginnastica mettendosi a fare le flessioni sul bagnasciuga, sotto lo sguardo fisso della sua lei che lo incoraggiava con frasi tipo "come si béo! come si bèo!". Questa specie di popolazione, che di rurale ha il background e di urbano il portafoglio, si sente improvvisamente catapultata dentro Vanity Fair o GQ e, come tale, cerca di di immedesimarsi completamente nella parte, incuranti o inconsapevoli degli effetti comici e un pò patetici che suscitano.
E con questo siamo arrivati all'ora di pranzo. Colto dal brivido di preoccupazione che la giornata non portasse più nulla di interessante sotto il mio sguardo, ho intensificato le preghiere recitando la novena di Maria che scioglie i nodi e la Gran Madre Celeste ha prontamente esaudito le mie implorazioni. Vedo spuntare, tra i rovi dell'irsuta macchia mediterranea quattro individui. Le frasche, al loro incedere, mostrano gradualmente la loro fisicità; si tratta di quattro cinghiali palestrati il cui aspetto e soprattutto la vacuità dello sguardo alludeva alle probabili professioni: cubisti? Danzatori di struscio al palo (lap dance)? Spogliarellisti coi dollari infilati nelle mutande? Nossignore. Si tratta di quattro marinai di basso rango che in 400 metri di spiaggia semi deserta non trovano postazione migliore che a pochi centimetri di distanza dalla mia, costringendomi dunque ad ascoltare i loro discorsi e di conseguenza la verità sulle loro professioni. Fossero stati che so, ammiragli o tenenti di vascello, avrei udito noiose narrazioni di imprese belliche, affondamenti e virate a babordo con mare forza 7. Ma visto lo stretto rapporto che li lega allo scopettone con cui puliscono i ponti gli argomenti si fanno più pratici e quasi giocosi: se i loro superiori si riuniscono per decidere tattiche belliche da adottare e flotte da movimentare, questi mozzi sono imbattibili nella lottizzazione delle ragazze incontrate la sera prima (mi chiedo anche dove, visto che quasi tutti i locali sono chiusi o semi deserti), come spartirsele e chi tra di loro dovrà farsi carico di quella meno carina a cui probabilmente offrire una partita alla playstation piuttosto che più esaltanti notti di fuoco. Alla faccia di chi, in questo gioco, vedeva protagoniste assolute e inarrivabili le donne. Le signore in lettura non se ne abbiano a male: c'è chi con prosa aulica definisce queste faccende le conseguenze dell'amore. In realtà si tratta solo delle conseguenze della parità dei sessi. Che a volte ritornano. Indietro. Come dei boomerang...

lunedì 15 giugno 2009

Cronache Smeralde - Matrioske e Piastrelle

La spiaggia non si esaurisce mai in sole e mare, anche quando sono vissuti in luoghi incantevoli come quelli in cui mi trovo adesso. Ciò che a volte la rende davvero speciale, la valorizza o la degrada, è la fauna umana che la popola e che di fatto la trasforma in una specie di laboratorio di analisi, un'estesa gabbia da cui osservare le reazioni e i comportamenti dei criceti-bagnanti nel loro soggiorno salmastro.
Il Fato ci ha messo del suo, forse aveva intenzioni serie quando ha deciso di depositare davanti a me un curioso quartetto così formato: lui italiano quarantenne, lei trentacinquenne russa, un'altra russa più giovane che si intuisce essere la cognata e un bambino bianco come il latte, biondo come il miele e senza ombra di dubbio figlio della Perestroika tra i primi due. Già - penserete voi - saranno i soliti tipi con il dollaro pesante in tasca, frutto degli intrallazzi poco puliti tra l'industrialotto italiano con la solita top(a)-model russa, magra slanciata e longilinea non per scelta ma per fame. Ebbene niente di tutto questo. La realtà, se volete, riesce ad essere più tragica di così. Si comincia a intuire che le russe in questione non sono scese dalla passerella di qualche sfilata milanese, issate su tacchi alti come trivelle petrolifere e il bicchiere di champagne ancora madido di brina. Costoro devono aver visto e vissuto tempi duri, forse come Rossella O'Hara quando stremata dalla fame andava a scavare con le mani qualche radice da mangiare nell'incolta e bruciata Tara. Lo si capisce rapidamente quando iniziano a fermare ogni genere di ambulante senegal-nigeriano carico di mercanzia di ogni genere: finte borse Louis Vuitton, cd con gli ultimi successi di Albano targati 1979, copricostume in voile di nylon sovraccarichi di perline e paillette, collane etniche, asciugamani e parei, occhiali da sole e ciarpame vario. In breve tempo i loro lettini si sono trasformati in una fermata d'autobus sulla battigia, nessun ambulante è stato risparmiato dal fermarsi lì e aprire le borse come un autobus con le porte. L'industrialotto italiano, il cui vello incolto sbucava ovunque e, sissignori, anche da luoghi imbarazzanti dove non batte il sole per colpa di un costume sottodimensionato, tatuaggi osceni tra cui una gigantesca croce sepolcrale rossa e nera incisa sulla schiena, era troppo impegnato in altre faccende: sudato e incazzato pigiava un mantice a pedale, intento a gonfiare un canotto a forma di automobile per il pargolo del Volga.
Le signore, rispettivamente moglie e cognata, pretendevano dai pazienti ambulanti di vedere e provare qualunque cosa di cui fossero in possesso, mettendo a dura prova la loro resistenza ma senza acquistare nulla, petulanti e incomprensibili in un precario anglo-russo-gestuale. Fino al punto in cui uno di loro non ha retto più ed è sbottato, in un mix tra italiano e inglese, con: "Non potete fare tirare fuori tutto e niente compra!". Alle proteste del povero ambulante risponde tra il fraterno e il bonario il buzzurro tatuato, esclamando con pelosa solidarietà: "Eh caro mio, sai io quante piastrelle faccio vedere e poi alla fine non le comprano?" tradendo un accento italo-modenese. Capiamo quindi quale sia il core-business di costui: la ceramica industriale decorativa, ma non escludo quella funzionale fatta pure di cessi e bidet.
Mettendo da parte queste premesse, la visione della scena durata svariate ore mi ha lasciato con una domanda a cui tuttora non trovo risposta: cosa spinge legioni di italiani oltre i quaranta (tra divorziati e non) a prendersi mogli/compagne importate dall'estero, se poi devono trovarsi comunque incazzati e sudati a pigiare sopra un mantice e ossequiare le pretese di una consorte petulante, così come accadrebbe con una qualsiasi sana e onesta italiana di Concordia sulla Secchia?

domenica 14 giugno 2009

Cronache Smeralde - 1° Puntata

Chi mi conosce sa che da quasi ventanni la Sardegna costituisce un'esigenza quasi fisiologica. Magari anni addietro un intera vacanza di due o tre settimane era il massimo che si poteva chiedere dalla vita. Adesso che gli orizzonti si sono allargati la Sardegna non è retrocessa in secondo piano, ma le vengono dedicati soltanto meno giorni. Dei quali, va da sè, non se ne può fare a meno. Per chi nutrisse ancora dei dubbi circa l'opportunità di venire qui in vacanza se li può anche lasciare alle spalle: insieme a Settembre non esiste periodo più bello. Sono tornato a casa da poco, presentandomi in spiaggia con un pallore imbarazzante. Dopo solo poche ore di mare sono già cosparso di doposole. Il sole è alto e caldo, l'aria fresca e il mare gelato. Un misto che farebbe piacere anche al più recalcitrante dei viaggiatori. Fino a spingerlo ad attraversare il Tirreno. Mai come adesso le spiagge sono tranquille, la ressa non si è ancora addensata ed i porti turistici non sono stracarichi come i centri di prima accoglienza di Lampedusa. Anche se il pubblico non è numeroso, sono sicuro che i giorni a seguire riserveranno sorprese e scoperte nell'infinito panorama umano che ci circonda!

mercoledì 10 giugno 2009

Ballate per voci morte

Una nuova prova di interpretazione e una nuova fatica premiata per gli interpreti diretti di Diego Perugini che aveva già dato saggio di bravura l'anno scorso portando in scena, sempre al Teatro dei Contrari, New York Stanza 107. Quest'anno sembra si sia voluto puntare verso un traguardo più alto, alzando la posta e portando in scena quattro storie tratte dal Blues di Tennessee Williams. Non facili, senz'altro affascinanti, con qualche riserva su di una sola delle quattro scelte effettuate. Ma andiamo con ordine. Le storie si avvicendano in questa sequenza:
The Dark Room - una donna (la signora Pociotti, che nel testo originale si chiama Mrs. Lucca) in grave disagio famigliare, con un marito disoccupato e in manicomio, dei figli scomparsi o fuggiti chissà dove e una figlia, Tina, chiusa da mesi in camera sua dopo la rottura del suo fidanzamento. La donna, in grave stato di disturbo mentale, risponde elusiva e sconclusionata alle incalzanti domande dell'assistente sociale Ms. Morgan. Dopo un avvio vago ed evasivo l'assistente sociale, in un crescendo di domande, scoprirà che Tina riceve in camera sua le visite dell'ex fidanzato, che nel frattempo si è sposato e ha messo su famiglia. Con la scusa di essere l'unico a poter entrare nella stanza per portarle da mangiare, l'ex fidanzato ne ricava anche discreto sollazzo lasciandola incinta in stato avanzato, così come intuiamo dalle parole della madre. Questo è più che sufficiente per spingere Ms. Morgan a far portare via la ragazza da un ambiente così degradato
Portrait of Madonna - una giovane donna, Ms. Collins, chiusa da non si sa quanto all'interno di un appartamento, chiama disperata l'amministratore di condominio per denunciare i ripetuti assalti sessuali che quasi ogni notte deve subire da uno sconosciuto. L'amministratore si reca assieme al portiere a casa sua, ma non hanno il coraggio di dirle (almeno non subito) che dovrà lasciare l'appartamento. Nel blando e pietoso tentativo di allontanarla da quella casa si lasciano raccontare la sua storia, quella di una puritana che ha conosciuto un amore da cui non ha ricevuto soddisfazione. Ma oramai gli anni sono passati, e le violenze sessuali da lei denunciate altro non sono che proiezioni oniriche del suo amato che non solo non l'ha mai degnata di attenzione, ma di cui ha subito anche molte umiliazioni da parte sua e di sua moglie. Sogno o realtà? Forse entrambe. Ma sufficienti all'amministratore per allontanare la donna con una grazia ancora intrisa di rispetto verso di lei.
The unsatisfactory supper - fratello e sorella perdigiorno in uno sperduto paese degli Stati Uniti del Sud cercano la soluzione migliore per liberarsi della vecchia zia Rose, la cui unica utilità e orgoglio è quella di poter cucinare per loro e per il resto della famiglia. Ma sempre le stesse cose, particolarmente del radicchio e delle uova in cassetta che non si cuociono mai perché dimentica sempre di accendere la fiamma sul fornello [Do you build a fire in th' stove? - le ricorda Charlie Lee]. Baby doll prova persuadere Rose ad andarsene, ma la prende troppo alla larga e troppo delicatamente, costringendo Charlie Lee ad essere più brutale fin quando, recepito il messaggio obtorto-collo, zia Rose si lascerà trascinare via dal tornado che sta arrivando in giardino dove si è recata per cogliere le rose.
This property is condemned - Willie, giovane lolita con un nome da maschio, raccoglie l'eredità morale e fisica di Alva, fantasiosa e raffinata battona del circolo dei ferrovieri. La casa dei piaceri è stata chiusa (da qui il titolo: "locale posto sotto sequestro") ma lei ci vive lo stesso e invita i giovani ferrovieri a raggiungerla lì. Ma sarà davvero ciò che vuole Willie, che sogna cieli bianchi come un foglio di carta?

Queste quattro storie, magnificamente rappresentate, ci dimostrano come taluni drammi della figura umana travalicano ogni epoca e contesto storico. Le situazioni fotografate da Tennessee Williams, sia pure collocate nel suo tempo, non sono poi così slegate dai nostri giorni. Magari sotto forme diverse e in situazioni differenti, ma esistono ancora zie Rose e Baby doll, Miss Collins e Signore Pociotti. Del resto, il telegiornale non ce le mostra tutti i giorni?
L'allestimento è in scena al Teatro dei Contrari fino al 16 giugno. Un must-to-see che premia la bravura di tutti gli attori impegnati in questa rappresentazione e che hanno saputo vincere l'emozione dando una bella prova recitativa di fronte a un testo certamente non facile.

martedì 19 maggio 2009

The Fall

E' già passata più di una settimana da che ho visto questo film assieme al Cinefilamte. Stando alle sue anticipazioni, questo film del 2006 non era stato mai distribuito in Italia. In effetti nei circuiti classici non mi è sembrato proprio di vederlo in giro, tanto che è stato necessario andare al cinema d'essai "Detour" a Roma per poterlo vedere. La sala- che forse è già un'esagerazione chiamarla tale - non accoglie più di 30 o 40 persone. Non è il massimo per areazione e schermo ma ci si può stare. Sebbene le premesse non siano delle migliori, con un pubblico in sala che sembra tratto da una sceneggiatura horror, il film inizia e si lascia vedere con una partecipazione via via in crescendo.
In una Los Angeles degli anni '20, all'interno di un ospedale, troviamo i due protagonisti principali di questa storia a metà tra la fantasia e la realtà,  nella trasposizione assoluta di quella che a tutti gli effetti può sembrare una fiaba. Roy (Lee Peace) è un giovane stuntman che si ritrova sul letto d'ospedale dopo una caduta finita male. Alexandria (Catinca Utaru) è la piccola bambina col braccio rotto che sa di dover passare un bel pò di tempo in ospedale prima di poter ritornare al suo mondo. Alexandria e Roy si incontrano quindi nello stesso padiglione. Come ogni bambino Alexandria è estremamente curiosa di conoscere uno dei pochi, se non forse l'unico, ammalato giovane temporaneamente ospite della clinica. I due fanno presto amicizia, sebbene Roy chiederà più volte ad Alexandria di portargli qualche pillola di morfina per alleviare i dolori della caduta.
Accanto al letto di Roy, e per i giorni a venire, la piccola Alexandria inizia ad ascoltare una bellissima favola raccontata da lui. E' a questo punto che come in un tuffo, entriamo nella fantasia e nel cuore di Alexandria che ascolta la favola popolandola con l'immaginazione di tutti le persone che si trova intorno o accanto in ospedale. Roy, naturalmente, assume i panni dell'imperatore Alessandro circondato da altri bizzarri e simpatici personaggi con cui si muove all'avventura per uccidere lo spietato imperatore Odius.
Tra paesaggi incantati ed una bellissima principessa, incontrata nel deserto e che somiglia a Kim Cattrall ai tempi di Grosso Guaio a Chinatown, il bell'imperatore inseguirà l'imperatore Odius mentre tutti i suoi compagni di battaglia cadranno ad uno ad uno.
Il film è a dir poco eccezionale per il forte impatto visivo fatto di ambientazioni, trucchi, costumi e riprese fotografiche da Oscar. La caratteristica fondamentale della sua eccellenza è che il tripudio di fantasia che conduce l'intera storia non scivola mai verso l'assurdo o il delirio, ma è sempre ancorata ad un criterio di verosimiglianza agganciando i personaggi fantastici alle persone reali. Regista e sceneggiatore sono riusciti ad entrare nella mente di un bambino, anzi di una bambina, navigare nella sua fantasia e trasportare il mondo fantastico in un allestimento che segue una sua trama, una sua logica e lo carica di sentimento. Sentimenti di innocenza, semplicità, schiettezza che solo l'anima e la mente incontaminata di un bambino possono provare. Una notevole prova di successo, tratta da un idea apparentemente semplice, che si è tradotta in una sofisticata e pregnante proiezione.

domenica 17 maggio 2009

Angeli e Demoni

Con qualche giorno di ritardo rispetto alla prima a cui ho assistito lo scorso 13 maggio, riesco finalmente a spendere qualche parola su questo film, attesissimo dai fanatici ammiratori di Dan Brown ed occhieggiato con sussiego Oltretevere. Non facendo parte di nessuna delle due categorie poc'anzi citate, ma essendo semplicemente un lettore deluso da quel libercolo conosciuto come "Il Codice Da Vinci" - non ho retto per più della metà e l'ho richiuso - ed uno spettatore tediato dal ridicolo filmetto scaturito da esso cui è stata riservata la stessa sorte, certamente non mi stavo avvicinando a questo nuovo film tratto dall'ormai vecchio e omonimo libro "Angeli e Demoni" con le migliori intenzioni. Anzi. Eppure ci hanno saputo fare bene con i trailer, presentando un film che al di là della storia sembrava farcito di effetti speciali fascinosi insolitamente ambientati a Roma, a cavallo tra le sue indiscusse bellezze e le vesti corali cardinalizie che, in occasione di un conclave, sfoderano l'artiglieria pesante in tema di abiti.
Secondo il mio insindacabile parere la condizione principale affinché il film possa rendersi piacevole è una sola: non aver letto il libro. Entrare in sala conoscendo già il finale fa perdere sicuramente molto dello smalto e dell'effetto che invece si avrebbe senza conoscere la storia a priori. Si assiste infatti ad un ribaltamento a sorpresa dell'epilogo che ci si attendeva. Questo forse è l'unico punto di forza che conferisce una nervatura al film. Conoscere il finale prima significherebbe togliere un elemento fondamentale che farebbe scadere il film in un fumetto. 
La trama è semplice ma sofisticata allo stesso tempo: si inizia con un bel funerale. Di un Papa naturalmente. Un Papa che nella presentazione scenica allude chiaramente a Giovanni Paolo II. Occorre dunque trovarne uno nuovo, possibilmente scelto tra la rosa dei quattro favoriti all'interno del Sacro Collegio. Parallelamente, al C.E.R.N. di Ginevra, una fascinosa ricercatrice di nome Vittoria Vetra (Ayelet Zurer) assieme al Capo Progetto col clergymen Padre Silvano Bentivoglio, stanno conducendo un esperimento che nulla ha a che fare con rosari e penitenze: la creazione dell'antimateria. Entrambe le cose fanno rimettere in moto un antica corrente ecclesiastica, mutatasi in setta segreta dopo la repressione subita da parte della Chiesa stessa, conosciuta col nome di Illuminati. Costoro sostengono, allora come adesso, che Scienza e Fede (Fides et Ratio) non siano incompatibili, ma che l'una sia in grado di fornire le prove dell'esistenza dell'altra. Parte un'azione incrociata e simultanea. A Ginevra l'antimateria prodotta e conservata in un urna con batteria tampone viene trafugata. A Roma vengono rapiti i quattro cardinali favoriti e nascosti in un luogo introvabile. L'urna esplosiva viene piazzata da qualche parte nella città, secondo il ricatto fatto giungere dagli Illuminati al Comando della Guardia Svizzera Pontificia. Secondo un programma simbolico ed epigrammico, l'esecuzione dei quattro poveretti e il conseguente annientamento della Città del Vaticano avverrà seguendo un immaginifico percorso tra le chiese di Roma simboleggianti, con i loro contenuti, i quattro elementi di fuoco, terra, aria e acqua. Non sapendo che pesci prendere, di concerto con il Camerlengo di S. Romana Chiesa (Ewan McGregor), la Gendarmeria Pontificia va a pescare il professor Robert Langdon (Tom Hanks) in America per supplicarne l'aiuto nell'interpretazione dei simboli e dei piani apocalittici degli Illuminati. Il Camerlengo si unisce al gruppo di ricerca, forte dell'amore filiale che lo legava al precedente e defunto papa, essendo stato da lui adottato quando era ancora arcivescovo (di Cracovia?), rimasto orfano e solo al mondo.  Partitrà una serrata caccia per salvare i poveri vegliardi porporati tenuti sotto scacco da un killer spietato al soldo di qualcuno che scopriremo soltanto nel finale, nonché per salvare l'urbi et orbi - la città e il mondo - dall'esplosione dell'antimateria. Qualche Cardinale non ce la farà e incontrerà Sorella Morte in modalità talmente macabre da risultare ripugnanti, pur nelle intenzioni di mostrare l'allegoria del martirio. Ma come nella migliore delle tradizioni, il Bene vincerà e tutti saranno appagati: lo scienziato Langdon, che vedrà soddisfatta la sua ricerca di conoscenza attraverso uno scritto originale di Galileo. Il religioso, ancorché cardinale, che diventerà papa che inaugurerà un nuovo corso della Fede che non scadrà in eresia.
A parte qualche grossolanità giuridica riferita alla  Città del Vaticano nel corso dei dialoghi, la ricostruzione dei particolari sui meccanismi canonici e curiali può dirsi abbastanza fedele. Non ultima anche la citazione alla Costituzione Aposotolica Romano Pontefici Eligendo sulla modalità di elezione per "acclamazione" o "ispirazione" può dirsi interessante perché sconosciuta al grande pubblico, anche se di fatto tale modalità di elezione non è più utilizzata da svariati decenni.
Altrettanto interessante il risalto, sia pure propedeutico al connotato da romanzo giallo, che viene dato alla figura-istituzione del Camerlengo, colui cioé che assume pro-tempore  il governo centrale della Chiesa fino all'elezione del nuovo pontefice. Esso può compiere solo atti di ordinaria amministrazione, mancando della potestas che spetta unicamente al Vescovo di Roma, cioè il papa. Benché negli ultimi tre secoli tale figura sia stata sempre ricoperta da un cardinale, il Codice di Diritto Canonico prevede semplicemente che si tratti di una persona consacrata. Ciò spiega perché nel film il personaggio indossa una semplice veste piana nera con mozzetta dello stesso colore, a differenza dei tripudi di seta moiré indossati dai suoi colleghi "imprigionati" in Sistina.
La visione del film è consigliata a tutti, con l'esclusione dei seguenti individui a tutela della loro salute:
- l'Arciprete della Basilica di San Pietro, che non potrebbe reggere il colpo di vedere (sia pure nella finzione scenica) un uomo darsi fuoco proprio sotto l'altare della Confessione, usando per giunta una delle preziose lampade ad olio ricoperte in foglia d'oro che circondano la balaustra d'altare;
- l'Architetto della Fabbrica di San Pietro, erede morale di Antonio da Sangallo e Michelangelo, cui nessuno potrebbe salvare da un ictus fulminante osservando l'intero mosaico della cupola sbriciolarsi al centro del transetto dopo l'esplosione in cielo dell'ampolla dell'antimateria;
- il Cardinale Archivista dell'Archivio Segreto Vaticano, che potrebbe non sopravvivere per le troppe risate dopo aver visto che tra i beni più preziosi custoditi all'interno della cantina a prova di atomica figura la Mercedes "gattona" decapottabile che fu di Giovanni XXIII (non me ne vogliano i suoi devoti...);
- il Comandante della Guardia Svizzera, che potrebbe restare fatalmente turbato nel vedere come i suoi pittoreschi soldatini a spicchi colorati vengano presentati come dei suscettibili ultrà da stadio Maracanà nella difesa del papa e del palazzo apostolico;
- il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, che potrebbe rimetterci le coronarie nell'osservare che dopo più di un secolo di storia i suoi uomini, pur continuando ad agire in coppia come Franco e Ciccio, riescano a farsi accoppare con una facilità degna delle migliori commedie all'italiana.
Come ultima annotazione posso semplicemente aggiungere che se tutti i Camerlenghi fossero dei modelli da copertina come Ewan McGregor, anche le femministe più coriacee spingerebbero con forza la porta dei conventi per farsi monaca.



Stemma del Cardinale Camerlengo sormontato da Gonfalone a gheroni
e trenta fiocchi disposti a quindici per lato

Ballestrero ringrazia la Conferenza Episcopale Italiana che ha voluto soffermarsi a leggere il suo blog lo scorso 20 aprile.

sabato 2 maggio 2009

X Men - Wolverine le origini

Dichiaro subito la mia scarsa propensione ai film di fantascienza. Se dovessero contare su di me per il successo di questo genere cinematografico sarebbero già andati falliti. In questo caso, tradendo vergognosamente la fiducia di un bambino di 9 anni cui avevo promesso di andarlo a vedere insieme, mi sono ritrovato con un allegra compagnia di adulti la cui spensieratezza è pari solo a quella del povero novenne tradito. Stando al dettagliatissimo Internet Movie Database questo X Men è il quarto della serie. Nutrivo qualche perplessità per il fatto che mi accingevo a vedere questo per la prima volta senza avere visto i precedenti tre. Nel corso dell'azione ho capito subito che si trattava di fatica risparmiata. Wolverine e gli X Men sono forgiati sullo schema delle più celebri soap-opera americane nell'indiscussa capacità di autorigenerarsi. Possono cambiare gli attori, le storie, persino i personaggi ma ci sarà sempre materiale per girarne un altro. Infatti il finale non è mai definitivo, almeno da quello che si desume da questo quarto episodio. Vengo tuttavia rassicurato dagli adulti amici di cui sopra che anche per gli altri è stato così. Credo a questo punto che ci siano i numeri per inaugurare una saga. Il film ha avuto un'ottima riuscita sul piano degli effetti speciali, collocati ovunque e in ogni frangente, taluni grotteschi e un pò piatti ed altri decisamente entusiasmanti. Il più efficace rimane sicuramente l'operazione a cui è sottoposto Logan / Wolverine per l'iniezione dell'adamantio che lo renderà indistruttibile. Come nei più classici dei fumettoni gli ingredienti sono ben miscelati per far tutti felici: amore, senso dell'onore, lealtà eccetera. Il ritmo è accelerato, trasformandosi nel motore che fa girare la mole di effetti speciali su cui non si è di certo risparmiato. Un film d'azione e fantastico allo stesso tempo che potrebbe farmi ritornare in sala a vederlo di nuovo per riparare al torto procurato al piccolo innocente di 9 anni!

giovedì 30 aprile 2009

Pezzi di Pelle - Teatro Agorà

Pezzi di Pelle. Ossia come un titolo accattivante nasconda in realtà un allusione alla fine ultima dello spettatore dopo una simile visione. La pelle cade, assieme alle mandibole e ad altri pezzi del corpo che per decoro non indicheremo. Il Teatro Agorà propone questo allestimento di cui è impossibile riferirne la benché minima trama. Forse c'è ma non si vede. Qualora si vedesse sarebbe poi meglio chiudere dignitosamente gli occhi e passare oltre. Condizione fondamentale per scrivere un'opera teatrale è quella di non affidare l'ispirazione alla peperonata mangiata la sera prima ed il suo sviluppo agli incubi notturni da essa generati. Altrimenti si rischia di trasferire il mondo metafisico in quello reale con evidenti incompatibilità di fondo. Nella disperata ricerca di un minimo senso logico, di un'esile storia di sottofondo o di un minuscolo concetto di messaggio non viene in soccorso nemmeno la scenografia, minimalista al punto tale da renderla inesistente: quattro quinte tinte di nero corvino, due sedie e un asse di legno adagiata per traverso sul palco. Quest'ultima davvero propedeutica allo scopo, visto che su di essa verranno mimati discutibili amplessi tra soldati in libertà con prostitute navigate.
Ora si potrebbe obiettare che di fronte ad una scenografia oggettiva prossima allo zero, la suggestione delle immagini può essere evocata dagli attori con la loro carica espressiva. Ciò sarebbe confortevolmente vero se gli attori fossero sostenuti da una scrittura degna di questo nome. In questo caso però non è così. E gli stessi artisti si muovono sperduti e meditabondi, quasi a chiedersi cosa stiano recitando e se esista un senso a tutto questo. Dei complessivi otto attori impegnati in quest'opera, solamente due possono riporre la maschera di Melpomene nel cassetto e dedicarsi con più profitto alla pesca del merluzzo nei mari del Nord. I restanti sei, nonostante l'abominevole testo, riescono comunque a dare un interpretazione dignitosa e tecnicamente ben resa.

In un momento in cui il teatro sta timidamente conoscendo una nuova gioventù tra il pubblico di questi anni, sarebbe decisamente il caso di non costringerlo a preferire la tv de l'Isola dei Famosi per colpa di testi sciatti, assurdi e deliranti.

domenica 19 aprile 2009

Franklyn - Meanwhile City

Il piacere di scoprire film di questo tipo, sospesi fra thriller e fantastico, rende all'umanità e a noi spettatori un servizio vantaggioso di incomparabile rarità: nessuno va a vederlo.
Sabato sera a Roma, che non si può certo definire una meanwhile city, al primo spettacolo delle 20.30, la sala era "gremita" da ben cinque spettatori: io, il Cinefilante, una coppia di giapponesi forgiati a forma di manga e un uomo di mezza età sospetto onanista.
Una stranezza di non poco conto, considerando che generalmente questi tipi di film riescono a suscitare un notevole richiamo di pubblico, soprattutto giovanile pronta a investire quegli ultimi spicci che sono rimasti in tasca per il biglietto del cinema. Mah! Stranezze di una sera romana di mezza primavera. Il mordente che mi ha portato al cinema a vedere Franklyn è scattato dalla lettura della trama per telefono a cui ho costretto il povero Cinefilante, la quale dopo aver scartato tutte le altre visioni che prevedessero la scena madre della morte di un cane, ha decisamente scelto Franklyn in barba a tutte le altre, cosiddette, "proposte in sala". Il macchinista, certamente non esaltato dalla pochezza di pubblico in sala, accende stancamente la telecamera e va a farsi un gelato al maraschino. L'addetto ai biglietti, che incontreremo all'uscita, sarà assorto dalla lettura di un catalogo di fumetti.

Il film, ambientato a Londra,  si sviluppa sulla dinamica dei mondi paralleli: in una continua sospensione, apparentemente slegata, tra la metropoli inglese degli anni duemila ed una città futuristica gotica, fumosa e piovosa dal nome di Città di Mezzo (Meanwhile City) vediamo svolgersi le storie dei protagonisti. La Città di Mezzo è una realtà strana e piuttosto inquietante, agglomerato urbano i cui abitanti sono obbligati a viverci professando una fede religiosa, non necessariamente canonica e istituzionale. Unico vincolo è avere un culto, non importa di cosa, lasciandone la scelta agli individui anche nelle forme più disparate e anche comiche. Vediamo infatti predicatori della fede sulle lavatrici e le relative istruzioni di lavaggio dei capi da osservare scrupolosamente, fino a quella più spassosa delle "manicuriste del settimo giorno", gruppuscolo di frivole donnette che osservano il vangelo dello smalto e la venerazione della lima da unghie. Su di tutti vigila scrupolosamente la polizia ecclesiastica, oscuri gendarmi vestiti con giubbe nere e con enormi tube in testa, severi e violenti, preposti all'ordine pubblico. Guai infatti a non avere o professare una fede a Città di Mezzo: i lugubri poliziotti sono sempre pronti a scagliarsi contro chiunque sia sospettato di non stare alle regole del gioco. Mal gliene incolse a John Preest (Ryan Philippe), giustiziere dal volto coperto da una maschera di tela ed unico abitante della Città di Mezzo a non professare una fede, animato unicamente da propositi di vendetta verso un strano essere detto l'Individuo, colpevole di aver ucciso una bambina di soli 11 anni. La polizia ecclesiastica non gli darà tregua, fino a stanarlo e a consegnarlo allo pseudo-sindaco della Città di Mezzo, con cui stringerà un insolito accordo volto all'uccisione dell'Individuo.


Parallelamente, nella Londra dei nostri giorni, troviamo una psicotica artista con smanie suicide di nome Emilia (Eva Green), in eterno conflitto con la madre colpevole, secondo lei, di aver permesso l'allontanamento con un frettoloso divorzio. A fargli da contorno c'è un anziano signore di nome Peter Esser (Bernard Hill), preso dall'affannosa ricerca di suo figlio scomparso dopo il ritorno dalla guerra ed un tristanzuolo giovanotto di nome Milo (Sam Riley), affranto per l'abbandono della fidanzata a pochi giorni dal matrimonio ed ora impegnato a rincorrere una donna, sua amica immaginaria durante l'infanzia, di cui è perdutamente innamorato. Anche lui ha una missione da compiere, solo che ancora non lo sa. Avrà il piacere di scoprirlo verso l'epilogo della storia.
Apparentemente sembra quasi non esistere un ponte, un punto di contatto tra l'underground Città di Mezzo e la frenetica Londra di oggi. I protagonisti dei due mondi sembrano vivere le loro vicende in modo del tutto svincolato tra loro.  Esistenze cupe o leggere di cui non si riesce a cogliere l'interdipendenza fra le due realtà parallele. Si capirà solo più avanti, probabilmente con un abile trucco di regia, come progressivamente le vicende dei due mondi andranno a congiungersi fino a tracciare un senso compiuto che si delinea verso il finale, definendo un senso compiuto ad una trama volutamente lasciata inafferrabile fino a quel momento.

 

Pur nell'abile gioco di giustapposizione tra reale e fantastico e in un impianto scenografico seducente, come quello realizzato per la Città di Mezzo, senza dubbio affascinante e con inserti iconografici ben mixati presi in prestito dai simboli di religioni orientali e occidentali (statue in pietra di Buddah gigantesche, croci cristiane intagliate nelle facciate dei palazzi, divinità indiane poste dinanzi incensi fumanti), il film sa essere solo gradevole e non fa gridare all'entusiasmo. La trama occupa un posto di secondo piano rispetto alle immagini, quando credo sarebbe stato preferibile il contrario stando il tema davvero intrigante e già discusso animatamente, sia a livello artistico che scientifico, sulla possibilità dell'esistenza di mondi paralleli. Suggerisce un concetto del Tempo e di Esistenza che sfugge dalla collocazione di comodo che tutti noi abbiamo della sua percezione nella vita quotidiana. Forse, proprio perché si tratta di argomenti che prevedono un impegno inadatto al target del grande pubblico, si è preferito puntare su una comunicazione per immagini più che per concetti e che, senza dubbio, ha dimostrato una certa efficacia.

giovedì 2 aprile 2009

A corto di idee 2

Non so di chi sia la frase di questa immagine che ho trovato su internet. Era scritta su una foto simile a questa e ho deciso di riportarla su questa immagine che, personalmente, amo di più. Photoshop ancora una volta ha dimostrato che è possibile operare miracoli. Mi domando dove stia vagando il mio cervello ultimamente, così poco versato nel dedicarsi alla scrittura. L'immagine della pochezza di idee da dedicare al mio blog è ben ben rappresentata dai versi di Adriano, che ben descrive lo stato fluttuante del mio pensiero: "Animula, vagula, blandula,  hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula rigida nudula, nec, ut soles, dabis iocos" - animella vagabonda, leggiadra, ospite e compagna del corpo. In quali luoghi andrai ora Tu pallida, fredda e nuda? E non darai più gioia, come sei solita...
Forse il vuoto creativo mi porta ad esagerare un pò citando addirittura Adriano, ma forse domani che è in programma una cosa simpatica al Teatro Argentina tornerò di nuovo a scrivere con un pò più verve. Per ora, restate in ascolto...

mercoledì 11 marzo 2009

Watchmen

Come si può leggere dalla locandina il film è creazione del regista "visionario" di 300. Per quanto il film sia ispirato dal fumetto, sono sicuro che il regista abbia avuto davvero delle visioni attraversando le porte invocate dai mitici Doors. Fuori del cinema, occhieggiando soltanto la locandina, credevo che al di là dei tendaggi rossi mi avrebbe atteso un film molto simile - se non del tutto uguale - a The Spirit. Il colpo d'occhio, infatti, suscita diffidenza. Ci si aspetta il solito cartoon di supereroi, eternamente dotati di poteri fuori dal comune, eternamente votati al Bene, eternamente impegnati a salvare fanciulle in pericolo. Insomma, delle premesse che evocano un forte scetticismo. Questo è il caso in cui lo sbaglio del pregiudizio si tramuta in un piacere per chi lo commette quando si accorge di venire smentito.  Credo che l''ambientazione sia ispirata liberamente alla Gotham City di Batman. Gli otto protagonisti sono calati in una New York City del 1985, dove pioggia e degrado umano la fanno da padrone. Un flashback degli anni 50 ci riporta indietro a quando tutti insieme, e molti di più di otto, vestiti di panni stravaganti ed armature degne del Royal Allemande, si battevano contro lestofanti e malfattori, consegnandoli alle patrie galere o pestandoli al punto tale di fargli passare la voglia di commettere altri crimini. Erano belli, venerati e sulla bocca di tv e giornali. Ma il tempo passa, alcuni di loro vengono fatti fuori e il gruppo viene sciolto per decreto dal Presidente Nixon in persona. Tutti più o meno cercano di rifarsi una vita normale, ritrovandosi poi nel 1985  a pochi passi dalla fine universale dell'umanità, minacciata dall'incombente scoppio di una guerra nucleare Russia - Stati Uniti. La guerra nucleare estinguerà la razza umana o, paradossalmente, la salverà? Lo sapremo solo nel finale.
In realtà sto compiendo una piccola forzatura nel voler ridurre due ore e mezza di proiezione a questa breve sinossi. La verità è che questo film è decisamente complesso. Nella apparentemente banale storiella della guerra nucleare scoviamo soltanto un filo conduttore, una corda anche piuttosto sottile che tiene unite un sottoinsieme di trame spesso anche scorrelate tra di loro, perché legate ad intrecci personali o di gruppo dei protagonisti, a flashback che catapultano indietro al passato e si legano armoniosamente col presente. I protagonisti sono "super" in quanto dotati di una forza fisica eccezionale o di concentrazioni energetiche inusuali, ma non rispondono allo stereotipo comune dell'eroe senza macchia e senza paura. Essi sono violenti tanto se non a volte più dei loro stessi nemici. Nutrono pulsioni umane, conoscono i piaceri del corpo cui si dedicano senza risparmiarsi, vivono i loro sentimenti provandone gioie e dolori, sebbene per alcuni di loro quest'ultimo aspetto è sconosciuto (il Dottor Manhattan e Adrian Veidt). A fare da sfondo tra loro, la città e il mondo vi sono le eterne questioni dell'avidità di sapienza e di potere, della violenza fine a sè stessa, della giustezza o meno della guerra, dello ius vitae ac necis (diritto di vita o morte), dello sterminio di pochi per la salvezza di molti, della lealtà dell'amicizia e dell'infinito dilemma tra il bollore dei sentimenti e la fredda razionalità della scienza. Tutto ciò si riesce a cogliere, nonostante le frequenti scene dal ritmo frenetico, dalle botte da orbi conditi da rumori assordanti e da un generale colorazione fantascientifica che ne aiuta bizzarramente la comprensione invece di offuscarla.
Sfidate la recalcitranza che vi spingerebbe a non vedere un film lungo quasi come "Via col Vento" e andate a vederlo.
Apprezzerò fin da adesso l'abbinamento storico tra questo film ed i tragici decenni della Guerra Fredda che Alessandro vorrà farne.

sabato 28 febbraio 2009

Pleasantville

Ce n'è voluto di tempo affinché ritrovassi questo splendido film, di cui conservavo soltanto pochi fotogrammi visti in televisione molti anni fa ma di cui custodisco intatte le belle emozioni che ha procurato. Buona grazia della Rete, che non solo me lo ho fatto trovare in qualità sublime, ma anche in italiano. Chi mi legge sa che di solito colloco promozioni o bocciature al termine del commento al film. Stavolta inverto l'ordine dei fattori e mi affretto subito a promuovere questa meravigliosa creazione a cavallo tra fantasia e realtà, che affonda però le sue radici su basi oggettive palpabili, quali il contesto storico, quello sociale e famigliare, quello comunitario, quello sentimentale e quello relazionale. David e Jennifer sono due adolescenti, fratelli gemelli che vivono con la madre divorziata più distratta col boyfriend che con altro. Frequentano entrambi la stessa scuola, ma con passioni diverse. Jennifer segue i suoi ormoni e si diverte a collezionare ragazzi. David è appassionato invece del telefilm Pleasantville, una specie di soap opera in bianco e nero ambientata nella provincia americana degli anni 50. I due fratelli si ritrovano la sera a casa con propositi diversi: lei vorrebbe amoreggiare col nuovo boy, mentre lui vuole godersi la cosiddetta "maratona di Pleasantville", una proiezione ininterrotta di puntate per della soap che dura 24 ore. Litigano, il telecomando si rompe. All'improvviso suona alla porta un misterioso tecnico tv (Don Knotts) che lascia ai ragazzi uno strano e nuovo telecomando. Litigando di nuovo con lo strumento in mano, i due si ritrovano dentro la televisione. Diventano loro stessi protagonisti di Pleasantville, prendendo il posto di Bud e Mary Sue Parker, figli di George (William Macy) e Betty (Joan Allen). Pleasantville è una città particolare. Non esistono i colori, tutto e tutti sono in bianco e nero. Tutto scorre liscio nella piacevole città. Le mogli aspettano i mariti a casa dal lavoro perfettamente vestite, truccate e pettinate. Gli porgono un Martini in mano e gli chiedono come è andata la giornata. Nessuno si fa male, non esiste il fuoco e quindi gli incendi. I pompieri a Pleasantville salvano solo i gatti sugli alberi. Le partite di pallacanestro si vincono sempre, il polpettone per cena è sempre pronto. I libri hanno le pagine bianche e non sono scritti.  Tutti sono imprigionati nei loro ruoli, le azioni si ripetono con pedissequa cadenza, persino i dialoghi e taluni discorsi. E' tutto bello a Pleasantville, tutti sorridono e nessuno soffre. Ma David e Jennifer, alias Bud e Mary Sue, intrisi di mondo reale, iniziano pian piano a sconvolgere gli equilibri così ben impostati di questa artefatta cittadina. Se David/Bud a suo modo ci si trova bene, Jennifer/Mary Sue non ci sta e inizia a trasfondere un pò di umane emozioni ai personaggi che le ruotano intorno, cominciando da Skip Martin a cui farà presto scoprire le gioie del sesso, a lui fino a quel momento sconosciute. Tanto è stato forte l'impatto che Skip vede finalmente una rosa rossa in mezzo alle piante in bianco e nero. Le voci girano, la gente si incuriosisce e le passioni iniziano a girare. Oltre al sesso, tutti vogliono saperne di più circa il fatto che possa esistere un mondo fuori Pleasantville, sono incuriositi dal fatto che si possano conoscere delle storie attraverso i libri, che possano essere scritti e non soltanto pieni di pagine bianche. E pian piano il colore inizia ad entrare nella loro vita, animando gli oggetti intorno a loro finanche ai loro stessi volti. Adesso sono davvero tutti felici nella loro nuova vita a colori. Felici perché i colori che sono entrati corrispondono ai sentimenti e alle emozioni mai provati e nascosti finora sotto una coltre di grigio. Questo film offre molte scene memorabili, ma le due secondo me più belle sono: quella dove Jennifer/Mary Sue spiega alla madre Betty cos'è il sesso, intavolando un delizioso discorso all'incontrario dove è la figlia che si trova a spiegare ad una madre ignara e non viceversa -- cit. "Mary Sue cosa succede nel viale degli innamorati? Ci si tiene per mano? -
Al termine del discorso si assisterà ad una bellissima metafora che farà incendiare addirittura un albero in giardino!
L'altra scena di toccante delicatezza riguarda sempre Betty. Bloccata in cucina, senza il coraggio di uscire per mostrarsi al marito che la chiama dal salotto, viene raggiunta da David/Bud che scopre come il suo viso non sia più grigio ma è diventato a colori. Betty è terrorizzata, si sente spiazzata da una presa di coscienza che l'emoziona e la turba allo stesso tempo. Ma Bud la tranquillizza, si siede accanto a lei e con una cipria grigia le fa tornare il volto come era. Nei teneri movimenti della mano di Bud sul volto di Betty si coglie tutta la delicatezza rasserenatrice di chi capisce, non giudica ed incoraggia.
Il film, nemmeno troppo velatamente, è una vera e propria satira sociale ai labili confini della denuncia del sistema socio famigliare dell'America anni 50. Una nazione che imponeva alla classe media un determinato cliché comportamentale, intriso di perbenismo e perfezione più che di vero e proprio puritanesimo. Apparire era più importante che essere. Le mogli dovevano essere sempre spose fedeli e signore inappuntabili, i figli brillanti studiosi e imbattibili sportivi, i mariti efficienti e con la promozione sempre in tasca, l'erba del giardino sempre curata, i pasti abbondanti e puntualmente serviti a tavola. Pleasantville riflette come uno specchio in chiave allegorica tutto questo. E si presenta come anticamera di ciò che arriverà molti anni dopo, cioè il 1968 e Woodstock. I figli e i nipoti di quell'America non sopportano più simili condizionamenti, manifestando una ribellione che li ha portati alla deriva spingendoli fra alcol, droga e violenza. Una reazione estrema, da cui ancora non sono del tutto usciti, ma figlia secondo me proprio di quello schema generato negli anni 40 e pesantemente inflitto negli anni 50. 
Confido in Alessandro per l'approfondimento storico che vorrà farne seguire. A tutti voi, non posso che augurare di cuore la visione di un film così bello.

domenica 15 febbraio 2009

Fai come se fossi a casa mia

Ritornare a teatro dopo molto tempo e farlo con questa pièce di Gianluca Crisafi, sceneggiatore ed attore protagonista in questa commedia dolce amara, mi soddisfa grandemente sotto molteplici aspetti. Il primo, direi quello fondamentale, è l'aver ritrovato per il tramite di facebook un amico di infanzia, Giovanni, titolare dell'associazione culturale Eras e gran mastro organizzativo di spettacolo a cui devo l'invito. Il secondo è dato dallo spettacolo stesso, allestito con scrupolo ed amore per il dettaglio. Non ci troviamo di fronte al solito allestimento "amatoriale": gli attori impegnati in quest'opera, da quanto possiamo leggere dal booklet dello spettacolo, hanno una formazione artistica che proviene dal mondo del doppiaggio e da scuole teatrali. Il particolare si coglie immediatamente e ci fa capire di assistere ad una performance professionale. La trama, che prende forma e vita dai suoi protagonisti, sembra affondare le sue radici nella realtà rendendo tutto molto verosimile: due amici di lungo corso, Filippo e Germano, condividono lo stesso appartamento sotto il cui tetto si intrecciano e si slegano le vicende comuni e personali di entrambi. Sprezzante, cinico, sicuro di sé il primo quanto insicuro, tremebondo e arrendevole il secondo.
Le loro fidanzate, Giulia ed Esalacion, costituiscono invece il degno contraltare: si direbbe infatti che Giulia abbia il carattere di Germano in femminile ed Esalacion quello di Filippo.
Sebbene i protagonisti siano dotati di caratteri così diversi, non vi è mai prevaricazione o vessazione da parte dell'uno sull'altro. Filippo esprime i suoi sentimenti a modo suo, senza dubbio con una certa durezza e senza melliflue smancerie, affronta il mondo facendosi scudo da esso indossando i panni del cinismo, un contegno che lo pone non poche volte in situazioni borderline fra rimanere nel mondo di tutti i giorni od esserne totalmente avulso. Sebbene tutto l'impianto scenico ruoti in modo uniforme su tutti e cinque i protagonisti (il narratore nel primo atto Teo Bellia diventerà il maggiordomo Virginio nel secondo), è decisamente Filippo il personaggio su cui viene caricato il fine morale dell'opera stessa, non senza un velata allusione ad esperienze biografiche che vedono lo sceneggiatore e l'attore unificarsi nella stessa persona di Gianluca Crisafi. Vera punta di diamante, sia recitativa che testuale, è il finale. Quasi pirandelliano nel suo "non concludersi". Quando Filippo viene invitato da Virginio alla riflessione su sé stesso e a mettersi in discussione, la reazione sarà molto ambigua. Non sapremo mai infatti quale scelta verrà operata, né soprattutto se sarà giusta o sbagliata. La conclusione - forse - viene lasciata alla mente e al cuore del pubblico, affinché ognuno tragga la propria.
Un cast molto bravo e preparato, una regia che miscela brio e indolenza sulla scia dei tempi scenici ed una scenografia semplice ma efficace, che sicuramente è costata grande fatica al mio amico Giovanni. Assolutamente da non perdere, affrettandosi al Teatro dell'Orologio entro l'ultima data utile del 1° marzo che sarà in scena. 

domenica 8 febbraio 2009

Il dubbio

Entrando subito in sintonia con il film in oggetto dico soltanto che, tra i peccati capitali, l'accidia (pigrizia) è quello reitero di più. Anche per questo film ci ho messo una settimana per parlarne, ma fortunatamente per motivi ben diversi da quelli riservati a Tony Manero. Questa volta la consueta "commissione bilaterale" si è trasformata in "trilaterale" con la partecipazione di Fulvio, storico amico del Cinefilante. Involontariamente si è creata una bella commissione mista che ha commentato il film a fine proiezione sui tre versanti: canonico-ecclesiastico (Ballestrero), socio-culturale (Cinefilante) e storico (Fulvio). Ma andiamo più vicini al plot della pellicola: nel Bronx del 1964 sour Aloysius Bauvier (Meryl Streep) è la severissima preside del collegio della parrocchia di St. Nicholas. Con pugno sicuro e a volte un pò troppo autoritario manda avanti l'isitituto, assicurandosi che i ragazzi imparino ad essere disciplinati oltre che istruiti. La conduzione del collegio è condivisa con il clero maschile della parrocchia di St. Nicholas attraverso la controversa figura di padre Flynn (Philip Seymour Hoffman), il quale sembra dedicare un'eccessiva attenzione ad un alunno nero di 12 anni di nome Donald Miller. Donald viene spesso fatto oggetto di derisione o bersaglio di dispetti da parte degli altri alunni bianchi della scuola. Ma questo è niente rispetto a quello che subirebbe in una scuola pubblica, dove i conflitti razziali tra etnie negli anni '60 arrivavano allo scontro fisico. Schermaglie e prese in giro alla scuola cattolica, in confronto, erano una vera e propria passeggiata di salute. L'insegnante di Storia, la giovane e poco esperta suor James, inizia a notare in Donald atteggiamenti apatici ed umore turbato. Il fenomeno inizia a preoccupare la suora quando, nel bel mezzo della lezione, Donald viene convocato dal prevosto Flynn in canonica e da quest'ultimo rispedito al mittente con l'alito gravido di alcol. A questo si aggiunge anche un episodio ambiguo notato da Suor James in palestra il giorno prima, in cui lo stesso prete riponeva una maglietta nell'armadietto di Donald. I sospetti su padre Flynn vengono subito esposti a suor Aloysius. Quest'ultima, battagliera e conservatrice, ingaggerà un corpo a corpo psicologico e verbale col prete, da lei visto come fumo negli occhi perché portatore e fautore di istanze moderniste, messe da poco in movimento dal Concilio Vaticano II indetto qualche anno prima nel 1959. Il dubbio sugli eventuali abusi sessuali di padre Flynn su Donald non verrà mai sciolto, nemmeno fino alla fine del film. L'unico dubbio che nel finale diventa certezza è la barcollante fede di sour Aloysius, messa a dura prova dagli eventi in questione.
Il film non è stato accolto, come ho avuto modo di leggere qua e là sul web, con particolare allegrezza da alcuni strati del clero con la passione per la tastiera e l'adsl - mi riferisco al sito Cattoliciromani, grande community clerico-laica . Personalmente non ho notato nessun atto di accusa, né diretto né indiretto, verso la chiesa cattolica sul già tragico e ripugnante fenomeno della pedofilia infantile perpetrato dai suoi ministri, la cui maggior concentrazione di casi in America è proprio negli anni '60, così come documentato dal poderoso tòmo Our Fathers di David France, cui raccomando la lettura solo se equipaggiati di una solida conoscenza della lingua Inglese. L'unica didascalia che davvero ho trovato fuori contesto ed inserita nella sceneggiatura a forza è l'allegoria delle istanze conservatrici e liberali, con evidente allusione al Concilio Vaticano II allora in corso, rispettivamente rappresentate dall'energica suora e dal rivoluzionario prete, per il quale sia io che il mio dotto amico Alessandro dedicheremo uno speciale approfondimento, così come fatto per il film Valkyrie.


Personalmente mi impongo - per caparbietà del tutto personale - di scoprire a quale ordine di suore appartenesse Meryl Streep in questo film, visto che fin dalla visione dei trailer sembra vestita più da quacchera che da suora cattolica. In particolare per quella mezza cuffia
tipica di questa comunità socio-religiosa tipica dell'America post vittoriana.

09 febbraio 2009: caparbietà premiata! Le suore impersonate in questo film, da cui l'insolita veste con altrettanto insolita cocolla (velo) sono le Suore della Carità di New York

venerdì 6 febbraio 2009

Valkyrie - Approfondimento Storico 3

Terza parte sulla storia dei rapporti tra Chiesa Cattolica e Germania nazista. 
Pio XI morì il 10 febbraio 1939, e sulla sua morte sono fiorite nel corso degli anni ipotesi e congetture, molte fantasiose, altre più realistiche. Tralasciando l'ipotesi che sia stato avvelenato per ordine di Mussolini (il cui potere fiorì proprio durante il regno di Pio XI) mancando qualsiasi traccia o indizio a sostegno di tale congettura, è tuttavia un fatto che il rapporto tra Pio XI ed il regime nazista era ormai totalmente deteriorato. 
Era prevista, infatti, nel febbraio dello stesso anno la pubblicazione di una nuova enciclica con una denuncia ancora più diretta delle nefandezze del governo tedesco ai danni dei cattolici e delle persecuzioni razziali. Di tale documento non sono pervenute copie, ma tracce di un discorso introduttivo che avrebbe dovuto pronunciare due giorni dopo la sua morte.
E' in tale contesto politico ed in una Europa che sta correndo verso la guerra che sale al soglio di Pietro il nuovo Papa, Pio XII. Era un uomo di grande esperienza diplomatica, in particolare con il mondo tedesco, avendo ricoperto il ruolo di Nunzio Apostolico in Germania dal 1920 al 1933, fu inoltre collaboratore del Papa precedente nella preparazione e stesura dei testi dei Concordati firmati con l'Italia e la Germania. 
Ma la catastrofe dell'Europa si stava ormai consumando con i carri tedeschi in corsa verso Varsavia e quelli russi impegnati ad occupare ciò che era rimasto della Polonia. L'improvviso annuncio del patto tra Germania ed URSS, che di fatto lasciava mano libera ad Hitler per scatenare il conflitto ad ovest con il fianco est non in pericolo immediato, squassò le certezze delle cancellerie europee, ed anche dei diplomatici vaticani.
Bisogna immergersi nella cultura di quegli anni per poter comprendere fino in fondo cosà comportò la firma del patto tra Molotov e Von Ribbentrop: l'URSS era vista con timore ed ostilità dai paesi ad economia capitalista ed anche dalla chiesa cattolica. L'ateismo di stato imposto dal regime sovietico comportò il tentativo di sradicamento di una forte tradizione cristiana (anche se non di matrice cattolica, se non in minima parte), con la distruzione dei luoghi di culto, la confisca dei beni e la dispersione ed eliminazione del clero. Erano gli anni in cui l'URSS propagandava la rivoluzione comunista in giro per l'Europa, facendo leva su una estesa classe di lavoratori colpiti da una crisi economica ormai decennale. Il fascismo italiano, ed i movimenti ad esso collegati in Francia, Spagna e Belgio, il nazismo tedesco (pur con le molte e cospicue differenze), ed altri movimenti "minori" di ispirazione socialpopulista, si ergevano ad argine anticomunista, e la Chiesa spesso li appoggiava confidando nella loro protezione. L'esperienza della guerra civile spagnola rafforzò ulteriormente tale indirizzo politico. 
Il nuovo Papa, Pio XII, poco potè fare per arginare l'incendio che stava consumando l'Europa. Nel frattempo cresceva la durezza del conflitto: l'attacco all'URSS nell'estate del 1941 scatenato dalla Germania nella convinzione di una rapida e definitiva vittoria ad est, ebbe da subito il connotato di una guerra per la sopravvivenza, dai connotati quasi primordiali. Il fine ultimo della Germania era sì abbattere il regime comunista, ma le armate tedesche sarebbero state seguite da masse di contadini di stirpe germanica, al fine di occupare le terre conquistate dall'esercito, colà stabilirsi e colonizzare le vaste pianure ucraine sgomberate dalle popolazioni native, considerate di razza inferiore. Tutto ciò non era una novità, infatti era sufficiente leggere il Mein Kampf di Hitler per trovare la programmazione di tali azioni, che sarebbero diventate realtà una volta conquistato il potere. In realtà l'innovazione venne dall'incontro tra la tecnica e l'istinto primordiale di occupare le terre, di rapinare il più debole, lo sconfitto. Fu l'incontro tra il carro armato ed il barbaro armato di mazza ferrata che rese possibile la violenza spietata del conflitto ad est. Il passaggio allo sterminio, alla scientifica, implacabile e disumanizzata eliminazione del nemico (che fosse ebreo o rappresentate di una razza inferiore, o nemico dello stato nel senso più ampio del termine) fu breve, e quasi "naturale". L'omicidio in catena di montaggio, come avveniva nei campi di sterminio, in buona parte deresponsabilizzava l'individuo, rendendolo parte di un processo che non poteva controllare, e di cui, probabilmente, non era in grado di comprendere l'ampiezza. L'enormità dello sterminio degli ebrei e degli altri internati nei lager non era comprensibile ai più. Anche la catena di comando tedesca era deresponsabilizzata, in quanto non venne mai diramato un ordina diretto, ma una serie lunghissima di ordini locali, che nella burocratizzata macchina statale tedesca convergevano tutti verso un fine mai chiaramente dichiarato: la morte di milioni di persone, condannate per il solo fatto di esistere.
Questa lunga digressione credo che sia stata necessaria per tentare di evidenziare la situazione politica e sociale dell'epoca: tutti sapevano dell'antisemitismo del governo tedesco, ma le informazioni sui lager erano frammentarie e discordanti.
Pio XII si trovò i carri armati tedeschi a Via della Conciliazione, con lo stato italiano dissolto in 24 ore di follia e codardia e gli alleati bloccati nella macelleria di Cassino. 
Le informazioni che arrivavano dal ghetto di Roma erano drammatiche, ma anche la chiesa cattolica in Germania rischiava grosso. Una denuncia pubblica della bestialità nazista non avrebbe cambiato la situazione, forse l'avrebbe soltanto peggiorata, con l'inizio di persecuzioni anche contro i cattolici. 
Del resto anche gli Alleati tacevano, tanto più che i bombardieri ed i ricognitori americani ed inglesi penetravano sempre più in profondità in Germania, e forse qualcosa potevano intuire sulla strage continua che era in corso nei campi di concentramento.
Se ci fu una complicità, causata dall'inazione, non si può limitarla al presunto silenzio di Pio XII. Da semplice studioso ed appassionato di storia credo che l'enormità del crimine in corso fosse semplicemente difficile da comprendere. 
Oggi è facile credere di poter conoscere cosa succede nel mondo (ma il genocidio ruandese del 1994 ci insegna che non è così), ma in quegli anni gli strumenti di conoscenza, analisi e diffusione dello notizie erano molto meno diffusi e sofisticati, ed anche gli altri paesi belligeranti derogarono spesso ai principi di umanità e tutela dei civili, con i bombardamenti a tappeto delle città tedesche e giapponesi. La sensibilità dell'epoca per queste tematiche era molto meno acuta di quella odierna.
Il Papa, secondo me, era profondamente solo in tale situazione, e di fronte alla furia indiscriminata della guerra, pensò a salvare il suo gregge. Pensare di giudicare tale atteggiamento con gli occhi di oggi, come fanno molti, lo trovo ipocrita ed ingiusto.
Con il crollo del regime nazista, la barbarie e l'orrore dei campi di sterminio vennero rivelati al mondo (anche se soltanto con il processo di Norimberga se ne ebbe la diffusione). Ora tutti sapevano e fu un trauma culturale immenso, che nella terra di Goethe potesse essere avvenuto l'indicibile. 

giovedì 5 febbraio 2009

Valkyrie - Approfondimento Storico 2

Sono ben felice di accogliere l'invito del Cinefilante per poter approfondire (da semplice appassionato di storia) il tema dei rapporti tra chiesa cattolica e Germania nazista. 
Il tema è estremamente controverso, anche per le discussioni in corso tra gli storici sul presunto silenzio di Pio XII riguardo alle persecuzioni razziali contro gli ebrei ed ai campi di sterminio. Tali polemiche, a mio parere, sfociano spesso in una semplificazione manichea pro o contro l'operato della Santa Sede, e non tengono conto della complessità del momento storico e, sopra ogni cosa, del fatto che la Chiesa non è soltanto il Papa, ma una struttura complessa con una gerarchia locale.
Il 20 luglio 1933 (circa sei mesi dopo le elezioni che portarono Hitler a rivestire la carica di cancelliere) venne firmato, in Vaticano, il Reichskonkordat, ovvero il concordato tra Germania e Santa Sede, che aveva lo scopo di regolare i rapporti tra governo tedesco e Chiesa Cattolica a tutela dei rispettivi interessi e delle rispettive autonomie. 
La politica restrittiva contro la Chiesa Cattolica, inaugurata da Bismark nella seconda metà del diciannovesimo secolo, avrebbe dovuto trovare una fine, con l'instaurazione di due principi cardine: libertà per la professione della religione cattolica e protezione delle sue organizzazioni da una parte, giuramento di lealtà dei Vescovi al governo ed alle istituzioni tedesche dall'altra.

L'inchiostro del Concordato non si era ancora asciugato che il governo tedesco cominciò a violarlo, sia con la repressione e lo scioglimento di quasi tutte le organizzazioni, in particolari giovanili, che non fossero affiliate alla Hitlerjugend (la gioventù Hitleriana), sia con la propaganda di una forma religiosa neopagana di diretta emanazione del partito nazista. Il partito organizzava spesso manifestazioni che avevano la forma e la sostanza simile ad una funzione religiosa, in adorazione della figura del Fuhrer (guida, in tedesco) e del Fuhrerprinzip (ovvero il dogma della infallibilità delle sue scelte, quindi del suo governo). Il mein kampf, ovvero il libro scritto da Hitler negli anni della corsa per la presa del potere, e che conteneva i principi su cui si basava la sua visione politica, divenne fonte del diritto, così come vennero costruite are e monumenti per il ricordo e la celebrazione dei militanti nazisti (assunti al grado di martiri dell'idea nazista), morti nei tumulti che precedettero la presa del potere.

La chiesa tedesca, immersa in questo contesto politico, controllata dalla polizia politica (Gestapo), non ebbe la forza di creare una alternativa culturale diffusa, anche perchè la popolazione accolse il governo nazista auspicando grazie ed esso, in una rinascita economica e sociale della Germania. 
Furono centinaia i religiosi arrestati, intimiditi, deportati in campo di concentramento e, spesso, uccisi. Tanto che, il 10 marzo 1937 il Papa Pio XI pubblico l'enciclica Mit Brennender Sorge (Con bruciante preoccupazione), che denunciava le violazioni del concordato firmato quattro anni prima e la sostanziale anticristianità della dottrina nazionalsocialista. l'enciclica (fatto inusuale) venne scritta direttamente in tedesco, e non in latina, per permettere una veloce e puntuale diffusione in Germania. 
La conseguenza diretta della diffusione dell'enciclica fu la soppressione delle ultime organizzazioni cattoliche attive e la proibizione dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Cominciava così il periodo più buio per il cattolicesimo in Germania. 
La figura di Pio XII ed ulteriori approfondimenti saranno oggetto del prossimo post.

mercoledì 4 febbraio 2009

Valkyrie - Approfondimento Storico 1

Accolgo volentieri l'invito del mio magister elegantiarum e cercherò, in poche righe e per quanto di mia conoscenza, di inquadrare il complesso fenomeno della così detta "resistenza tedesca" contro il nazismo.
Per prima cosa è importante sottolineare che, secondo gli storici più accreditati (Fest, Hillgruber, J.P. Taylor), l'intento dei congiurati era quello di eliminare Hitler e non di provocare una immediata uscita dalla guerra. La Germania controllava ancora vastissimi territori, il sistema industriale non era ancora al collasso (anzi, il massimo della produzione bellica fu ottenuto proprio nel 1944, grazie alla grande capacità organizzativa del ministro agli armamenti Albert Speer), ed era diffusa l'illusione di poter trattare con gli alleati una tregua ed una successiva alleanza contro l'URSS.
Il Colonnello Von Stauffemberg, esecutore materiale dell'attentato, non era un pacifista, ma un rappresentante di quella nobiltà terriera tedesca che non aveva mai aderito completamente al nazismo, ma che nulla aveva fatto di concreto per ostacolarlo. Nei primi anni del conflitto Hitler umiliò più volte l'alto comando della Wehermacht (l'esercito tedesco) imponendo scelte strategiche (quali, ad esempio, l'invasione della Francia attraverso Belgio ed Olanda oppure l'invasione della Norvegia) che risultarono vincenti, contro il parere degli alti ufficiali. Lo stesso Hitler si convinse della incapacità dei suoi generali, imponendo successivamente l'adozione di uno schema di difesa ad oltranza di posizioni ad alto valore propagandistico (un esempio per tutti: Stalingrado) che dissanguarono l'esercito tedesco e lo portarono al tracollo, in particolare sul fronte orientale.
Era quindi in atto un profondo scollamento tra comando politico (Hitler ed i suoi ministri) e comando militare. I generali si vedevano imposte scelte tattiche e strategiche legate alla propaganda più che alla situazione sul campo, e capivano la drammaticità della situazione militare tedesca, già seriamente compromessa dallo sbarco in Normandia avvenuto un mese prima e non efficacemente contrastato anche a causa della scelta di Hitler di non voler cedere un metro di terreno agli avversari per permettere una efficace difesa in profondità.
Da questo quadro sommariamente descritto si possono dedurre alcune considerazioni:
- l'organizzazione dell'attentato del 20 luglio fu un affare interno di una parte dell'esercito tedesco; la nobiltà con le stellette non coinvolse né il partito comunista clandestino (la più organizzata formazione di opposizione al nazismo), né la chiesa cattolica (unica organizzazione rimasta semi indipendente dal nazismo e osteggiata aspramente dall'ideologo del partito Rosemberg).
- gli alleati non furono coinvolti, anzi liquidarono l'attentato come "una resa dei conti interna al regime" (dispaccio agenzia Reuters, 23 Luglio 1944). Ciò è comprensibile pensando al fatto che la strategia degli alleati prevedeva la disfatta tedesca ed il dissolvimento dello stato, con una Germania ridotta a paese agricolo senza industrie o forze armate. Un governo militare tedesco, con Hitler morto ed il regime dissolto, avrebbe potuto trattare un armistizio da una posizione di forza ed avrebbe potuto rompere la già traballante alleanza tra URSS ed alleati occidentali. Bisogna ricordare che molti, in particolare tra gli inglesi, auspicavano di girare i cannoni contro Mosca con l'aiuto di Berlino.
L'attentato fallì per varie ragioni: venne innescata una sola carica (dovevano essere due), l'incontro cui doveva partecipare Hitler non venne tenuto nella parte più profonda del bunker (dove l'esplosione sarebbe stata più devastante) a causa del caldo, ed infine il regime reagì prontamente ed i cospiratori (quelli più esposti) vennero subito individuati, processati pubblicamente con dispendio di propaganda, ed eliminati.
Hitler ne uscì minato nel fisico, ma soprattutto nella mente: si convinse di essere stato salvato da un intervento divino e di poter così ancora rovesciare le sorti della guerra, come accadde al re Federico II di Prussia, salvato dalla morte della Zarina Elisabetta nel 1762, con i Russi a Berlino. Ma la strada per la catastrofe, per le armi ed il popolo tedesco, era ormai tracciata.